LA VERITA’
UCCIDE
(2652 parole)
Giulio è quasi sempre l’ultimo cliente della sera e quando il barista-tabacchino, alle sei e mezzo di mattina, solleva la saracinesca, se lo ritrova ancora lì davanti che aspetta. Mentre beve il caffè, un fischio disperato della Cimbali butta all’aria le prime note di Everytime. Quella canzone gli è venuta a noia e pure il cantante, con quel ciuffo enorme in testa, gli sta antipatico.
Pino ha già sbrigato le altre faccende: ha rovesciato le sedie sui tavoli, caricato i frigoriferi e passato lo straccio con la candeggina.
Al piano di sopra, sua moglie aspetta che lui spenga le luci per buttare la pasta. Anche lui attende con pazienza che l’ultimo cliente della giornata finisca di dare un’occhiata alla cronaca locale sul Centro. Sono quasi le nove di sera, ma per il portiere di notte dell’Hotel Corona, le notizie sono ancora fresche.
«Portalo via se ti interessa, così questa notte hai qualcosa da leggere. Ti aiuta a stare sveglio, o no?»
Il barista glielo dice tutte le sere. Del giornale Giulio non sa che farsene, ma non ha il coraggio di rifiutare e ogni volta finisce per ripiegarlo e per infilarselo nella tasca della giacca.
Ringrazia con un gesto e non dice una parola.
«Quel tizio lì… Quello che si è sparato in testa» attacca Pino «Era un cliente del Corona, vero? Si chiamava Zanoletti, anche se tutti lo chiamavano Aldente…»
«Aldente?» ripete. «Che cavolo di nome è?»
La prima è una domanda inutile, e anche la risposta sarebbe ovvia. Per la seconda ci vorrebbe un po’ più di tempo per spiegarlo, ma non vale la pena. C’è una nota di sarcasmo nel tono della voce del barista. A Giulio non piace quello sguardo di complicità, ma non può far altro che annuire e restare in silenzio.»
«Lo vedevo spesso da queste parti» continua il barista. «Si fermava a prendere il caffè e le Marlboro: due pacchetti alla volta.»
Giulio decide improvvisamente che è tardi: prende un pacchetto di caramelle dall’espositore, infila le Camel in tasca, mette i soldi contati sul bancone e fa per andarsene:
«La vuoi sentire una storia?»
Il suo turno di notte comincia tra dieci minuti, ma deve solo attraversare la statale al semaforo, camminare sul ciglio della strada per cinquanta metri verso sud ed è arrivato. Anche se ritarda di qualche minuto non è la fine del mondo.
«Sentiamo.»
«Una mattina di qualche settimana fa, saranno state le otto, le otto e mezza al massimo, si è fermato un Mercedes. Proprio qui, davanti al bar. Sono scesi due uomini di mezza età e, dalla faccia e da come erano vestiti, si capiva che avevano passato la notte al night, e forse in una bisca. La parlata era molisana, quasi pugliese. Mentre fanno colazione al banco ciancicano tra di loro in dialetto stretto. Non vogliono farsi capire. Cretini! Sono cresciuto dietro il bancone del bar e ho imparato anche il linguaggio delle labbra. Se voglio, non mi scappa niente.»
«Si fa tardi» dice Giulio. «Cerca di fare in fretta.»
«Te la faccio breve. L’argomento era una mano di poker e un certo avvocato di Teramo che ci aveva lasciato le penne. Pare che questo tizio abbia perso tutto: pure la casa, sosteneva il più grosso dei due. Insomma, un sacco di soldi. Parlavano anche di una donna, forse la moglie dell’avvocato… Però a quel punto ho dovuto dare retta ad altri clienti e mi sono perso la fine del discorso.
«Si è giocato anche la moglie? È questo che intendi dire?»
«Sì, ha messo sul piatto anche la moglie, ma il bello viene adesso: a vincere la mano è stato proprio questo Aldente.»
