domenica 3 aprile 2022

RACCONTI ONLINE - EBOOK - 30 racconti flash fiction

 



SCHEDA
Autore: Frame
Titolo: Rebelot
Genere: Raccolta di racconti.
Short Stories (flash fiction)

Descrizione
Rebelot è una raccolta di storie brevi (flash fiction - max. 1500 parole), ideati e scritti per la diffusione in rete, (Racconti – Online).
Rebelot, termine meneghino che non ha un corrispondente nella lingua italiana, indica invece l’assenza di un filo conduttore, la varietà di stile e di genere, e la stravaganza dei temi affrontati nelle 30 storie proposte. Dal racconto divertente di taglio web al mistery, dal giallino al noir passando per il gotico, dal fantastico all’horror,  al più classico dei generi, quello dei ricordi.
 
SOMMARIO - INDICE 

SEMPRE DI VENERDI' e altri racconti -



SCHEDA

Autore: Frame
Titolo provvisorio: Sempre di Venerdì
Genere: racconti di vario genere, 
di media lunghezza, inferiore a 6000 parole.
più tre storie della serie dottor Gallo in versione short.



 .







SOMMARIO

MIA CARA ADORATA ROSINA

 MIA CARA ADORATA ROSINA…

(2790 parole)

 

 

Quel pomeriggio di fine luglio il dottor Gallo posteggiò la Mini proprio di fronte alla pasticceria di Porta Genova. Nella vetrina delle sorelle Ferretti c’era ogni bendidio: crostatine alla frutta che piacevano tanto alla moglie - bignè alla crema di cui andava ghiotta la figlia - cannoli siciliani -  praline e pasticcini di ogni tipo e forma ma, i suoi occhi golosi non riuscivano a staccarsi da una candida e vellutata torta quadrata. La croccante sfoglia, il soffice pan di spagna, il rosso scarlatto dell’alchermes, e quella morbida crema alla vaniglia… Una vera goduria anche per gli occhi. La diplomatica delle sorelle Ferretti era senza dubbio la migliore di tutta la città.
Lanciò un’ultima occhiata ai variopinti dolcetti di pasta di mandorle, quindi si diresse con decisione verso il fondo della via.

SEMPRE DI VENERDI’

 

SEMPRE DI VENERDI’

(5366 parole)


 

 La visita a domicilio
 
Il dottor Gallo si aggiustò il cappello con un gesto consueto davanti allo specchio, ebbe appena il tempo di riflettere che il borsalino di feltro andava sostituito con uno più adatto alla mezza stagione, quando il telefono sulla consolle squillò.
«Chi era?» domandò Cecilia, spalancando la porta del bagno. «Qualche problema?»
«Niente di nuovo» rispose il dottore, con la cornetta ancora in mano. «La solita visita a domicilio.»
«Meno male, ma torni per pranzo?»
«No, oggi non mi aspettare.»
«Lo sapevo!» brontolò Cecilia, richiudendo la porta di scatto. «Semper de venerdì…»
«Che hai detto?» domandò Gallo. «Vuoi ripetere?»
Uno scroscio d’acqua gli impedì di sentire la risposta. Rimase qualche istante in ascolto, poi s’infilò il trench con tutta calma, guardò ancora l’ora della pendola, quindi decise di varcare la soglia di casa.
 

IL TESORO DI DANTE

IL TESORO DI DANTE

(5800 parole)

 

Uno
 
Prima d’entrare nel buio androne, il dottor Gallo si soffermò pensieroso davanti al portone del numero dodici di via Casematte; alzò gli occhi sulla facciata della palazzina anni Venti e, improvvisamente, ebbe la netta sensazione d’aver già salito quei quattro gradini di pietra grigia.
Si guardò intorno spaesato, poi riandò con la memoria ai tempi in cui tutt’intorno c’erano solo campi, orti e più in là, a ridosso della ferrovia, le fatiscenti baracche degli sfollati di guerra e disgraziati senza un tetto: le famigerate cà di toll.
S’infilò nel portone senza altri indugi e bussò ai vetri della guardiola. Quando la portinaia aprì la porta, il profumo di minestrone si mischiò all'odore pungente della varechina.

LA TORTA BLU

LA TORTA BLU

(4800 parole)

 

 
Al funerale di Teresa, la chiesa parrocchiale di San Giacomo era gremita come non si vedeva da tempo in quel borgo tranquillo della Bassa. Sul sagrato una piccola folla di paesani, fittavoli e contadini arrivati anche da lontano, attendevano l’uscita del feretro per porgere l’ultimo saluto alla padrona della Cascina Carlotta. Quando il corteo funebre raggiunse il Bar della Stazione, un cliente, che sbirciava da dietro la serranda calata a metà, disse sottovoce: «Pora dona, che brutta fine». 
Poi si avvicinò al bancone, ordinò un Cynar e, con lo stesso tono, aggiunse: «Ha fatto un volo di quattro metri, poteva rompersi una gamba, invece si è rotta l’osso del collo.»
«Eh già, che disgrassia» rispose Celeste, il barista. «Meno male che non ha sofferto.» 
«Sì, è vero, però, una cosa non ho capito: è caduta dalla scala, oppure dal fienile?»
Celeste si strinse nelle spalle e, senza dire nulla, rivolse la sua attenzione ad un altro cliente.
«Non si sa,» disse un forestiero che assisteva in piedi ad una partita di tressette, «quando l’hanno trovata, già non respirava più.»

