IL PREZZO
DEL SILENZIO
(3026 parole)
Il frastuono della serranda risuonò nella via deserta come la sventagliata di un mitra. Artù accese la lampada sul comodino, guardò la sveglia e rimase lì, col collo torto, gli occhietti spalancati, ad osservare incredulo le lancette che spaccavano a metà il quadrante.
Le sei in punto.
Mario non apriva mai i battenti del suo locale prima delle sette. Non era nemmeno giorno di mercato. Come mai così presto?
Il vecchio Arturo se lo domandò mentre litigava con la trapunta pesante e il copriletto che l'avviluppava in un intricato disegno all'uncinetto. Il rumore di ferraglia arrivava certamente dal bar di fronte, di questo ne era certo, e di riprendere sonno non ci sarebbe stato verso. Era sicuro anche di questo Arturo ma, se voleva restare ancora un po’ di tempo al calduccio nel letto, doveva prima sincerarsi che giù in strada tutto fosse in ordine.
Attraverso le persiane accostate riuscì a intravedere, tra le poche auto parcheggiate sul margine della carreggiata, l’inconfondibile mascherina della Fiat del barista. Non avrebbe potuto confonderla con nessun altra, vuoi per il color carta da zucchero (scelta dettata dal risparmio e non dal gusto), vuoi per l’angolatura sbilenca del parafango, ferito dalla retromarcia di un avventore in evidente stato di ebbrezza qualche mese prima. Artù intravide le gambe dell’uomo oltre il proscenio della serranda e si compiacque della sua solerzia: era ora che si desse da fare!
Gli affari non dovevano andargli più molto bene, soprattutto da quando in fondo alla via avevano aperto un altro bar: un nuovo locale più moderno, più spazioso con un numero impressionante di macchinette mangiasoldi. Con i quattro vecchi che gli erano rimasti fedeli e i pochi passanti che occasionalmente entravano per un caffè o un bicchiere di vino, doveva essere difficile raggranellare a fine mese i soldi per l’affitto, le bollette e le tasse. Aveva pure una famiglia sulle spalle da campare, una moglie che non si vedeva mai dietro al bancone e due figli in tenera età. Erano in molti ormai nel quartiere a domandarsi per quanto tempo il Cin-Cin Bar avrebbe resistito ancora.
«Buongiorno» disse qualcuno sulla soglia.
«Buondì» rispose Mario, senza voltarsi da quella parte. Ascoltò in silenzio il rumore dei passi… tre, quattro, cinque, sei.
«Caffè?» disse, senza smettere di allineare le tazzine del caffè sulla caldaia della Cimbali.
«Sì, grazie, lungo e macchiato caldo» rispose il cliente con uno spiccato accento straniero.
Adesso Mario credeva di sapere chi fosse l’uomo alle sue spalle. Non lo aveva ancora guardato in faccia ma già avvertiva nell'aria l’odore della sua colonia, e avrebbe sentito anche il respiro sul collo, se il cuore per un momento avesse smesso di fare tanto rumore. Erano giorni ormai che aspettava quel momento e ora l’attesa era finita. Sapeva che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno e quel qualcuno adesso era lì, in piedi e in silenzio a un paio di metri da lui.
«Per i cornetti…» disse, «ancora qualche minuto, sono nel forno.»
«Non fa niente» rispose il cliente con molta calma. «Non si preoccupi, non sono qui per questo.»
«Ah… allora è lei?» solo dopo qualche secondo il barista ripeté schiarendosi la voce, «Allora è lei, che…»
«Sì, sono io.»
Il suono di un cicalino impertinente impedì all’uomo di continuare.
«Non è niente» disse Mario scostando la tenda del cucinotto sul retro. «È il forno, adesso smette.»
