domenica 3 aprile 2022

LA TORTA BLU

LA TORTA BLU

(4800 parole)

 

 
Al funerale di Teresa, la chiesa parrocchiale di San Giacomo era gremita come non si vedeva da tempo in quel borgo tranquillo della Bassa. Sul sagrato una piccola folla di paesani, fittavoli e contadini arrivati anche da lontano, attendevano l’uscita del feretro per porgere l’ultimo saluto alla padrona della Cascina Carlotta. Quando il corteo funebre raggiunse il Bar della Stazione, un cliente, che sbirciava da dietro la serranda calata a metà, disse sottovoce: «Pora dona, che brutta fine». 
Poi si avvicinò al bancone, ordinò un Cynar e, con lo stesso tono, aggiunse: «Ha fatto un volo di quattro metri, poteva rompersi una gamba, invece si è rotta l’osso del collo.»
«Eh già, che disgrassia» rispose Celeste, il barista. «Meno male che non ha sofferto.» 
«Sì, è vero, però, una cosa non ho capito: è caduta dalla scala, oppure dal fienile?»
Celeste si strinse nelle spalle e, senza dire nulla, rivolse la sua attenzione ad un altro cliente.
«Non si sa,» disse un forestiero che assisteva in piedi ad una partita di tressette, «quando l’hanno trovata, già non respirava più.»

Il cliente curioso aveva un’altra domanda sulla punta della lingua, ma una disputa, esplosa per un fante di coppe che aveva deciso l’ultima mano, pose fine alla questione.
Soltanto verso sera, Alfredo, un cliente abituale di ritorno da una lunga trasferta di lavoro, ansioso di conoscere i dettagli della faccenda, riaccese l’interesse intorno alla tragica scomparsa di Teresa. 
«Ma se in quel momento non c’era nessuno in casa, si può sapere chi l’ha trovata?» 
La domanda era stata fatta a voce alta e la risposta non tardò ad arrivare.
«I Testimoni di Geova!»
Molte teste si voltarono verso il fondo del locale, la zona più buia, illuminata soltanto dal televisore acceso. 
«L’hanno trovata loro!»
La voce era quella di Giovannino, l’unico cliente del bar che a quell’ora guardava la rubrica di Padre Mariano.
«Ma loro chi?» gridò Alfredo, dall’alto dei suoi centonovanta centimetri abbondanti.
«Ma santa polenta!» imprecò Giovannino, un ometto magro con la erre moscia che la domenica suonava l’organo in chiesa. «Ma quella gente lì, quelli che vanno in giro sempre in coppia, con indosso la camicia, la cravatta al collo e la cartella in mano. Io li conosco bene perché sono miei vicini di casa. Brava gente, per carità, un po’ invadente ma, il portone era aperto, sono entrati in cortile e poi l’hanno trovata ai piedi della scala di legno. Già belle che morta.»
«Eh, già» disse Achille il macellaio.  «Sopra il fienile ci teneva i conigli.» 
«Ah, i conigli…» ripeté Alfredo, riflettendo, «Ma scusate, e l’Oreste? Dov’era suo marito?»
 «Ossignùr!» esclamò Celeste, intervenendo in modo brusco, stanco di sentire ripetere sempre la stessa storia. «Non c’era perché a quell’ora di pomeriggio l’Oreste sta ancora in bottega.»
«Sì, è vero» confermò uno dei pochi che non aveva ancora aperto bocca: il Consorzio chiude tardi e l’Oreste è sempre l’ultimo ad andare via.»
*
 Il giorno dopo, un trafiletto sulle pagine della cronaca locale riportava di nuovo alla ribalta il caso. Nel dare l’annuncio delle avvenute esequie, il cronista precisava che alla fine delle attività investigative da parte dei Carabinieri della Compagnia cittadina, era stata accertata la tragica fatalità.
«Te capì?» si disse Celeste ad alta voce, ripiegando con cura il giornale ancora fresco di stampa. «Hanno chiuso le indagini sulla morte di Teresa.»
«Perché?» domandò il cliente al bancone, mentre scrollava una bustina di zucchero. «Avevano forse dei sospetti?»
«Boh, non so.» replicò il barista con troppa enfasi, forse pentito d’aver espresso ad alta voce il proprio pensiero. «I Carabinieri fanno sempre così,» si affrettò ad aggiungere, «quando c’è un incidente col morto, sono obbligati a fare delle indagini.»