IL PREZZO DEL SILENZIO

IL PREZZO DEL SILENZIO

(3026 parole)

 
 
Il frastuono della serranda risuonò nella via deserta come la sventagliata di un mitra. Artù accese la lampada sul comodino, guardò la sveglia e rimase lì, col collo torto, gli occhietti spalancati, ad osservare incredulo le lancette che spaccavano a metà il quadrante.
Le sei in punto.
Mario non apriva mai i battenti del suo locale prima delle sette. Non era nemmeno giorno di mercato. Come mai così presto?
Il vecchio Arturo se lo domandò mentre litigava con la trapunta pesante e il copriletto che l'avviluppava in un intricato disegno all'uncinetto. Il rumore di ferraglia arrivava certamente dal bar di fronte, di questo ne era certo, e di riprendere sonno non ci sarebbe stato verso. Era sicuro anche di questo Arturo ma, se voleva restare ancora un po’ di tempo al calduccio nel letto, doveva prima sincerarsi che giù in strada tutto fosse in ordine.

LA VERITA' UCCIDE

LA VERITA’ UCCIDE

(2652 parole)

 

 
Il Bar Tabacchi di Pino è un budello cieco con quattro tavoli contro la parete più lunga e un Panasonic appeso al soffitto, sempre acceso su MTV. Lo trovi sullo stradone che taglia in due il paese e non ha un nome proprio, si chiama così e basta. L’unica insegna è quella al neon di una nota marca di caffè, appesa dietro la vetrata. Appiccicato al muro di mattoni gialli c’è anche il cartello di latta con la “T” maiuscola su sfondo bianco: fa il paio con il variopinto e più nuovo dell’Algida. E sull’altro lato della vetrina, all’ombra di una siepe di ligustro ad altezza d’uomo, un distributore automatico di sigarette e profilattici, costantemente fuori servizio.
Giulio è quasi sempre l’ultimo cliente della sera e quando il barista-tabacchino, alle sei e mezzo di mattina, solleva la saracinesca, se lo ritrova ancora lì davanti che aspetta. Mentre beve il caffè, un fischio disperato della Cimbali butta all’aria le prime note di Everytime. Quella canzone gli è venuta a noia e pure il cantante, con quel ciuffo enorme in testa, gli sta antipatico.

A TAL DEG ME! (Il Fattaccio)

A tal dèg me!

(2013 parole)

 
All’ora di cena non è facile trovare un posto libero davanti a       l’Hotel-Ristorante Corona. I clienti non superano quasi mai la dozzina, ma la maggior parte delle automobili posteggiate sul ghiaietto dell’entrata appartiene al personale e ad altra gente che non ha niente a che fare col ristorante. Un BMW metallizzato con la targa straniera, per esempio, sta lì da un paio di mesi senza che nessuno lo reclami, e c’è pure il SUV di un tale che abita dall’altro lato della strada, forse con il garage troppo piccolo per un bestione così grosso.
«La gente porta gente!»
Questo risponde Cremonini a chi gli chiede spiegazioni.
«Lo sanno anche i somari come funziona.» sostiene il grande capo “sotuttomè”. «Non c’è mica bisogno della laurea per sapere che ai clienti piace un po’ di movimento. Il localino tranquillo va bene per gli sfigati, per gli anemici, i vegetariani, i vegani e tutta quella gente inutile che rompe le balle e mangia quanto un canarino. Anzi, sai che ti dico? I clienti devono far fatica a trovare un tavolo libero, altrimenti non sono mica contenti… a tal dèg me!»

IL CONTRATTO

 

IL CONTRATTO

(2036 parole)

 

 
 
Era tempo di decidere. Dopo quella brutta, bruttissima giornata, il Signor Miles non aveva più dubbi: qualcosa doveva cambiare nella sua vita, e al più presto.
Si tolse la camicia e dopo averla appesa con cura a una gruccia di legno, la infilò dentro l’armadio a muro dell’angusto ingresso. Indossò un maglione di lana verde bottiglia e sedette alla scrivania di fronte alla porta finestra. Fuori pioveva e le luci dell’Hotel Paradiso erano accese sulla strada deserta. Conosceva molto bene quella zona a nord del paese. Gli affari lo costringevano a pernottare sovente da quelle parti: almeno una volta al mese negli ultimi due anni, ma era la prima volta che capitava in quell’albergo.
«Ingrati!» si disse, pensando al modo sbrigativo con il quale lo avevano liquidato alla reception del suo solito hotel. Era periodo di fiera, d’accordo, aveva anche dimenticato di prenotare telefonicamente, ma pensava di meritare una maggiore considerazione da parte della direzione.