«Cazzo!» esclama Giulio, ancora incredulo «Questa sì che è una notizia. Il nome di questo avvocato?»
«Be’, adesso mi chiedi troppo.»
Giulio vorrebbe saperne di più, ma ormai s’è fatto tardi. Volta le spalle a Pino, la mano alzata in un saluto e l’altra già infilata fra le frange della tenda a strisce che lo separa dall’uscita. Ci infila anche una gamba e poi si blocca. La sua faccia ricompare tra le strisce.
«Mi vuoi dire che c’entra tutto questo con il suicidio di Aldente?»
Pino fa spallucce: «Non lo so, forse niente.»
«Allora perché me l’hai raccontato?» domanda il portiere di notte, metà corpo di qua e metà di là.
Pino gira intorno al banco. Spegne quasi tutte le luci in sala e lo raggiunge sulla porta. Ha gli occhi pallati e un fare cospiratorio. Giulio si sposta d’istinto oltre la pralinatura della tenda, ma la voce dell’altro lo raggiunge lo stesso.
«Adesso siamo in due a sapere che non si è ammazzato per i soldi. È già qualcosa, non ti pare?»
*
Sono quasi le dieci e mezza e Giulio aspetta ancora. Seduto sullo sgabello alto, e le mani aggrappate alle ginocchia, non riesce a staccare lo sguardo dal casellario. Ha gli occhi fissi sulla numero centoquindici e sta pensando a quante volte negli ultimi mesi ha dovuto consegnare quella chiave nelle mani di Aldente e della sua stupenda amante bionda. Fa fatica a pensare che non succederà più e in quell’istante, ha la certezza che non rivedrà mai più nemmeno lei. O forse sì? Forse la incontrerà per strada, forse un giorno se la troverà di fronte e sentirà ancora la scossa nelle ginocchia e il sangue mandare a fuoco le sue povere orecchie… Maledette! Era costretto a portare i capelli lunghi per nascondere quel difetto.
Giulio dovrebbe controllare subito il registro arrivi e partenze, ma aspetta ancora. Aspetta! Sì, aspetta anche se ha voglia di affacciarsi in sala ristorante, e vedere perché il suo capo ritarda. Intanto le ragazze del night che stanno a pensione sono già uscite alla spicciolata. L’aria nel piccolo ingresso è diventata irrespirabile. Giulio non saprebbe dare un nome a quei profumi, ma ha imparato a distinguerli e riconosce le signorine anche a occhi chiusi.
Riprende in mano il giornale che poco prima aveva buttato nel cestino della carta e rilegge l’articolo un’altra volta. Non ci sono dubbi. Manca la foto, ma il nome corrisponde, anche l’indirizzo dove è stato rinvenuto il cadavere con una pallottola nella testa è quello giusto. I suoi connotati li ha trascritti un sacco di volte, li conosce a memoria. Il suo vero nome è un altro, anche se tutti lo chiamavano Aldente, per via di quella mania di mangiare la pastasciutta quasi cruda. Quando entrava nel ristorante spaccava i maroni al cameriere e al cuoco. «Mi raccomando la pasta, che sia bene al dente. Sono stato chiaro? Al-den-te!»
Finalmente Cremonini arriva.
«Hai letto?» dice guardando anche lui il giornale. «Ha fatto proprio una brutta fine. Chi l’avrebbe mai detto?»
Parla con la voce bassa, ha la fronte corrucciata, il viso serio, ma non sembra turbato. Il grande capo “Sotuttomè” ha avuto tutta la giornata per metabolizzare la notizia. La morte di Aldente non è più una sorpresa per lui.
«E adesso?» La domanda di Giulio non scuote il titolare, il capo sembra avere altri pensieri.
«Adesso cosa?» ripete scrollando la testa. «Ti stai domandando perché mai abbia fatto una cosa del genere?»
Giulio si stringe nelle spalle e annuisce.
