domenica 3 aprile 2022

A TAL DEG ME! (Il Fattaccio)

A tal dèg me!

(2013 parole)

 
All’ora di cena non è facile trovare un posto libero davanti a       l’Hotel-Ristorante Corona. I clienti non superano quasi mai la dozzina, ma la maggior parte delle automobili posteggiate sul ghiaietto dell’entrata appartiene al personale e ad altra gente che non ha niente a che fare col ristorante. Un BMW metallizzato con la targa straniera, per esempio, sta lì da un paio di mesi senza che nessuno lo reclami, e c’è pure il SUV di un tale che abita dall’altro lato della strada, forse con il garage troppo piccolo per un bestione così grosso.
«La gente porta gente!»
Questo risponde Cremonini a chi gli chiede spiegazioni.
«Lo sanno anche i somari come funziona.» sostiene il grande capo “sotuttomè”. «Non c’è mica bisogno della laurea per sapere che ai clienti piace un po’ di movimento. Il localino tranquillo va bene per gli sfigati, per gli anemici, i vegetariani, i vegani e tutta quella gente inutile che rompe le balle e mangia quanto un canarino. Anzi, sai che ti dico? I clienti devono far fatica a trovare un tavolo libero, altrimenti non sono mica contenti… a tal dèg me!»

Il cortile interno invece è a completa disposizione dei clienti dell’albergo?
«Sì, perché la notte, con tutti i lassaroni che c’è in giro, non si può mai stare sicuri! E poi così non si fa confusione tra i clienti che dormono e quelli che mangiano.»
Questo sostiene Cremonini che ci tiene a separare la clientela, e a dare un senso alle due licenze che stanno appese alla parete dell’ufficio.
 «Allora, i clienti che mangiano e dormono, dove la devono mettere la macchina?» La domanda qualcuno se la pone anche ad alta voce.
«Ah… be’, sono i clienti migliori quelli lì. La mettano pure dove gli sta più comodo. Anche in camera da letto, basta che poi pagano e stanno buonini… a tal dèg ! »
Giulio, portiere notturno di fatto, ma anche fattorino, cameriere, barman, buttafuori e buttadentro, autista e guardarobiere all’occasione, arriva sempre all’ora di punta e ha risolto il problema del posteggio: la sua Ritmo, quel cesso di macchina che sta insieme col filo di ferro, la parcheggia davanti al Bar-Tabacchi di Pino. È più comodo. Là c’è sempre posto e poi non è lontano: dieci minuti di buon passo appena.
Giulio non entra mai dall’ingresso principale, preferisce la porta di servizio sul retro. Quindi attraversa la cucina salutando tutti quelli che incontra: il cuoco, il suo vice, i camerieri e Anita, la ragazza che lava i piatti e non alza mai lo sguardo da quel maledetto lavandino. Non gli importa granché di lei e del resto della brigata ancora meno; la passeggiata al piano terra serve solo per farsi vedere dal capo che, quando non sta tra i fornelli a litigare con lo chef, si intrattiene volentieri al tavolo dei clienti. Poi non deve fare altro che attraversare la sala, spingere la porta di vetro, entrare nella zona-albergo e prendere posizione dietro il bancone della reception.
Di solito Cremonini non si fa aspettare, invece questa sera tarda ad uscire dal ristorante.
«Giornata magra!» dice, al posto di buonasera. «In casa abbiamo quattro operai del cantiere, il geometra Bombelli che è arrivato stamattina e poi… una coppietta.»
Quando pronuncia l’ultima parola ha la faccia da martire e assomiglia al San Sebastiano che sua madre tiene sul comodino. A dottrina gli hanno spiegato che quella smorfia sul viso è rassegnazione cristiana, anche se con tutte quelle frecce infilzate nel corpo è un po’ difficile da credere.
«Sono saliti da poco… un’ora, forse qualcosa di più. I documenti sono ancora lì.»
«Quindi sono ancora da registrare?» domanda Giulio.