Quando ritornò il silenzio, Mario adagiò la tazzina del caffè nel piattino; con l’altra mano avvicinò il cestino dello zucchero, alzò lo sguardo davanti a sé e si trovò con gli occhi puntati su una cravatta regimental dai colori spenti. Dovette alzare la testa ancora di qualche grado per incontrare la faccia di un giovanotto con il cranio completamente rasato. Aveva un’espressione stanca, le palpebre degli occhi a mezz’asta e sulle guance scarne spuntava una barba rossiccia, rada e ispida. Il colletto della camicia era sporco, anche la giacca stretta di spalle e corta di maniche era sgualcita, come se ci avesse dormito dentro tutta la notte.
«Don Ciro vi manda i suoi saluti.»
Mario aprì un cassetto sotto la cassa, prese una busta di carta bianca e la posò sul bancone, proprio di fronte al cliente. L’uomo calvo se la infilò in una delle tasche interne, finì di bere il caffè e, senza salutare, uscì dal bar.
Mario attese che la porta di vetro si richiudesse completamente, poi inspirò a pieni polmoni. Nel locale faceva ancora freddo, i caloriferi erano tiepidi ma lui sentiva caldo. Allentò il nodo della cravatta, passò il dorso della mano sulla fronte e alzò gli occhi sull’orologio a parete.
Le sei e trenta.
L’ultima telefonata era stata chiara: “Lunedì mattina alle sei e mezza in punto.” L’uomo al telefono, con lo stesso accento del giovanotto calvo, non aveva detto altro. Non ce n’era bisogno. Quello era l’ultimo avvertimento. O pagava il pizzo a Don Ciro il grosso, oppure…
Oppure?
Era uno sporco ricatto. Da molti mesi quel bastardo pretendeva da lui la mazzetta in cambio di una presunta protezione. Da chi e da che cosa non aveva importanza. Si doveva pagare e basta.
All’inizio si era accontentato di poche decine di Euro, poi la quota era salita: prima a cento e adesso erano già tre i bigliettoni che doveva sborsare ogni mese.
Questa è l’ultima volta, disse espirando l'aria incamerata. Lo giuro.
Doveva liberarsi definitivamente di quel delinquente che stava a capo di tutta la banda. A tutti i costi.
Il piano in fondo era semplice e prevedeva un’unica soluzione: la morte di Don Ciro! Era il solo modo per togliere di mezzo quella sanguisuga che lo stava dissanguando. Tuttavia, il fatto doveva sembrare un incidente e, soprattutto, nessuno avrebbe dovuto sospettare di lui. Per questo aveva accettato di pagare, faceva parte del piano, ma adesso sarebbe passato all'azione.
Artù scese le scale a piedi rinunciando all’ascensore. Le gambe gli facevano male, ma aveva deciso di seguire il consiglio del medico di famiglia. Cerca di camminare almeno un’ora al giorno, gli aveva detto senza mezzi termini, altrimenti sarà sempre peggio.
Peggio di così… si disse, passando davanti al Cin-Cin bar. L’insegna era spenta, anche l’interno completamente buio. Solo in quel momento si ricordò che era mercoledì. “Chiuso per turno settimanale” indicava il cartello appeso alla vetrina.
Poco male, pensò, il caffè lo prendo al bar della stazione, da quelle parti un tassì lo trovo di sicuro. Soltanto qualche mese prima, a casa della Luana ci sarebbe andato a piedi ma, adesso, con quel dolore alle anche, no, non ce l’avrebbe mai fatta. Si sarebbe stancato troppo.
Però doveva presentarsi all’appuntamento in buona forma, se voleva far fruttare al meglio il maledetto centone che la bella signora, una volta al mese perlomeno, gli sfilava con grazia dalle mutande.
C’era stato un tempo non lontano, subito dopo la scomparsa della sua povera moglie, che a quella porta era stato costretto a suonare con cadenza settimanale. Poi invece, il passare degli anni e il lento dissanguarsi del suo libretto postale lo avevano obbligato ad un progressivo digiuno.
I soldi della pensione bastavano appena per tirare avanti.