LA SECONDA DOMENICA DI LUGLIO

 

LA SECONDA DOMENICA DI LUGLIO

1747 parole (31-03-22)

 
 
Cecco si svegliò molto presto quella mattina, così presto che fuori era ancora buio e intorno a lui c’era un grande silenzio. Si vestì in fretta, rifece con cura il letto, poi, come d'abitudine, abbandonò la stanza senza fare rumore. 
Quando uscì di casa il sole aveva già raggiunto la cima dei pioppi lungo l’argine del fiume, ma sotto il portico sembrava ancora notte e la brezza di terra sapeva di fieno bagnato.
Era estate. In cielo di nuvole neanche l’ombra e presto avrebbe fatto di nuovo caldo. Molto caldo.
“In montagna farà più fresco” pensò, mentre pedalava di buona lena sullo stradone che andava al paese. In lontananza vedeva già il campanile della chiesa, aveva superato anche il cancello del cimitero e tirato dritto per il timore di fare tardi, quando fu costretto ad arrestare bruscamente la corsa della sua Bianchi nera.

martedì 18 gennaio 2022

DRAMMA IN CASCINA



Nel preciso istante in cui il Signor Zaccaria aprì gli occhi, decise che qualcosa doveva cambiare nella sua vita. L’odio profondo che nutriva per quell’essere immondo che lo perseguitava, lo aveva portato bruscamente ad accettare la cruda realtà, ad ammettere a se stesso che non ci fosse altra soluzione che estirpare il problema alla radice, e benché sino a quel momento si fosse ostinato a usare ancora termini come eliminare, sopprimere, annullare, la parola chiave adesso era una sola ed inequivocabile: uccidere!
«Lo strozzo con le mie mani!» pensò, mentre si radeva e con i nervi ancora scossi per il brusco risveglio. «Com’è vero Iddio e fosse anche l’ultima cosa che faccio al mondo!» aggiunse con un sibilo e guardandosi nello specchio, non si avvide del lampo di follia che gli balenava negli occhi.

UN CLIENTE MODELLO

 

Per la maggior parte dei clienti abituali dell’Hotel Marebello, quelli della seconda metà di luglio perlomeno, era semplicemente il “Bolognese”. Alcuni conoscevano persino il suo nome di battesimo, Vittorio; mentre solo l’albergatore, la segretaria e il portiere lo chiamavano signor Guidi. Al resto del personale invece, bastava il numero della sua stanza abituale per identificarlo.

LEI MI CONOSCE BENE


Lei è mia moglie e ahimè, mi conosce bene.  Mi guarda dentro gli occhi e dice: «L’hai fatto!» 
È scaltra, abile, ostenta indifferenza, ma nel tono della voce c’è il rammarico di una certezza e il desiderio malcelato di essere smentita. Non so se rispondere, se ammettere la verità. Nel dubbio taccio e avanzo incerto verso di lei nella speranza, forse vana, che non sappia. Mi ferma con un gesto deciso: «Non mi toccare!» sibila indietreggiando. Mi guarda con disprezzo le mani e aggiunge: «Riconosco l’odore.» 

BRUNO NON CORRERE


Nel paese dove sono nato e al tempo in cui quasi tutto il mio mondo non andava oltre i confini della cascina, Bruno era il bambino più alto e robusto di tutta la corte. Ma, nonostante la sua faccia rubiconda e il suo aspetto florido, tutta la gente del borgo, sua madre Caterina per prima, pensavano che fosse malato.
Caterina era una donna energica e severa, che non perdeva di vista il suo unico figliolo nemmeno per un istante. Gli impediva di correre, lo ammoniva a non sudare, a non affaticarsi, perché aveva il terrore che si ammalasse o, ancora peggio, che si facesse del male.

BRUTTA

E pensare che era stato proprio Mario, una sera d’inverno al pub “Que viva Mexico”, a dirmi che Laura, la mia fidanzata, era brutta! Ma proprio brutta!
Per la verità, non disse proprio così!
No, non usò quelle parole, però mi bastò guardarlo in faccia, mentre mi domandava se stavamo ancora insieme, per capire il senso di quel sorrisetto strano e la ragione di quello sguardo sfuggente.
«Non te la prendere» mi disse poi, alzando in segno di resa, le sue enormi e ruvide mani da meccanico. «Dicevo tanto per dire…»

CONTO ALLA ROVESCIA

 

Mancano soltanto cinque minuti alle sei e non so se mi basteranno questi trecento secondi per decidere. Ho avuto quasi l’intera giornata a mia disposizione per pensare e ancora non so se andare a cena da lei questa sera, oppure inventare una scusa qualunque e tornarmene subito a casa. Potrei anche infilarmi dentro il bar e fare notte con gli amici, andare al cinema, o starmene solo... Perché no?
E perché mai? - Mi domando - ma ho la testa vuota e non so proprio che fare.
Ormai mancano soltanto tre minuti, e devo assolutamente riuscire a concentrarmi.
Sì, sono le diciassette e cinquantasette! Me lo confermano le quattro cifre in basso a destra sullo schermo del mio computer, lo leggo sul display del mio cellulare, me lo indica anche il cronometro al polso, ma soprattutto lo sancisce l’orologio appeso alla parete di fronte alla mia scrivania; l’unico ufficialmente autorizzato a scandire il tempo in questo ufficio del cavolo.