«Non ho avuto il tempo. Ci pensi tu? Poi metti anche questa sul loro conto.»
Cremonini gli sventola sotto il naso il conto del ristorante. Ha gli occhi che brillano, cerca di restare serio, ma si vede che non sta nella pelle. Poi si schiarisce la gola e infine, ostentando indifferenza, recita la cifra del totale.
«Che hanno mangiato per spendere così tanto?»
«Le solite cose, ma si sono scolati due bottiglie del miglior Valentini, e per finire lui ha voluto lo champagnino da portare in camera.»
«Quanto si fermano?»
«Secondo me non arrivano a domani mattina. Sono senza bagagli… non so se mi spiego.»
Invece si era spiegato benissimo, anche il passaporto nelle mani di Giulio parlava chiaro: Dolores Maria Victoria… etcétera, etcétera. Ventisei anni. Santiago de los Caballeros. Santo Domingo - Sin permiso de residencia -.
«Che cavolo dici? Non ti capisco.»
«Dico che a questa dominicana manca il permesso di soggiorno.»
«E tutta quella roba che hai detto sta scritta lì?»
«Sì e no, ma è quello che non c’è scritto che mi preoccupa.»
Cremonini è indeciso, vorrebbe protestare, far valere la sua autorità ma non può, sa di avere fatto una vaccata e adesso la sua attenzione è concentrata sul secondo documento.
«Vaccaboia!» esclama Cremonini. «Anche la carta d’identità di lui è scaduta da almeno cinque anni!»
Giulio scuote la testa, mentre osserva a sua volta da vicino la foto tessera. Quel pezzo di carta sembra uscito dal cestello della lavatrice, tanto è slavato e conciato male.
«Secondo me, questo qui è uno zingaro! ― fa Giulio, dopo un po’ e senza tanti giri di parole.
«Uno zingaro? Ma sei sicuro?»
«È un rom!» ribadisce Giulio con più convinzione «Uno Spinelli di Pescara, e questa faccia non mi è nuova. Forse è la stessa che ho visto sul giornale la settimana scorsa.»
«Ma dai… non scherzare!»
Sul volto di Cremonini il sorrisetto si è trasformato in una smorfia di fastidio, però è ancora incredulo e insiste.
«Sembravano a posto quei due ragazzi. Una coppia di giovani come tante altre. Sì, d’accordo, si capiva dall’accento che lei era straniera, ma lui… mi pareva un giovanotto come tanti… Anche vestito bene, e di belle maniere… Sei proprio sicuro che si tratti della stessa persona che hai visto sul giornale?»
«Proprio sicuro sicuro no, ma…»
«Occhei, occhei… cerchiamo di stare calmi!»
Cremonini dice proprio così, invece si vede che è preoccupato, e mentre riflette si gratta la pelata lucida come una cipolla.
«Va bene, va bene… ormai è andata così. Pazienza, e poi, a noi, che ci frega se questo è uno zingaro? Basta che non faccia storie e cacci la grana…»
L’arrivo dell’ascensore impedisce a Cremonini di concludere la frase. La porta a scomparsa si apre lentamente come un sipario e sulla pedana sospesa appare una giovane coppia: hanno grandi occhi, capelli scuri, sembrano fratelli, sorridono e si avvicinano allegri e di buon passo al bancone.
«Il conto per favore» dice il giovanotto con aria spavalda, appoggiando la chiave sul piano di marmo.
«Il conto?» ripete Cremonini, piazzandosi davanti alla calcolatrice. «Fattura o ricevuta fiscale?»
«Mi dica quant’è e basta… Abbiamo un po’ di fretta.»
Cremonini non fa una piega, scrive una cifra su un pezzo di carta, mentre il ganzo sfila dalla tasca un rotolo di biglietti da cento. Ne conta quattro e li lascia sul bancone.
«Va bene così!» Esclama, senza aspettare il resto. Quindi arraffa i documenti e saluta tutti con un gesto della mano.
«Hai visto? Che ti dicevo?  Non sono mica tutti uguali, ti ha lasciato anche tre sacchi di mancia… a t’al dèg! »
Sono le ultime parole del capo prima che scompaia dietro la porta di vetro. Nel piatto sono rimasti i tre biglietti da dieci. Serata grassa.
 