«Che cazzo ne so! Forse era stanco di vivere. Vai a sapere. Forse era ammalato e nessuno lo sapeva. O forse aveva altri problemi sulla coscienza. Certo è che abbiamo perso un ottimo cliente. Anche se era un grandissimo figlio di…»
Cremonini si tappa la bocca, alza agli occhi al cielo e borbotta, pace all’anima sua, accennando un frettoloso segno della croce.
Poi lo guarda negli occhi fisso e dopo un po’, passando una mano sul cranio lucido, aggiunge:
«Ma tu lo sai chi era quella donna che Aldente si scopava?»
«No, non lo so.» Giulio sente le orecchie prendere fuoco un’altra volta. Si era sempre domandato come facesse una donna giovane e bella come quella, a frequentare un uomo viscido e vecchio come Aldente, e adesso che era vicino alla verità, non era più sicuro di volerla conoscere.
«Quella bionda lì, non è una ragazza da night qualunque. Non è una professionista e nemmeno una baldracca, è una povera donna che…» Cremonini tentenna, è indeciso e all’ultimo minuto decide di non parlare.
«È forse la moglie di un avvocato di Teramo? Un tipo con il vizio del gioco?»
Giulio è pentito di quello che ha appena detto, ha seguito il suo istinto ed ha aperto bocca senza riflettere, ma adesso guarda Cremonini e teme la sua reazione.
— Ah… lo sapevi anche tu? Bestia! Ma lo sanno proprio tutti. E allora, perché mi fai parlare tanto?
*
Forse era vero. Forse erano in tanti a sapere ciò che combinava quel vecchio porco, ma probabilmente non tutti conoscevano la verità su quel rapporto malsano, e ancora meno erano quelli che potevano dire di averla vista di persona. Lui era il solo in albergo in grado di riconoscerla e di poterla chiamare per nome. Una volta l’aveva anche fatto. La parola gli era sfuggita dalle labbra con un soffio. Il cuore in gola, malfermo sulle ginocchia le aveva aperto la porta. L’accenno di un sorriso era stata la sola risposta, ma per la prima volta i loro occhi si erano incontrati.
Anche Cremonini, il grande capo sotuttomè della tribù dei Sapientoni, lui che faceva tanto il gradasso, non l’aveva mai vista nemmeno in fotografia.
«Ma com’è la donna di Aldente?» gli aveva chiesto un giorno. «È davvero così bella come si dice?»
Aldente, le sere in cui aveva appuntamento con la misteriosa donna dagli occhi tristi e chiari come il cielo d’inverno, cenava solo al ristorante dell’albergo, poi si attardava al bar scolandosi due o tre Vecchia Romagna, quindi prendeva possesso della stanza che aveva avuto cura di prenotare con largo anticipo. Afferrando la chiave lo guardava fisso dietro le lenti scure dei suoi occhiali e, invariabilmente, ripeteva: «Giovanotto, stai in campana, aspetto una visita importante.»
Giulio lo odiava in quel momento. Era certo che volesse sfotterlo ed era come se gli dicesse: «Ehi, bamboccio! Che hai da guardare? Aspetta e vedrai di che cosa è ancora capace questo vecchietto!»
Verso le undici, e comunque mai dopo la mezzanotte, lei entrava nella hall con l’aria trafelata. Lo faceva per darsi un tono, e forse era davvero preoccupata, come chi sa di essere in ritardo o nel posto sbagliato. Si avvicinava alla reception e porgendo la patente, lo guardava anche lei dritto negli occhi, ma la sua voce era un sospiro dolce e sapeva di menta fresca.
«Ecco, tenga…» diceva, appoggiando il documento sul bancone della reception. «Per favore, non mi registri… tanto non faccio tardi… vado via presto.»
Lo ringraziava con un sorriso e senza aspettare l’ascensore, scivolava leggera sulle scale. Ogni volta Giulio compilava la schedina, che regolarmente stracciava prima della fine del turno.
