IL CONTRATTO
(2036
parole)
Si tolse la camicia e dopo averla appesa con cura a una gruccia di legno, la infilò dentro l’armadio a muro dell’angusto ingresso. Indossò un maglione di lana verde bottiglia e sedette alla scrivania di fronte alla porta finestra. Fuori pioveva e le luci dell’Hotel Paradiso erano accese sulla strada deserta. Conosceva molto bene quella zona a nord del paese. Gli affari lo costringevano a pernottare sovente da quelle parti: almeno una volta al mese negli ultimi due anni, ma era la prima volta che capitava in quell’albergo.
«Ingrati!» si disse, pensando al modo sbrigativo con il quale lo avevano liquidato alla reception del suo solito hotel. Era periodo di fiera, d’accordo, aveva anche dimenticato di prenotare telefonicamente, ma pensava di meritare una maggiore considerazione da parte della direzione.
«Perché non prova all’Hotel Paradiso?» aveva detto l’antipatica di turno, una nuova, una morettina che non aveva mai visto. A nulla era servito far presente che lui era un cliente abituale, che conosceva personalmente il direttore… No, questo lui non l’aveva detto, ma guardandosi intorno, tra quelle ristrette e spoglie pareti di colore verde indefinito, slavato, ne era quasi pentito. Doveva insistere, ecco cosa avrebbe dovuto fare, ma lui era fatto così: si lasciava sempre mettere i piedi in testa. Tuttavia era arrivato il momento di dire basta e questa volta ne era certo, avrebbe programmato ogni cosa. Un promemoria dettagliato sarebbe stato il punto da cui partire.
Accese il computer e cominciò a prendere appunti sul da farsi, una sorta di piano cui attenersi con scrupolo. All’’improvviso ebbe la netta sensazione di essere vicino alla soluzione dei suoi problemi e si sentì invadere da un senso di profondo benessere, come non gli capitava da moltissimo tempo.
Solitamente scrivere non gli procurava alcun sollievo, anzi, qualche volta era per lui una vera sofferenza, un esercizio quasi inutile, ma quella sera come per magia, tutte quelle parole prive di senso sgorgavano dalla sua mente senza sforzo e, una dopo l’altra, in modo ordinato e logico andavano trasformando oscuri pensieri in concetti chiari e semplici. Rileggendo i suoi appunti si domandò come avesse trovato il coraggio per scrivere ciò che covava segretamente nel profondo del suo animo e come si fosse potuto liberare in un colpo solo, dal peso insopportabile di quel pensiero ossessivo che lo tormentava. L’odio profondo che nutriva per quella persona lo aveva portato, lentamente ma inesorabilmente, ad accettare la cruda realtà, ad ammettere a se stesso che non ci fosse per lui altra soluzione che estirpare il problema alla radice, e benché si ostinasse a usare ancora termini come eliminare, sopprimere, annullare, la parola chiave era una sola e inequivocabile: uccidere!
Mentre rileggeva l’intera pagina di appunti, sentì bussare alla porta.
«Un momento!» disse ad alta voce, mentre girava la chiave nella toppa.
Spalancò la porta, ma con sua grande sorpresa non trovò nessuno davanti a sé e nemmeno sul corridoio.
L’ascensore era fermo al piano. Si affacciò sulle scale, ma non vide in giro anima viva e non sentì nessun rumore sospetto provenire dalle altre stanze del secondo piano.
Ritornò sui suoi passi e sulla soglia della stanza fu investito dal rumore fastidioso di un grosso insetto, che ronzando gli sfiorò l’orecchio e gli fece reclinare il capo per la sorpresa e il ribrezzo.
«Maledette bestiacce!» imprecò, anche per lo stupore di trovarseli intorno in pieno inverno. Odiava le mosche e tutti gli insetti che volavano, ma in quel momento aveva ben altro cui pensare.
«Teste di cazzo!» Questo fu il suo laconico commento rientrando in camera.
Era senza dubbio uno scherzo di pessimo gusto di qualche cliente, tuttavia avrebbe giurato di avere sentito uno strano odore in corridoio. Lo stesso che aveva percepito entrando nella hall dell’albergo. Sul momento aveva pensato che quel cattivo afrore fosse da attribuire all’uso di un pessimo deodorante per l’ambiente, ma dopo aver parlato con il signore anziano della reception: un tipo bislacco, vestito in modo eccentrico, che non aveva l’aria di un semplice portiere, e che forse avrebbe potuto essere il proprietario, si convinse che quello sgradevole odore proveniva proprio dalla stessa persona che gli aveva consegnato con tanto entusiasmo la chiave della duecentotredici.