LA CORRIERA DEL NONNO


Prima di morire mio nonno divenne quasi completamente cieco e benché non si lamentasse mai della sua condizione, noi della famiglia sapevamo che il suo cruccio maggiore era quello di non poter più leggere. Ricordo che un giorno, quando ero poco più che un bambino, lo sorpresi mentre sfiorava con le dita il dorso dei libri sullo scaffale in salotto. Ogni tanto ne estraeva uno, lo tastava, se lo rigirava nelle mani e poi lo rimetteva al suo posto sorridendo. 
E più tardi, quando anche la memoria lo stava abbandonando e riviveva lucidamente solo ricordi molto lontani, mi confidò che leggere un libro era per lui come prendere la corriera e partire per un viaggio.

ALIDADA

Alidada?
Giovanni Perotti non aveva idea di cosa fosse quell’attrezzo dal nome tanto bislacco. Lui sapeva a memoria le formazioni della Juventus dal 1930 in poi e poteva elencare, senza mai sbagliare, le vittorie del Gimondi al Giro e al Tour. Della Nazionale di calcio ricordava i risultati, le date, anche il nome degli arbitri e, quando era di luna buona, poteva parlare al contrario ma, non distingueva una chiave inglese da una pinza giratubi. 
Eppure, senza nozioni di meccanica ma con molta buona volontà, aveva imparato in breve tempo a far funzionare a meraviglia la fresatrice: una portentosa macchina utensile che tra le sue mani inesperte sfornava cerchi d’acciaio come fossero noccioline.

BLOB

 

L’altra sera dopo cena, mentre dormivo profondamente in poltrona, forse per merito di un noioso dibattito politico alla televisione e la complicità di un buon bicchiere di Montepulciano di Controguerra, sono entrato di soppiatto nella mia testa. Volevo dare una sbirciatina al mio cervello e capire che fine fanno tutti quei nomi propri di persona, animali e città, che alla bisogna mancano regolarmente all’appello.
Mi aspettavo, a dire il vero, di trovare il solito disordine dentro il mio cranio. Pensavo di dover affrontare a viso aperto la confusione mentale di sempre, e di assistere al consueto carosello di domande senza risposte. 

CRETINO... CRETINO...


 
La mattina che incontrai Margherita, ricordo che era quasi primavera e nella mia città, anche se può sembrare strano, splendeva il sole. Sognavo di camminare a piedi nudi nel parco, mentre la mia testa ciondolava davanti al finestrino della filovia da almeno venti minuti e, se tutto andava bene, me ne aspettavano altrettanti prima di arrivare alla mia fermata. Quel avanti e indrè costava due ore della mia giovane esistenza, e le mie chiappe secche si erano ormai rassegnate a quei sedili scomodi, lisi e puzzolenti. Soltanto i miei occhi sonnolenti e pigri vagavano tra la folla, posandosi su l’unica cosa che a quella età mi pareva degna di essere guardata. Le donne! Sì, guardavo instancabilmente solo quelle. Le passavo in rassegna tutte, giovani e meno belle.

SORA ROSA

 

«Riccardo!» fece Sora Rosa entrando in cucina « Ah Riccardì, te la ricordi Lucia? Quella che somigliava tanto alla figlia di Adelina, quella bella figliola che ti piaceva tanto, quella che…»
«Sì... ma'. Me la ricordo, eccome no, certo che me la ricordo.»
«Ah... volevo ben dire. Porella… Povera ragazza... Mo’ s’è sciupata pure lei, vedessi come s’è ridotta. E lo vuoi sapere che fine ha fatto Lucia? Eh Riccardì - rispondi a mamma tua - lo vuoi sapere che fine ha fatto Lucia?»
A quel punto Sora Rosa, visibilmente pallida in volto e con l’affanno, come se dovesse alzarsi da un momento all’altro, adagiò con prudenza mezza natica sulla punta della sedia.

WHY

La musica degli Eurythmics avvolgeva il locale in una soffice e calda coperta. Annie Lennox cantava - how many times… quante volte devo tentare di dirti che mi dispiace per le cose che ho fatto - mentre io guardavo rassegnato due occhi a mandorla che facevano capolino dietro un enorme White Russian e mi domandavo insieme a lei: «Why?»