Adesso era ancora più convinto di aver fatto la cosa giusta. Però la morte di Aldente era sempre più inspiegabile. Era ricco quel vecchio porco, e possedeva Alice, una donna giovane tra le più belle che lui avesse mai visto: perché togliersi la vita in quel modo?
«Hai sentito cosa sta dicendo quel coglione?»
Giulio scuote il capo sfiorandosi l’orecchio; allora Pino si allunga dalla sua parte e con lo straccio in mano finge di lustrare il bancone.
«Sta parlando di Aldente, dice che tanti anni fa, quando era ancora un giovanotto, è dovuto scappare dal paese perché aveva messo nei pasticci una donna. Il padre della ragazza incinta, voleva fargli la pelle!»
«Non si fa fatica a credergli» dice Giulio.
Il montanaro dice altre cose, anche sul conto della famiglia di Aldente. Pettegolezzi e maldicenze che Giulio non vuol sentire. Si sente soffocare. Ha bisogno d’aria. Sono tre giorni che in paese non si parla d’altro. Ormai tutti sembrano convinti che Aldente si sia ucciso per una delusione d’amore. La giovane amante, una donnina allegra e intraprendente nelle ultime indiscrezioni, dopo averlo spennato per bene, lo aveva definitivamente abbandonato. E la gara ad infangare la memoria di Zanoletti, era solo all’inizio. Del resto, Aldente, noto traffichino dal carattere arrogante, che si spacciava per agente immobiliare, donnaiolo impunito e cosa ancora più difficile da accettare, giocatore d’azzardo baciato dalla fortuna, non era mai stato simpatico alla maggior parte dei compaesani.
*
Il lungomare è spazzato da un forte vento di levante e la pioggia arriva a scrosci dalla parte del mare. L’asfalto lucido è uno specchio nero sul quale scorrono riflessi e giochi di luce in rapida sequenza. Immagini che si dissolvono ogni volta che la Fiesta incontra i fari di un'altra vettura. Giulio pensa ai giorni di festa in cui suo padre tornava a casa in licenza: ai regali sotto l’albero, al salotto buio e le diapositive sulla parete. Tramonti da cartolina, panorami notturni e scorci di strade poco illuminate, erano i soggetti preferiti del babbo. Ne scattava a centinaia, poi costringeva tutti gli invitati a sedute interminabili davanti al proiettore. A ottobre sono già cinque anni che lui non c’è più. Sembra sia passato un secolo. Forse perché la data sulla lapide è di un altro millennio. L’ultima volta che l’ha vista faceva ancora caldo… È quasi un anno che non passa da quel cancello.
Al camposanto ci arriva in un mattino caldo e luminoso, di quelli che precedono il Natale e non sono un’eccezione da quelle parti. Ha soltanto un maglione addosso eppure non sente freddo. Non ha detto niente alla mamma, preferisce essere solo. Ha comperato al chiosco dei fiori freschi e si sente impacciato con quel mazzo in mano. Ma molto meglio così, perlomeno evita d’infilarsele nelle tasche.
Deve percorrere il vialetto centrale altrimenti si perde, poi, quando arriva al monumento con l’angelo, sa che deve svoltare a destra. Da lì non è difficile, il posto lo conosce. Nel prato ci sono tumuli freschi e non tutti hanno una foto. Una la riconosce subito e ha un sussulto.
È quella di Zanoletti Domenico e gli fa uno strano effetto leggere il suo nome così per esteso. Aldente non l’hanno scritto, anche la fotografia non è recente, non sembra nemmeno lui.
È molto più giovane ed è senza occhiali. Non glieli aveva mai visti gli occhi così da vicino… così chiari, grigi e freddi come il cielo d’inverno. Lo stesso taglio triste. E quella fronte. La bocca poi è identica. Si inginocchia per guardarla meglio e adesso non ha più dubbi. La somiglianza con Alice è straordinaria… Adesso, tutto è chiaro. Adesso, conosce la verità. La verità che ha ucciso Aldente.
Nessun commento:
Posta un commento