Un senso di nausea e un leggero capogiro lo spinsero a entrare nel bagno. Aveva delle fitte allo stomaco. Erano senza dubbio crampi per la fame. Doveva uscire da quel posto, voleva prendere una boccata d’aria fresca e, soprattutto, mangiare qualcosa; pertanto, con l’intenzione di andare a cercare un ristorante ancora aperto, si spogliò senza indugi e s’infilò sotto la doccia. Mentre lasciava scorrere il getto d’acqua calda sul viso, ripensava ancora a quello che gli era appena accaduto e ricordò con disgusto il refolo d’aria fredda e puzzolente, che lo aveva investito sulla soglia della porta. Si ricoprì con l’accappatoio che non trascurava mai di mettere in valigia e, prima di radersi, si asciugò senza fretta i corti capelli, brizzolati e ricci. Aprì la porta del bagno e ancor prima di vedere il suo inaspettato ospite, ne percepì l’olezzo disgustoso.
«Buonasera!» esordì il signore anziano che aveva incontrato al Bureau. Stava seduto in modo composto sul divanetto che fungeva da letto aggiunto e lo guardava in viso con un sorriso bieco e molto meno aperto e cordiale di un paio d’ore prima.
«Mi sono permesso di portarle la cena.» parlando sottovoce, quasi con severità, e indicando con un cenno del capo il vassoio colmo di vivande posato sul tavolino accanto al computer acceso.
Il signor Miles, per la grande sorpresa, balbettò un grazie, accennò una debole protesta, ma venne immediatamente zittito.
«Non si preoccupi, offre la casa» replicò il vecchio, con un tono autoritario che intimorì ulteriormente il signor Miles.
«Non è di questo che mi preoccupo, ma… non l’ho sentita entrare e…»
«Mi ha fatto entrare lei, non se lo ricorda? Ho bussato, lei ha aperto la porta ed io sono entrato. Poi lei si è chiuso immediatamente nel bagno e ho atteso per sincerarmi che tutto fosse a posto. Perciò eccomi qua. Perché si meraviglia tanto? Noi abbiamo cura dei nostri clienti.»
«Non abbia timore!» aggiunse poi, rivolgendo uno sguardo molto eloquente verso lo schermo luminoso del computer.
«Dunque, lei ha letto!» protestò, questa volta con una certa veemenza il signor Miles, «Come si permette! Sono cose personali, riservate.»
«Si calmi signore, si calmi!» disse l’intruso senza scomporsi, «Lei è stato perlomeno imprudente, lo ammetta, a scrivere cose tanto compromettenti e pericolose sul suo PC. Sono tempi in cui ci vuole molta cautela per affidare certe confidenze a queste macchine infernali. Una volta scritte lì, in quell’affare, le parole volano, diventano di dominio pubblico e, mi creda, si ritenga fortunato che le abbiamo intercettate noi per primi.», ponendo l’accento ancora su quel, noi.
«Lo so, lo so…» con un tono più conciliante, e guardando il volto sconvolto del signor Miles, aggiunse:
«Lei è stupito, lei pensava di usare il suo PC come fosse una comune macchina da scrivere, ma… se lo lasci dire, si sbagliava. E mi lasci spiegare perché questo non sia mai stato possibile, nemmeno ai tempi dei primi computer apparsi sul mercato negli anni Ottanta.»
L’ospite inatteso, che in seguito disse di chiamarsi Benelli, affermava inoltre di essere il proprietario non solo di quello, ma di molti altri alberghi sparsi nel mondo.
«Abbiamo letto! Sì, siamo a conoscenza delle sue intenzioni, però crediamo che lei da solo non sia ancora in grado di portare a termine il suo piano e intendiamo darle una mano. Si dia il caso che lei non sia nuovo a questo genere di imprudenze, il suo nome e il suo numero di matricola del PC ci era già noto e…»
Seguì una lunga serie di notizie, d’informazioni inerenti alla sua persona, così dettagliate e così precise da lasciare il povero Miles esterrefatto. Benelli elencava con spregiudicatezza fatti personali e descriveva particolari della sua vita che lui stesso a malapena ricordava e che non poteva confutare.
Benelli asseriva anche di essere a capo di un’importante associazione di livello mondiale, che aveva solo scopi umanitari e di essere in grado di avanzare una proposta molto interessante e vantaggiosa per entrambe le parti.