L'APPUNTAMENTO


 La storiella che mi sono inventato per mancare al solito appuntamento del giovedì sera, questa volta ahimè non ha funzionato. Sì, sono sicuro: questa volta non l’ha bevuta!L’ho capito dal tono della voce e quando ha riattaccato, il click del telefono mi è arrivato all’orecchio secco, deciso, sonoro come uno schiaffo.
Che imbecille sono stato! Eppure, sul momento mi sembrava una buona scusa, anzi, dopo il secondo Negroni consumato al bar sotto casa mi ero sentito un mezzo genio. Oddio, un mago in questo genere di cose non lo sono mai stato, tuttavia ero convinto di farla franca, di sfangarla ancora una volta invece, invece…

LA SOLITA MINESTRA

 

Di quella volta che la mia mano finì tra le ganasce di un laminatoio, di quei minuti terribili e interminabili impiegati per estrarmi l’arto dall’ingranaggio, della vertiginosa corsa sull’ambulanza, e delle facce smunte di chi mi stava intorno ho sempre avuto un ricordo molto vago. Ricordo invece perfettamente l’arrivo al pronto soccorso. L’odore intenso del disinfettante, l’improvviso silenzio, le mani energiche che mi frugavano, che mi tastavano ovunque, e tutto questo mentre avrei voluto gridare: «Ehi voi, teste di cazzo - Che state facendo? - Lasciate in pace la mia mano, non la toccate… guai a voi se la tagliate!
No, non me la tagliarono la mano. Me la ricucirono per bene, ma così bene che a militare non si accorsero di nulla e mi fecero artigliere.

IL MESTIERE DI FARE IL FORMAGGIO



Quando il sole all’orizzonte si appoggiò sulla cima degli alti pioppi, Arturo capì che era arrivato il momento di tornare a casa. Si riempì la bocca di more pallide, guardò per l’ultima volta la cascina tra le foglie del gelso e con un balzo scese dalla pianta. Con i piedi nudi affondati nell’erba, il sole sembrava più basso e doveva arrivare a casa prima che la mamma si accorgesse della sua assenza. A quell’ora lei scostava la tenda sull’uscio e lo chiamava a gran voce.

MELHAIEL (l'Angelo di Maria)

 

Prima di coricarsi Maria pose accanto alla scatola con il fiocco rosso un piatto colmo di dolcetti, mandarini, frutta secca e, nello spegnere la luce, si assicurò che in cucina tutto fosse in ordine. S’infilò nel letto accanto a suo marito che dormiva ormai profondamente e chiuse gli occhi cercando d’immaginare il volto felice di suo figlio, mentre giocava col nuovo trenino elettrico.

UN INCONTRO CHIAVE

 


Il sole esausto, ma ancora minaccioso, cercava un varco tra le fresche valli dei Monti Sibillini, mentre sulla spiaggia ormai deserta, Guido spegneva gli ombrelloni uno ad uno senza affanno, quasi con rassegnazione. L’estate era breve su quel tratto di costa selvaggia e l’hotel alle sue spalle si sarebbe svuotato entro pochi giorni.
 «Quando parti?» domandò il Signor 48.
«Domani mattina.» rispose la Signorina 29.

LA CARTOLINA

 

Quella mattina la montagna aveva tutta l’aria di volersi scrollare di dosso le case aggrappate alle sue pendici. Imponente e nitida nell’aria tersa del mattino, era una costante minaccia per Giovanni che abitava in cima alla collina e alle spalle aveva solo il mare. Con l’animo inquieto e un brivido nella schiena, anche per l’aria fredda che scendeva a valle e sollevava la pula dai campi d'orzo, si diresse verso il portico. 
La stalla dei conigli era avvolta nella penombra del primo mattino, ma Giovanni non tardò ad accorgersi che una femmina gravida, una di quelle che a giorni avrebbe dovuto partorire, era scomparsa dalla gabbia! Si guardò intorno sconsolato, poi infilò la mano dentro il nido per sincerarsi che fosse vuoto.

GHIACCIO BOLLENTE


 
Quella maledetta sera che Robert perse il posto di cameriere all’Odeon, io lo sentivo che sarebbe successo qualcosa di spiacevole al locale. Non potevo immaginare che il destino si sarebbe accanito con il mio giovane collega, ma avevo avuto un presagio di guai in arrivo soltanto qualche ora prima. Quando un gruppo di giapponesi alla deriva, sotto la Galleria del centro, mi aveva incrociato a pochi metri dal mio consueto obiettivo, impedendomi così di strofinare le suole dei miei mocassini sulle parti intime del toro incastonato nella lastra di marmo. Il mancato rito scaramantico non poteva che dare origine a qualche sciagura, era inevitabile, era solo questione di tempo e purtroppo non dovetti aspettare molto per averne la conferma.