Al Bar-Tabacchi di Pino la porta è aperta anche in inverno, c’è soltanto una tenda di plastica a strisce che frusta l’aria, ma la puzza di fumo si sente lo stesso. Il proprietario ha piazzato il cartello “vietato fumare” proprio sullo scaffale delle sigarette in vendita. Della contradizione non frega niente a nessuno e intorno ai tavolini c’è sempre qualcuno che di nascosto si accende una cicca.
Sono le due del pomeriggio e tutti i tavoli sono occupati da clienti con le carte in mano. C’è gente anche in piedi che segue in silenzio le partite di scopa e quintiglio.
«Toh… guarda chi si vede!» Pino accenna un saluto con il capo, poi alza gli occhi sull’orologio da parete e aggiunge:
«Che ci fai qui a quest’ora? Non è un po’ presto per un portiere di notte?
«Che fai, sfotti?» fa Giulio, con l’aria rassegnata e gli occhi pesti.
Pino non risponde, sorride e mentre gli piazza la tazzina del caffè sul piattino, sussurra:
«Ma no, che dici? Il fatto è che non sono abituato a vederti a quest’ora del giorno.»
Giulio alza le spalle e prende tempo. Aspetta che sia Pino a parlare per primo. Gli si legge in faccia che sa tutto, del resto non è il solo a sapere del “fattaccio”. Tutto il paese ne parla.» 
Pino non si fa attendere, esce dal bancone con l’immancabile straccio in mano, finge di togliere la polvere intorno all’espositore delle caramelle e intanto si avvicina a Giulio:
«Siete finiti sul giornale» dice sottovoce. «Lo sanno tutti ormai… Che figura di merda!»
«Non lo dire a me» risponde Giulio, con la mano davanti alla bocca.
«Il tuo padrone è proprio un gran coglione!»
«Ah… be’, se lo dici tu…»
Il locale è pieno di gente, ma Pino si è preso una pausa, i clienti possono aspettare mentre lui riflette.
«Quelle banconote da cento, anche un bambino lo capiva che erano false.»
«Mica tanto» fa Giulio, scuotendo la testa. «Lo zingaro le ha rifilate anche a Bruno il macellaio, a Mimì per il pesce, a Cicinà per la frutta e con l’ultima si è comperato pure un paio di scarpe al mercato e nessuno si è accorto che le banconote erano false.
«Tutti rincoglioniti! Il macellaio pensa solo alle sue corna, Mimì è cieco come una talpa e il contadino… l’ultimo biglietto da cento l’aveva visto a Natale dell’anno scorso.
Giulio non lo vuole contraddire. Del resto, lui, le banconote dello zingaro non le ha tenute in mano e non le ha viste nemmeno da vicino.
«E tu che fai adesso, sei a spasso?»
«Ma no, domani l’Hotel Corona riapre i battenti.»
«Ah sì!? Menomale… Quanti giorni di chiusura vi hanno appioppato?
«Tre giorni chiusura e una bella multa.»
«Bella quanto?»
Giulio mostra il palmo della mano aperta.
«Minchia! Oltre al danno anche la beffa. Dopotutto il Corona ci ha rimesso un sacco di soldi. E il conto, adesso, chi lo paga? E poi…Perché una multa così salata?»
Giulio non ha voglia di parlare dei guai del suo gran capo Sotuttomè. Non se la sente di elencare tutti i capi d’accusa: favoreggiamento alla prostituzione, omissione di denuncia su pubblico registro, mancata emissione di regolare ricevuta fiscale, spaccio di banconote false, soltanto per citare le accuse più gravi.
Il barista per sua fortuna non insiste, anzi, alza le spalle e minimizza con qualche smorfia.
«Cazzate! Sono tutte cazzate! Lo so come vanno queste cose, quando ti arriva la finanza in casa, qualcosa di irregolare ti trova sempre. Quegli stronzi se la prendono sempre con noi poveri commercianti…»
Pino scuote la testa, sbuffa un po’, si guarda in giro, poi gli appoggia la manona sulla spalla.
«Lo zingaro è stato arrestato questa mattina. L’hanno pizzicato in un hotel di San Benedetto e stava con una ragazza straniera. Una romena credo, o qualcosa del genere.»
«Romena? Qui stava con una sudamericana.»
«L’avrà cambiata! Però in tasca aveva un sacco di banconote false e stava per fregare un altro onesto commerciante.
«Onesto?» Pensa Giulio, mentre avvia il motore della Ritmo. «Mica tanto, quell’impiastro di Cremonini ha avuto il coraggio di farsi ridare i soldi della mancia che lo zingaro aveva lasciato per lui.
«Li ho già spesi» aveva risposto semplicemente, nel tentativo estremo di tenersi il misero bottino.
«Nessun problema, te li trattengo dalla busta paga!» Era stata la risposta del grande capo Sotuttomè. E neppure l’accenno allo stipendio che da un paio di mesi non usciva dalle sue tasche, lo convinse a cambiare idea.
«Ma te lo sai quanto mi è costato questo scherzetto? No, dico, hai un’idea di quanti soldini ci ho rimesso? Pensa che a momenti finivo in galera… a tal dèg!»

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