Artù non lo avrebbe mai ammesso, ma in cuor suo sapeva che in via Don Bosco ormai ci andava soltanto per abitudine, e anche per avere una donna alla quale pensare nei momenti di solitudine. Luana lo ascoltava anche al telefono, si interessava della sua salute, gli dava dei consigli utili sul come mandare avanti la casa, come tenerla pulita senza doversi affaticare.
Ma sopra a ogni cosa amava il fatto che fosse in grado di riconoscerlo dal timbro di voce, senza mai dimenticare il suo nome. Era lei ad avergli appiccicato quel nomignolo così altisonante. Lui credeva in onore della sua spada portentosa, mentre lei, a sua insaputa, alludeva al Mastino Napoletano del vicino di casa che, tra l’altro, aveva le stesse movenze e lo stesso grugno del vecchio Missaghi.
Nel piazzale della stazione i bar aperti erano almeno due, ma del caffè non ne aveva più voglia, inoltre si sentiva stranamente bene. La camminata gli aveva sciolto i muscoli e il dolore alle ossa era più che sopportabile. Se proseguiva in quella direzione, tagliando poi per i giardini pubblici, avrebbe risparmiato trecento metri e una ventina di Euro almeno. Il tassì era diventato carissimo: a quell’ora scattava già la tariffa notturna. Per il sì e per il no, alla fine stabilì che sarebbe stato molto più economico e salutare proseguire a piedi. Attraversò il viale della circonvallazione, s’infilò nella viuzza che conduceva ai giardini e, dopo una camminata sul ghiaietto fine in cui si perse ad ascoltare il tramestio delle proprie scarpe, si trovò ai piedi della scalinata che lo avrebbe portato proprio dalle parti di via Don Bosco. I gradini in pietra grigia rappresentavano un ostacolo da affrontare con molta cautela: alti, scivolosi e scarsamente illuminati da due miseri lampioncini e dal chiarore della luna. Li guardò con ansia e rispetto. Prima di affrontare la rampa si aggrappò saldamente al corrimano in ferro, si fece coraggio e, proprio nell’istante in cui la suola raggiungeva il primo, sentì un urlo disumano raggelargli il sangue. Poi un tonfo, seguito da altri rumori sordi in rapida sequenza e sempre più vicini. Quando tutto fu silenzio udì chiaramente dei gemiti provenire al di sopra della sua testa. Dovette salire soltanto pochi gradini per trovarsi tra i piedi qualcosa di voluminoso, pesante, informe, ma ancora vivo. L’uomo respirava ancora quando Artù si inginocchiò per prestargli soccorso. Aveva gli occhi sbarrati, e dalla bocca non uscivano che suoni soffocati e indistinti. Artù si abbassò tendendo l’orecchio destro, quello buono, verso la bocca insanguinata: “È… sta… to…”
«Chi è stato?» ripeté Artù. «Chi è stato?»
La prima settimana era stata la più dura.
La notizia della morte di Don Ciro il grosso, aveva fatto il giro della città in un baleno. Anche i giornali e la televisione in quei giorni non avevano parlato d’altro. Più di una volta Arturo aveva temuto per la sua sorte ma, adesso, a distanza di sei mesi dal fatto, si sentiva più al sicuro. Nessuno l’aveva visto quella sera attraversare i bastioni e, dopotutto, di cosa lo avrebbero potuto accusare? Lui non aveva fatto niente di male. Don Ciro era già morto. Non respirava più. Era già cadavere quando gli aveva voltato le spalle e si era dileguato nel buio.
Alla fine, quel disgraziato, poco prima di chiudere gli occhi e con l’ultimo respiro un nome l’aveva pronunciato.
Artù lo conosceva bene quel nome, ma… No, lui non aveva parlato. Lui voleva restare fuori da quella brutta storia. Non desiderava altro che farsi i fatti suoi e campare tranquillamente gli ultimi anni della sua tribolata esistenza.
“No, io non parlo!” Lo aveva detto anche a Luana che lui non avrebbe detto nulla. “Niente storie. Non voglio grane con la polizia e la giustizia. Io voglio campare in santa pace.”