AL VINO CI PENSO IO

 


Sono stanco! Sì, sono proprio stanco di trovare il telefono sempre occupato. E non ne posso più di sentire il tu-tu nelle orecchie, e quella voce di plastica che dice, il numero da lei chiamato potrebbe essere occupato in questo momento… 
Ho capito! 
Non sono uno stupido, lo so che la linea non c’è, non è necessario che lo ripeti tutte le volte! 
Chiunque tu sia, maledetta, dimmelo ogni tanto, magari una volta la settimana, anche una sola volta al giorno, ma non c’è bisogno che parli… forse lo fai per non farmi sentire cosa sta dicendo quella là. Dimmi piuttosto con chi sta parlando, così ti rendi utile e perlomeno giustifichi la tua presenza nel mio telefono. 
Una cosa è certa, io le donne in generale e in modo particolare le casalinghe, proprio non le capisco. 

IL TRENO DELLA SPERANZA


 
Quella notte aveva nevicato come sulla costa non si era mai visto. 
Alla luce del grigio mattino e sotto una pesante coltre bianca tutto era diverso; anche il mare e le facce delle persone che incontravo sul marciapiede scivoloso avevano un’aria nuova e stranita. Il disorientamento generale alla stazione invece, era dovuto ai notevoli ritardi dei treni e mentre aspettavo l’arrivo del primo convoglio per Milano, speravo ancora che qualcosa m’impedisse di partire. 
Eppure era stata mia la decisione di levare l’ancora, portando con me solo uno spazzolino da denti, qualche indirizzo sull’agenda, pochi numeri del telefono e una laurea in legge che avrei barattato volentieri per un lavoro qualunque.
Nonostante i miei scongiuri, il diretto proveniente da Pescara arrivò con soli venti minuti di ritardo e senza rendermene conto, mi ritrovai con le natiche gelate su di un sedile scomodo a guardare la schiuma del mare che lambiva e si confondeva con la neve fresca sulla battigia.

UN MANHATTAN DI PERIFERIA



Sono le prime note di No ordinary love, con la voce calda e sensuale di Sade a colmare il silenzio avvilente di questo Cocktail Bar di periferia. Apro i battenti quando fuori è già buio, aspetto i clienti della notte e solo alle prime luci dell’alba uscirò da questa tana per respirare di nuovo una boccata di aria fresca. 
Avrei bisogno di qualcosa con più ritmo per restare sveglio, ma mi devo accontentare degli UB40. 
Non ho molta scelta tra i pochi e vecchi CD che la casa mi mette a disposizione. 
Il primo cliente entra sul dolce ritmo di, Red...red wine.
«Subito Signore» rispondo automaticamente mentre penso: «Cazzo! Un Manhattan?»

A QUEL PUNTO DELLA NOTTE



È quasi mezzanotte quando la porta di vetro si spalanca e una coppia male assortita entra nella hall dell’albergo. Lui è un marcantonio con il cranio rasato e lucido, lei uno scricciolo di donna che nasconde il viso dietro un baschetto alla francese di lana rossa e il bavero del cappotto dello stesso colore. Sfoderando un sorriso da cavallo il cliente si avvicina al banco della reception. È alto, dinoccolato e ondeggia anche da fermo. Appoggia le manone sul piano di marmo, dà un’occhiata in giro e poi fa: «Una matrimoniale per un paio d’ore» e ancora prima che io possa rispondere mi rifila un: «Quanto mi costa?» Così sonoro e sfacciato che costringe la donna a nascondersi tra il cardamomo e la dracena dell’ingresso. 

MIRACOLO A CARAVAGGIO



La mattina che appiopparono la santità a mio fratello Mario, lo ricordo ancora come fosse ieri, nostra madre ci buttò giù dal letto così presto, ma così presto, che fuori era buio e il gallo dormiva ancora.
«Sbrigatevi!» disse. «Vostro padre finalmente si è deciso e ha promesso di portarci tutti a Caravaggio.»
«Caravaggio?» domandò mio fratello con la faccia schifata, che di natura è sempre stato bastian contrario.
«Sì, oggi è il giorno della Madonna,» rispose la mamma, «una grande festa al Santuario.»
Era domenica, e alla Santa Messa non si poteva mancare, pertanto l’idea non mi parve così peregrina. Mio fratello Mario, invece, non capiva quale fosse la novità, poiché alla fine sempre in chiesa si doveva finire.

NEBBIA D'AUTUNNO



L’estate era arrivata di soppiatto e con prepotenza mi aveva spogliato, spremuto e prosciugato anche le ultime speranze di una rapida guarigione. Sfrattato dal mio letto fui relegato giorno e notte sul balcone a boccheggiare tra i gerani, in compagnia del cane e un canarino spento che, infastidito della mia presenza, si rifiutava di cantare. Mai avevo odiato tanto la mia casa, la mia città, il sole, il cielo, la luna, le stelle e tutte le persone che intorno a me ansimavano, sbuffavano e con le loro attenzioni mi soffocavano. 