Lo stesso giornale, più o meno alla stessa ora, arrivò sulla scrivania del maresciallo Mastrotta. Ma quella mattina, le indagini sull’ennesimo furto di bestiame, avevano impedito al comandante della stazione di Pandino la lettura giornaliera del quotidiano. Solo un paio d’ore più tardi, e precisamente durante la pausa caffè, trovò il tempo di leggere l’articolo dedicato ai funerali della defunta Teresa Carioni.
«Che coglione!» imprecò a bassa voce. «Giornalista del cavolo…»
Ripiegò il giornale alla meglio, poi sollevò la cornetta del telefono e, mentre componeva il numero, lanciò un urlo: «Scanu!»
Il brigadiere apparve sulla soglia prima che l’ultimo numero avesse il tempo di far scattare la suoneria all’altro capo del filo.
«Occupato!» fece il maresciallo, riattaccando. «Non risponde quel testa di…»
Poi rivolto a Scanu: «Hai letto l’articolo?» 
Il brigadiere confermò con un cenno del capo. «Illazioni!» disse. «Pure e semplici deduzioni giornalistiche. Ma…»
«Continua. Ma?»
«No, dicevo, non l’abbiamo chiusa quella pratica perché…»
«Infatti!» sbottò il comandante. «A quel giornalista, anzi, a quel cronista di sacrestia, l’avevo detto chiaro: “Riteniamo che l’incidente sia di natura accidentale”, poi ricordo di aver aggiunto, in forma confidenziale, che presto avremmo chiuso l’indagine, invece…»
Mastrotta prese fiato. «Le sigarette» disse. «Devo smettere…» Poi rivolto al sottoufficiale:
«Hai parlato con i due Protestanti?»
«Con i Testimoni di Geova?» lo corresse Scanu. «Signorsì, c’ho parlato, e…»
«E?»
«Hanno confermato la prima versione.»
«Cioè? Spiegati meglio! Ti ho affidato questo caso perché sono impegnato con indagini molto più importanti, non posso occuparmi anche di un incidente così banale.» 
Il brigadiere allargò le braccia in segno di scuse e proseguì:
«I due soggetti, prima d’arrivare in località Cascina Carlotta, luogo dell’incidente, sostengono di aver suonato al campanello della vicina di casa, la signorina…»
«La signorina?» lo incalzò Mastrotta. 
«Ah, ecco qua», disse Scanu, dopo aver consultato un taccuino. «Signorina Andrea Mapelli - nata a Berna - CH - anni 48 - abitante in via Pergamello - 18. Entrambi ricordano di non aver ricevuto risposta.» 
«Hai detto Andrea?» domandò Mastrotta, stropicciandosi il naso. «Strano nome per una donna.»
«È nata in Svizzera, ha la doppia cittadinanza in quanto figlia naturale di italiani.»
«E perché ci siamo interessati a lei?»
«Perché quella casa è l’unica abitazione nei pressi di Cascina Carlotta e la signorina Andrea, a quanto ci risulta, vive da sola.  Non ci sono altre case intorno.»
«Ah» fece il Maresciallo, fingendo di ricordare. «Quindi avete sentito anche lei?»
«Signorsì. La signorina Mapelli afferma di non essersi mossa da casa quel pomeriggio, di aver sentito il campanello suonare, ma di non aver aperto la porta perché…»
Il brigadiere controllò il taccuino: «Alla domanda risponde: “Perché atea”»
«Risposta più che plausibile» disse Mastrotta, senza esitazioni. «Anche mia moglie non risponde mai a quella gente lì, ed è tutt’altro che atea.»
«Dunque, questo Andrea è una donna, siamo sicuri?»
«Donna! Signor Maresciallo, donna al cento per cento» confermò il brigadiere con un sorriso malizioso. «Ah…» fece il comandante con un cenno d’intesa. «Abbiamo preso informazioni su questa donna?» calcando l’accento sull’ultima parola.
«Signorsì! Le abbiamo prese. È pulita, non risulta niente a suo carico. Ha la doppia cittadinanza e percepisce una pensione, o una rendita mensile, presso lo sportello della Cassa Rurale Artigiana di Lodi. Questo dato è sicuro perché il cassiere, come è noto, è mio cognato.»
«Bene, bene,» disse il Mastrotta, riflettendo. «Se l’alibi del marito è confermato, se la vittima non aveva nemici e non ci sono amanti traditi di mezzo, se non è una questione di soldi, allora mi domando, perché non abbiamo ancora chiuso la pratica?»
Il brigadiere tentennò prima di rispondere, poi alzò l’indice e garbatamente disse: «Permette?» 
Quindi si avvicinò alla scrivania, estrasse una cartelletta blu dalla pila di destra e, senza aprirla, la porse al comandante. «Manca solo la sua firma, signor Maresciallo. Prego.» 