In santa pace. Ripeté sottovoce, scostando la persiana per guardare meglio dall’altro lato della strada.
Il suo silenzio gli aveva risparmiato una montagna di seccature e, da ciò che poteva constatare da alcuni mesi a quella parte, anche al Cin-Cin Bar le cose sembravano andare meglio.
Dopo la morte di Don Ciro, l’intera banda era stata sgominata dalla polizia. Alcuni erano fuggiti, mentre altri erano finiti dietro le sbarre, condannati da una sfilza di capi d'imputazione. Le accuse andavano dall’estorsione alla ricettazione, controllo e distribuzione illecita di macchinette da gioco truccate, racket e favoreggiamento della prostituzione. Anche la sala giochi in fondo alla via era stata chiusa e…
Maledizione! Pensò ancora, allungando il collo per vedere meglio.
Le automobili in sosta avevano invaso anche i marciapiedi e il via vai di motorette, gli schiamazzi e la musica ad alto volume andavano avanti tutto il giorno e proseguivano fino a notte fonda. Lui invece aveva bisogno di dormire. Dormire e dimenticare la faccia di Don Ciro che gli soffiava nell’orecchio il nome del suo assassino.
Riaccostò la persiana, chiuse la finestra della cucina, poi, trascinò le gambe fiacche fino alla fine del corridoio. La porta dello sgabuzzino si aprì mandando un lamento che fece raddrizzare le orecchie al vecchio soriano che aveva fatto tana sul termosifone. Sapeva dove mettere le mani, l’avrebbe trovata anche a occhi chiusi, non doveva fare altro che spostare qualche scatola di cartone, toglierla dalla custodia, dargli una spolverata, infilarle un foglio di carta intonso e battere sui tasti. Non ci voleva molto, le parole le aveva già tutte in testa. Luana gliele aveva ripetute un centinaio di volte.
“Non puoi andare avanti così…” gli diceva quando si lamentava per i dolori, e per non aver chiuso occhio per il troppo rumore. “Finirai per ammalarti e… Non pensi un poco anche a me?”
Che mente quella donna. L’idea era stata sua, lui, non doveva fare altro che eseguire i suoi consigli alla lettera. Indossare i guanti di lattice per non lasciare impronte, disfarsi della macchina da scrivere una volta usata e spedire la busta all’indirizzo che lui sapeva.
Mario parcheggiò la Fiat blu di fronte al Cin-Cin Bar, mentre il campanile della Chiesa di San Giacomo batteva il primo di sette colpi. Sollevò la pesante saracinesca in perfetto orario con molta, molta cautela. I vicini di casa erano sul piede di guerra e avevano protestato anche per il fracasso di quella vecchia e scassata serranda. E lui non voleva grane, non aveva nessuna intenzione di crearsi nemici, soprattutto adesso che gli affari avevano incominciato a girare nel verso giusto.
Quel pezzo di carta sul pavimento era quasi sicuramente una lettera. Mario l’adocchiò subito attraverso i vetri della porta e la osservò con sospetto mentre girava la chiave nella toppa. La raccattò con fastidio, accartocciandola come era solito fare con i volantini pubblicitari, quindi con una manata energica la depositò sul bancone del bar.
Non aveva tempo di leggere le lettere del parroco o del vecchio amministratore del condominio, gli unici che ancora si ostinavano a usare i francobolli per la posta. I primi clienti sarebbero entrati a minuti e doveva ancora sistemare tutte le sedie.
Entrò nel cucinotto scostando la tenda e preparò i cornetti surgelati da infilare nel forno. Impostò la leva dei minuti e regolò i gradi della temperatura. Quindi ritornò di nuovo al bancone del bar e trafficò per alcuni minuti intorno alla Cimbali. Non era ancora entrato nessun cliente quando sentì il cicalino del forno che reclamava la sua attenzione. Si voltò di scatto temendo di ritrovarsi ancora di fronte all’uomo calvo, invece non vide nessuno ma, al suo posto sul bancone, trovò la busta bianca.
