Post in fase di revisione
(Giugno 2022)
SCHEDA
MIA CARA ADORATA ROSINA…
(2790 parole)
SEMPRE DI
VENERDI’
(5366
parole)
IL TESORO DI
DANTE
(5800
parole)
LA TORTA BLU
(4800
parole)
IL PREZZO
DEL SILENZIO
(3026 parole)
LA VERITA’
UCCIDE
(2652 parole)
A tal dèg me!
(2013 parole)
IL CONTRATTO
(2036
parole)
LA SECONDA
DOMENICA DI LUGLIO
1747 parole
(31-03-22)
Nel paese dove sono nato e al tempo
in cui quasi tutto il mio mondo non andava oltre i confini della cascina, Bruno
era il bambino più alto e robusto di tutta la corte. Ma, nonostante la sua
faccia rubiconda e il suo aspetto florido, tutta la gente del borgo, sua madre
Caterina per prima, pensavano che fosse malato.
Caterina era una donna energica e
severa, che non perdeva di vista il suo unico figliolo nemmeno per un istante.
Gli impediva di correre, lo ammoniva a non sudare, a non affaticarsi, perché
aveva il terrore che si ammalasse o, ancora peggio, che si facesse del male.
La musica degli Eurythmics avvolgeva il locale in una soffice e calda coperta. Annie Lennox cantava - how many times… quante volte devo tentare di dirti che mi dispiace per le cose che ho fatto - mentre io guardavo rassegnato due occhi a mandorla che facevano capolino dietro un enorme White Russian e mi domandavo insieme a lei: «Why?»
Non
dimenticherò mai la faccia di mio padre il giorno che me ne andai di casa
sbattendo la porta. Sette centimetri di rovere massello trafitti dalla sua
frase preferita: «Vattene pure, questa casa non è un albergo!»
La
seconda cazzata, l’anatema più gettonato nelle ultime settimane: «Ricorda
che se te ne vai, qui non metti più piede!» mi raggiunse mentre stringevo la
maniglia del portone: a un solo metro dal marciapiede, a un passo dalla strada,
dove aveva previsto che un giorno sarei finito.
La
mia risposta a denti stretti si confuse tra il frastuono del traffico intenso
nell'ora di punta e lo sferragliare del tram che, tra due file di enormi
platani ignari, immobili e spogli, correva veloce verso il centro.
La
moglie di Romolo il meccanico, anche detto il “governo”, per la sua proverbiale
avversione a tutti quelli che comandavano a Roma, bianchi, rossi o neri che
fossero, la notte di Santa Lucia mise al mondo due gemelli maschi: uno scuro
come il carbone e l’altro candido come lo zucchero.
«É
un segno della Santa!» disse Agnese, la madre della sposa. «Un regalo del
cielo.» aggiunse con gli occhi rivolti all’insù e le mani giunte.
«Quella
poveretta era cieca!» ribatté la suocera. «Si sarà sbagliata.»
«Sarai
contento, adesso?» fece invece uno tra quelli che menava grandi pacche sulle
povere spalle di Romolo. «Hai già due femmine, ora è pari e patta… puoi anche
chiudere la bottega.»
L’automobile
scendeva a valle snocciolando senza fretta le curve sul dorso tortuoso della
collina, illuminando piante d’ulivo cariche di drupe acerbe, vigneti aggrappati
a invisibili fili e campi d’orzo maturo.
L’uomo alla guida le accompagnava con un divertito dondolio delle
spalle, assecondando il volante che pareva riconoscere la strada e rifiutava
sdegnoso alcun aiuto, anticipando, tagliando e disegnando le curve a suo
piacimento.
Giacomo era strano sin dalla nascita e bastava guardarlo negli occhi, anche adesso che aveva quasi cinquanta primavere sulle spalle e una barba grigia lunga un palmo sotto il mento, per capire quanto fosse bislacco. Qualcuno in paese però sosteneva che a ridurlo in quelle condizioni era stato l’uso eccessivo dei semi di papavero, che la madre, pace all’anima sua, gli metteva sempre nel latte per tenerlo buono nella culla e farlo dormire la notte. A ogni buon conto, vere o false che fossero quelle voci, quella mattina Mimì, così lo chiamavano tutti, mi aveva incastrato sul secondo binario della stazione, mentre aspettavo un maledetto treno sempre in ritardo e non avevo avuto scampo. Anche il tentativo puerile di nascondermi dietro le pagine del giornale era miseramente fallito.
Sotto
il sole ancora alto e minaccioso, il suono della sirena scuote l’aria immobile,
calda e soffocante di un pomeriggio d’estate. Lentamente la fabbrica si svuota,
rigurgitando nella città un nugolo di uomini spenti da rigenerare nella notte. Operai
della fonderia varcano silenziosi i cancelli della fabbrica. Spalle curve e
occhi bassi si disperdono veloci sull’asfalto bollente, a quell’ora sempre
intasato dal traffico.
Anche
Giorgio sembra impaziente di montare sulla sua vettura ‒ una Fiat 600 Abarth,
assetto ribassato, motore elaborato 1000cc doppio carburatore.
È
nervoso, si muove a scatti, controlla ripetutamente l’orologio al polso. Scruta
lo sciame in uscita dietro le lenti color malva dei suoi occhiali da sole ‒ Ray
Ban Aviator a goccia.
Quando Mario mi presentò Maurin, eravamo solo all’inizio della stagione: sul lungomare circolavano frotte d'anziani con le tasche vuote, lungagnoni pallidi dell’est vagavano senza meta con la bocca cucita, convinti che anche respirare fosse troppo caro e, soprattutto, il mio ristorante andava di merda.
«Che vuoi?» gli dissi, buttando gli occhi sulla giovane magrolina al suo fianco.
«Niente, passavo da queste parti e volevo salutarti.»Anche la sua faccia non prometteva niente di buono. Gli occhi erano cerchiati di rosso e la voce impastata di sonno e sigarette. Aveva il collo della camicia sgualcito, la cravatta di traverso, la barba del giorno prima e tutto mi diceva, anche il suo odore di whisky, che aveva passato l'intera notte al night.
I
Lunedì mattina: non un giorno come gli altri.
Giovedì a pranzo: orecchiette con le cime di rapa.
«Fa-vo-lo-se!» esclamò il geometra Caputo, scandendo le sillabe. «Anche mia madre le faceva così… Lei era brindisina, di Mesagne, per la precisione.»
«A cosa dobbiamo brindare?» rispose Schininà, allungando la manona
sul collo della bottiglia.
«Posa quella Bonarda!» gli intimò il dottor Gallo. «Si parlava delle
orecchiette con le cime di rapa.»
«Appunto!» fece Schininà. «Anche mia mamma mi tirava sempre le
orecchie. Testa di rapa mi diceva. Mio padre, invece, certi cazzotti…» Poi si
azzittì, abbassò gli occhi sul piatto, scrollò
le spalle e senza aggiungere altro iniziò a spolpare l’osso della cotoletta con
precisione chirurgica.
«Ma pensa te!» brontolò il geometra Caputo. «Questo è proprio
suonato…»
Gallo inchiodò il geometra con lo sguardo: «Non me l’avevi mai detto
che tua madre era pugliese.» disse, mentendo.