LA BICI NERA



Mio padre dorme sull’ottomana, mentre io leggo un Tex Willer sdraiato sotto il tavolo: il posto più fresco di tutta la casa. Ascolto lo sbuffo che emette con la bocca ogni tre secondi. Mi ricorda lo sfiato del pallone di plastica finito sopra il cactus: l’unica pianta grassa dell’aiuola in cortile. Era una palla da quattro soldi, ma me l’aveva regalata proprio lui, per la festa della Madonna del Bosco. Da allora non ho più avuto un pallone tutto mio. Adesso gioco con quello degli altri. Mi ha promesso una bici col cambio ma dice che sono ancora troppo piccolo per certe cose.
«Usa la bicicletta di tua madre.» dice sempre. «È senza canna e per quella sei grande abbastanza!»
“Dobbiamo andare! Presto… non c’è tempo da perdere: Piccolo Falco è in pericolo.»Tiger Jack è il primo a balzare in sella al suo mustang, seguito da Aquila della notte. Speriamo che non sia successo nulla di grave a Lilith.» dice, Tex Willer…

UNA VOCE SUL FIUME


Sotto il ponte dell’Adda quella mattina pescavo cavedani. Anche vaironi, scardole, barbi, boccaloni, e persino alborelle. Insomma, mi sarei accontentato di un pesce qualunque che si fosse degnato di abboccare a quell’amo disgraziato che avevo immerso, da un paio d’ore almeno, nelle acque verdi che scorrevano verso il Po.
Quando ero arrivato sulle rive ancora umide di rugiada del fiume, mi ero ripromesso di prendere un paio di pesci e ritornare a casa prima di pranzo; l’avevo detto anche a mia moglie di prepararmi solo un risottino. Per secondo mangiamo un poco di pesce, avevo aggiunto spavaldo e in preda all’euforia che mi assale sempre prima di partire, bardato di tutto punto, per la grande battuta di pesca. Invece il sole era già alto e il mio galleggiante, abbandonato nella corrente pigra, svilito e svuotato di ogni entusiasmo si lasciava trascinare mollemente senza un sussulto, un tremito, uno scarto, un leggero palpito. Non succedeva nulla, anche nella mia testa, solitamente affollata di pensieri e preoccupazioni, regnava una calma piatta.

IL MESTIERE DI SOPRAVVIVERE



Tutte le mattine alla solita ora, anche adesso che non devo più andare in ufficio e potrei rimanere a letto finché mi pare, mia moglie spalanca la porta della stanza da letto e mi chiama:
«Fredo…Fredo… È ora!» strilla, e non si allontana prima d’avermi sentito rigirare nel letto.
«È ora di fare che?» mi domando invariabilmente, anche se non trovo mai il coraggio di ribellarmi o di attardarmi per soli pochi minuti sotto le coperte, perché temo di compromettere il perfetto meccanismo che regola l’intero ciclo delle faccende domestiche. Mi alzo pertanto senza protestare, vado in bagno e davanti alla finestra alzo gli occhi al cielo e prendo cognizione del tempo che fa. È una vecchia abitudine alla quale non intendo sottrarmi, anche se non ha più molta importanza che piova o splenda il sole, lo faccio solo per decidere quali scarpe mettere, al resto del mio abbigliamento pensa ancora lei, compresa la camicia e la cravatta.

UN BEL FICO SECCO !

 


Non dimenticherò mai la faccia di mio padre il giorno che me ne andai di casa sbattendo la porta. Sette centimetri di rovere massello trafitti dalla sua frase preferita: «Vattene pure, questa casa non è un albergo!» 
La seconda cazzata, l’anatema più gettonato nelle ultime settimane: «Ricorda che se te ne vai, qui non metti più piede!» mi raggiunse mentre stringevo la maniglia del portone: a un solo metro dal marciapiede, a un passo dalla strada, dove aveva previsto che un giorno sarei finito. 
La mia risposta a denti stretti si confuse tra il frastuono del traffico intenso nell'ora di punta e lo sferragliare del tram che, tra due file di enormi platani ignari, immobili e spogli, correva veloce verso il centro.

giovedì 7 ottobre 2021

IL GOVERNO

 

La moglie di Romolo il meccanico, anche detto il “governo”, per la sua proverbiale avversione a tutti quelli che comandavano a Roma, bianchi, rossi o neri che fossero, la notte di Santa Lucia mise al mondo due gemelli maschi: uno scuro come il carbone e l’altro candido come lo zucchero. 
«É un segno della Santa!» disse Agnese, la madre della sposa. «Un regalo del cielo.» aggiunse con gli occhi rivolti all’insù e le mani giunte. 
«Quella poveretta era cieca!» ribatté la suocera. «Si sarà sbagliata.» 
«Sarai contento, adesso?» fece invece uno tra quelli che menava grandi pacche sulle povere spalle di Romolo. «Hai già due femmine, ora è pari e patta… puoi anche chiudere la bottega.»