La prese in mano, la soppesò, riconobbe i caratteri stampati della Lettera22. Mentre lacerava il bordo della busta pensò alla sua gloriosa Olivetti. “Che fine ha fatto?” si domandò, prima di leggere le poche parole stampate sul foglio A4:
Mario attese l’ora indicata nella lettera anonima prima di scendere dall’automobile. Doveva percorrere soltanto gli ultimi cento metri e raggiungere i primi gradini della scala. L’ingresso era transennato ma entrare nella zona vietata era un gioco da ragazzi. Il posto non era stato scelto a caso: i ricattatori volevano fargli capire che sapevano tutto. Qui hai ucciso Ciro e qui, nello stesso posto devi pagare il prezzo del silenzio. La strada era deserta, soltanto una battona passeggiava sotto il lampione sull’altro lato del viale che costeggia i Giardini Pubblici. Meglio così, si disse, gli autisti saranno distratti dalle cosce nude e dalle grosse tette al vento della mignotta. Del resto, lui era pratico della zona, in quel posto aveva teso l’agguato a quel fetente di Ciro il grosso, e sapeva come non farsi notare. La busta piena di soldi, sudatissimi quattrini guadagnati onestamente, stava per passare di mano, ma… maledizione, non aveva altra scelta che pagare il ricatto. Infilò l’involto nel cestino dei rifiuti, quello indicato con precisione nella lettera. Non poteva sbagliare, non ce n’erano altri in giro. Invece di tornare indietro e rifare la stessa strada decise di scendere le scale e dileguarsi nel buio dei giardinetti. Il barbone che dormiva sulla panchina non alzò nemmeno la testa quando lui gli passò accanto. Mario lo notò appena e tirò dritto per la sua strada. Aveva altri pensieri: ormai era fatta, non gli restava altro che allontanarsi da quel posto. E in fretta. Il messaggio era chiaro: “Se tieni alla salute dei tuoi figli: niente scherzi. Altrimenti…”
Bastardi!
Arturo Missaghi uscì allo scoperto soltanto a tarda notte. Sollevò il cartone con la grossa scritta Telefunken che lo aveva protetto solo in parte dell’umidità della notte, si sgranchì le membra e, lentamente mosse i primi passi verso la scalinata. Le gambe erano due tronchi d’albero secchi che doveva trascinare a fatica sui gradini di pietra.
Con grande sforzo raggiunse la vetta e si avvicinò guardingo al cassonetto di plastica verde appeso a un palo di ferro. Anche la puttana se n’era andata, in giro non c’era più anima viva. Infilò la mano nel cestino dei rifiuti e rovistò tra le cartacce…
«Artù» una voce alle sue spalle lo fece sobbalzare. «Artù, è questa che cerchi?»
Una donna era spuntata dal folto di un cespuglio e adesso gli stava di fronte. Era molto buio, ma i seni della donna risplendevano bianchi e tondi sotto i raggi della luna che filtravano tra i rami secchi. Non poteva credere ai propri occhi, con la parrucca bionda e conciata così, non l’avrebbe mai riconosciuta. Ma le tette sì, quelle le avrebbe riconosciute tra mille, ciò che non sapeva era che le stava guardando per l’ultima volta.
«Povero vecchio stupido» disse Luana, spingendolo violentemente giù dalle scale.
Arturo Missaghi fu ritrovato cadavere il giorno dopo ai piedi della scala con un foglio in tasca. Era una copia esatta della lettera anonima che aveva spedito al proprietario del Cin Cin Bar. Alla polizia non restò che catturare Mario, il proprietario del Cin-Cin Bar e rinchiuderlo in carcere con l’accusa dell’omicidio del famigerato don Ciro Alessio, detto il “grosso”, e dell’incensurato Arturo Missaghi, detto “Artù”.
Nel frattempo la bella Luana ha cambiato città e si fa vedere in giro con un grosso cane da difesa e compagnia. È un Mastino-Napoletano, di settanta chili, di razza purissima e risponde, menando il moncone di coda, al nome di Artù.
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