«La nostra organizzazione…» ostentando autorevolezza e competenza. «È in grado di occuparsi e con successo garantito del suo caso e, mi creda, tutto questo in cambio della sua semplice adesione al nostro grande progetto.»
Il Signor Miles si sentiva incapace di reagire. Era attratto dal tono di quella voce tranquilla, sicura, che ribadiva concetti condivisi, che ripeteva le stesse parole che lui non avrebbe mai osato pronunciare, ma aveva nella testa da sempre. Ci si abbandonò come sulla corrente di un fiume lento ma che inesorabilmente trascina.
«…e se teniamo conto che tutto ciò non le costerà nulla, nemmeno un centesimo, lei ne trarrà un grande profitto e giovamento per il resto della sua vita.»
Il Signor Miles si sentiva paralizzato e affascinato dallo sguardo del signor Benelli, che aveva parlato ininterrottamente seduto sulla punta del divanetto, tutto proteso in avanti verso il tavolo accanto al PC ancora acceso e sul quale il contratto era stato ripetutamente sfogliato.
Gli occhi di quell’uomo continuavano a fissarlo, sembravano frugargli dentro, ma la cosa più strana era che non trovava quell’insistenza sfacciata e le sue argomentazioni erano di una logica ferrea. Così alla fine, incapace di sollevare ulteriori eccezioni, rassegnato al proprio destino e convinto che quella per lui fosse l’unica cosa giusta e ragionevole da farsi, prese in mano la penna che Benelli gli porgeva e firmò il contratto. In quello stesso istante si sentì liberato dal grande peso che portava nel petto e finalmente poté respirare a pieni polmoni. Anche l’orribile fetore che prima saturava la stanza pareva improvvisamente svanito.
Il Signor Miles quella notte si addormentò stremato ma fiducioso.
«Vedrà, entro ventiquattro ore, tutti i suoi problemi saranno finiti.» Queste erano state le ultime parole che il vecchio Benelli aveva pronunciato prima di uscire dalla stanza, e a lui non restava altro da fare che aspettare.
Quando aprì gli occhi, dopo un sonno agitato da incubi e tormentato da strani dolori per tutto il corpo, era quasi mezzogiorno. Per un attimo pensò di aver fatto un brutto sogno, ma i fogli accanto a PC gli confermarono che quanto avvenuto durante la notte non era frutto della sua fantasia e della sua mente stressata. Ricordava le ultime parole di Benelli, ma non si sentiva per nulla tranquillo, e oltretutto aveva ancora dei dolori molto insoliti, soprattutto sulla fronte e sul fondo schiena. Passò il resto del giorno davanti alla TV con le persiane abbassate, per ripararsi dalla luce che non sopportava e, malgrado avesse mangiato solo i resti della cena e scolato tutte le bevande che aveva trovato nel mini bar, si sentiva rinvigorire col passare delle ore. Verso sera, completamente rinnovato nello spirito e nel corpo, finalmente ricevette la telefonata che attendeva con trepidazione.
Il suo socio in affari, l’amico fraterno, il compagno di una vita… era tragicamente perito in un incidente stradale. Chi lo informava della tragedia era un amico comune, anch’egli molto scosso dal drammatico evento.
«Ma com’è successo?» riuscì a domandare infine Miles, rimasto opportunamente in silenzio.
«Non lo so, non è ancora chiaro. Forse colpa dell’asfalto bagnato, forse della velocità, ma lo scontro è stato frontale e la morte… istantanea.»
Nel silenzio della stanza, il Signor Miles respirava ancora a fatica per l’emozione. Era incredulo, ma doveva ammetterlo: Mister Benelli era stato di parola.
Se ci pensava bene, anche considerando la seccatura di dover fingere dolore davanti alla famiglia, ai parenti e all’osservanza del lutto per un periodo conveniente, la sua vita adesso sarebbe cambiata certamente in meglio. Davanti allo specchio vedeva un uomo ancora molto giovane e vigoroso. Negli occhi aveva una nuova luce e il mento sfuggente sembrava più volitivo, ora che si guardava a testa alta. I due bernoccoli sulla fronte, come da contratto, si notavano appena sotto i riccioli che sembravano improvvisamente più folti e in quanto alla coda, che nel frattempo era cresciuta di un buon mezzo metro… ebbene, infilata nei pantaloni non si vedeva proprio per nulla.
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