*
Le informazioni del brigadiere Scanu erano esatte. Infatti, la vicina di casa di Oreste, meglio conosciuta in tutta la zona come “la Tedesca”, era davvero figlia di italiani: gente del posto emigrata in Svizzera prima della guerra. Il suo vero nome era sì Andrea ma, per non confonderla con gli altri Andrea del paese e per il suo marcato accento teutonico, tutti la chiamavano così. La Tedesca aveva ereditato quella casa di campagna dal nonno materno e ne aveva preso possesso da un paio d’anni almeno. Era arrivata una sera fredda e umida d’inverno, a bordo di una Citroen 2CV color menta, in compagnia di un grosso cane pastore, lui sì di nobili origini tedesche. Nessuno la conosceva e il suo arrivo destò la curiosità dei paesani, i quali non si capacitavano di come e perché, una donna sola e ancora giovane, avesse deciso di vivere in aperta campagna, in una vecchia casa disabitata da molti anni. L’interesse nei suoi confronti aumentò quando iniziarono le opere di ristrutturazione della casa. Molti i paesani che a piedi, in bicicletta e con ogni altro mezzo raggiungevano il cantiere per constatare l’avanzamento dei lavori.
La prima persona a lamentarsi per tutto quel trambusto era stata Teresa.
«E pensare che quella casa non la voleva nessuno! Un fazzoletto di terra tanto minuscolo che non ci puoi piantare nemmeno il prezzemolo, un praticello spelacchiato per giardino, il tetto da rifare, senza contare tutti gli altri lavori di restauro, a turta finida, chissà quanto le viene a costare. Con quei soldi poteva acquistare un comodo appartamento in paese, invece… è partita da molto lontano per venire a stare proprio qua, in mès ai bric.»
«Non mi sembra tanto triste e desolato questo posto.» replicava l’Oreste senza convinzione, immaginando già la risposta.
«Che c’entra? Noi qui ci siamo nati e cresciuti, ma per lei è diverso. Anche se figlia di italiani, in fondo è una straniera. Hai sentito come parla? Che ci fa una così, da queste parti?»
L’ultimo commento, il più cattivo e sanguigno era sempre destinato a Ras, il grosso cane che scorrazzava nel giardino della Tedesca e che abbaiava ferocemente contro chiunque passasse davanti al cancello:
«Brutta bestiaccia,» ripeteva quando lo sentiva abbaiare, «lo accoppo se lo vedo da queste parti.»
Teresa non aveva mai voluto un cane in giro per casa. Li detestava e li temeva, soprattutto se di grossa taglia.
«Non è mica un cane da caccia quel bestione lì,» diceva con timore e con rabbia, «non hai visto quant’è grosso?»
Temeva anche per le sue povere galline «Le oche si sanno difendere, ma le galline no.  Se arriva sull’aia me le ammazza tutte, ci puoi giurare.»
Il babau di Teresa invece si materializzò nell’orto, una mattina di primavera, mentre lei seminava la cicoria.
«Me lo sono trovato davanti all’improvviso. Ho preso uno spavento che non ti dico.» E quando lo raccontava le tremavano le mani e anche la voce. «Per fortuna avevo la zappa a portata di mano.»
Quella volta erano bastate le urla e le minacce per mettere in fuga il pastore tedesco, ma quando le incursioni del vivace Ras si fecero più frequenti, la collera di Teresa trovò naturale sfogo sul povero Oreste, colpevole di non condividere la sua paura per i cani, e di essere troppo indulgente e comprensivo nei confronti della vicina di casa.
Oreste si prese come al solito del tempo. Per tranquillizzarla disse che qualcosa avrebbe fatto, ma che prima di protestare e rischiare una lite tra vicini di casa per colpa di un cane, voleva sentire il parere del suo capo, che avvocato non era, ma di legge ne sapeva più di tutti.
Il capo, che si fregiava del titolo di dottore per aver frequentato un corso d’infermiere in tempo di guerra e, quel poco di legge che sapeva, l’aveva studiata sui testi di Chandler e di un certo Stanley Gardner, non venne mai interpellato. Oreste temeva i consigli del suo capo più delle intemperanze della moglie e pertanto decise di tacere e di non fare nulla. Il giorno che sua moglie prese la decisione di spostare la gabbia dei conigli sul fienile, lui non provò nemmeno a farle cambiare idea. Sapeva che sarebbe stato inutile.
Col tempo, Ras non si vide più in giro, anche se lei continuava a rabbrividire ogni volta che lo sentiva abbaiare. Giurava di aver visto le sue tracce nel fango e di aver trovato in giro escrementi che, per proporzioni e aspetto, si dovevano attribuire con certezza al cane della Tedesca.