LA PARTITA

  

L’automobile scendeva a valle snocciolando senza fretta le curve sul dorso tortuoso della collina, illuminando piante d’ulivo cariche di drupe acerbe, vigneti aggrappati a invisibili fili e campi d’orzo maturo.  L’uomo alla guida le accompagnava con un divertito dondolio delle spalle, assecondando il volante che pareva riconoscere la strada e rifiutava sdegnoso alcun aiuto, anticipando, tagliando e disegnando le curve a suo piacimento.

IL BISCOTTO

 

Giacomo era strano sin dalla nascita e bastava guardarlo negli occhi, anche adesso che aveva quasi cinquanta primavere sulle spalle e una barba grigia lunga un palmo sotto il mento, per capire quanto fosse bislacco. Qualcuno in paese però sosteneva che a ridurlo in quelle condizioni era stato l’uso eccessivo dei semi di papavero, che la madre, pace all’anima sua, gli metteva sempre nel latte per tenerlo buono nella culla e farlo dormire la notte. A ogni buon conto, vere o false che fossero quelle voci, quella mattina Mimì, così lo chiamavano tutti, mi aveva incastrato sul secondo binario della stazione, mentre aspettavo un maledetto treno sempre in ritardo e non avevo avuto scampo. Anche il tentativo puerile di nascondermi dietro le pagine del giornale era miseramente fallito.

mercoledì 6 ottobre 2021

YEEEHHH...

 Sotto il sole ancora alto e minaccioso, il suono della sirena scuote l’aria immobile, calda e soffocante di un pomeriggio d’estate. Lentamente la fabbrica si svuota, rigurgitando nella città un nugolo di uomini spenti da rigenerare nella notte. Operai della fonderia varcano silenziosi i cancelli della fabbrica. Spalle curve e occhi bassi si disperdono veloci sull’asfalto bollente, a quell’ora sempre intasato dal traffico.
Anche Giorgio sembra impaziente di montare sulla sua vettura ‒ una Fiat 600 Abarth, assetto ribassato, motore elaborato 1000cc doppio carburatore.
È nervoso, si muove a scatti, controlla ripetutamente l’orologio al polso. Scruta lo sciame in uscita dietro le lenti color malva dei suoi occhiali da sole ‒ Ray Ban Aviator a goccia.

SANTO DOMINGO

Quando Mario mi presentò Maurin, eravamo solo all’inizio della stagione: sul lungomare circolavano frotte d'anziani con le tasche vuote, lungagnoni pallidi dell’est vagavano senza meta con la bocca cucita, convinti che anche respirare fosse troppo caro e, soprattutto, il mio ristorante andava di merda.
«Che vuoi?» gli dissi, buttando gli occhi sulla giovane magrolina al suo fianco.
«Niente, passavo da queste parti e volevo salutarti.»Anche la sua faccia non prometteva niente di buono. Gli occhi erano cerchiati di rosso e la voce impastata di sonno e sigarette. Aveva il collo della camicia sgualcito, la cravatta di traverso, la barba del giorno prima e tutto mi diceva, anche il suo odore di whisky, che aveva passato l'intera notte al night.

mercoledì 29 settembre 2021

LA MAGGIORANZA SILENZIOSA

 

 

I
Lunedì mattina: non un giorno come gli altri.

 Gallo aveva smesso di respirare. Due mani insanguinate intorno al collo lo stavano soffocando: erano quelle grandi e forti del sergente Arioli che gli urlava in faccia tutto il suo odio. "Ti ammazzo brutto bastardo... ti ammazzo". Con un ultimo sforzo riuscì a liberarsi dalla stretta mortale, imbracciò l'arma e fece fuoco.  La raffica del mitra lo costrinse ad aprire gli occhi. Allungò un braccio sulla sua sinistra: il letto era vuoto e le lenzuola ancora tiepide. Perché Cecilia non aveva spento quella maledetta sveglia?

lunedì 27 settembre 2021

FOTO DI FAMIGLIA

 

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Giovedì a pranzo: orecchiette con le cime di rapa.

«Fa-vo-lo-se!» esclamò il geometra Caputo, scandendo le sillabe. «Anche mia madre le faceva così… Lei era brindisina, di Mesagne, per la precisione.» 

«A cosa dobbiamo brindare?» rispose Schininà, allungando la manona sul collo della bottiglia.
«Posa quella Bonarda!» gli intimò il dottor Gallo. «Si parlava delle orecchiette con le cime di rapa.»
«Appunto!» fece Schininà. «Anche mia mamma mi tirava sempre le orecchie. Testa di rapa mi diceva. Mio padre, invece, certi cazzotti…» Poi si azzittì, abbassò gli occhi sul piatto, scrollò le spalle e senza aggiungere altro iniziò a spolpare l’osso della cotoletta con precisione chirurgica.
«Ma pensa te!» brontolò il geometra Caputo. «Questo è proprio suonato…»
Gallo inchiodò il geometra con lo sguardo: «Non me l’avevi mai detto che tua madre era pugliese.» disse, mentendo.