Mancavano pochi minuti alla chiusura, fuori era già buio. Dai campi e dalle marcite si stava alzando una leggera nebbia.
Non pioveva da qualche ora, ma dallo stradone arrivava forte il rumore degli pneumatici sull’asfalto bagnato. Oreste aveva già abbassato le serrande del magazzino, spento le luci e inserito l’allarme. Doveva soltanto indossare il giaccone di pelle, consegnare le chiavi, poi aveva finito e poteva tornare a casa. Indugiò qualche istante prima di bussare alla porta dell’ufficio. Si guardò intorno per vedere se fosse tutto in ordine, poi appese le chiavi al solito posto. Raccolse un pezzo di carta dal pavimento, era un’etichetta del mangime per cani, la rimise sullo scaffale, quindi aprì l’uscio con cautela.
«Allora, se non c’è altro, io avrei finito.» disse Oreste, con un piede sulla soglia.
Il direttore alzò la testa di scatto, strizzò gli occhietti sull’orologio appeso alla parete, poi, con un cenno del capo, lo invitò ad entrare.
«Entra pure Mauri, e chiudi quella porta che mi arriva l’aria proprio sul coppino.»
Il capo lo chiamava sempre per cognome, anche se poi gli dava del tu e con lui usava un tono confidenziale. A Oreste la cosa non dispiaceva affatto, del resto, lavoravano insieme da una trentina d’anni, senza contare che il dottore era più anziano. 
«Perché? É successo qualcosa?» 
«Ma niente, niente! Cosa vuoi che sia successo?»
«Vieni avanti,» fece il dottore indicando l’unica sedia di fronte alla scrivania, «setes giò, fermati un momento. Hai fretta?»
Oreste fece un passo in avanti, si schermì con una smorfia, giocherellò col cappello di lana ma poi decise di restare in piedi. 
«Allora, di cosa dobbiamo parlare? Ancora della casa?» fece l’Oreste. 
Il capo aveva un sorrisetto stampato sulla faccia e prima di rispondere si grattò la pelata con il cappuccio della biro.
«Lo so che non vuoi vendere la cascina» disse, scandendo le sillabe. «Forse un giorno cambierai idea, ma sarà troppo tardi, perché presto quella casa non varrà più nulla.»
«Non è una questione di soldi,» rispose Oreste, con un altro tono, più conciliante, «la sua offerta è interessante: il fatto è che non ho intenzione di cambiare casa. Sto bene lì dove sono, e questo è tutto.»
La faccia del capo era di nuovo seria e prima di rispondere prese il respiro.
«L’anno scorso, dopo la morte di tua moglie, mi dicesti che era troppo presto per parlare della questione: avevi bisogno di tempo per riflettere. In primavera rimandasti la decisione all’autunno, adesso che siamo quasi ai Morti, mi dici che i soldi non ti interessano.»
«I soldi… i soldi. Per comperare una casa nuova in paese?» rispose Oreste, di nuovo spazientito. «No, grazie, sto bene così.»
«Va bene, non parliamone più,» disse il dottore, alzando le mani, in segno di resa. Sembrò sul punto di cedere, poi ci ripensò:
«Però, adesso che anche tua sorella è tornata a Torino dalla sua famiglia, insomma, adesso che sei rimasto proprio solo, come farai a tirare avanti?» 
«Sciùr dutùr, so cavarmela anche da solo e sul lavoro, non si deve preoccupare, farò il mio dovere, come sempre.»
«Non avevo dubbi, ma scusa se insisto: senza una donna in casa… una casa di campagna con tanto di orto, con le galline, i conigli, e tutto il resto…»
«Ma no, ma no,» Oreste lo interruppe scuotendo la testa, ma sembrava divertito e anche lusingato da tanta premura, «non ce ne sono più di bestie in cascina. Niente polli, niente galline e nemmeno conigli: gli animali se li sono presi i parenti di mia moglie. Anche gli attrezzi ho regalato, e persino l’orto…»
«Anche l’orto?» Il rammarico del capo era evidente e sincero. «Ti sei liberato anche di quello?»
«Sì, ma non tutto. Soltanto in parte.»
«E il trattore? Hai dato via anche quello?»
«No, purtroppo quel rottame non l’ha voluto nessuno. È ancora là, sotto il portico.»
Oreste non aveva voluto specificare altro, dopotutto non era tenuto a raccontare tutti i fatti suoi al capo. La verità è che gli sarebbe dispiaciuto lasciare andare in malora un’ortaglia ormai troppo grande per le sue esigenze. Del resto, agli animali e all’orto aveva provveduto sempre Teresa.
Sua moglie sì che sapeva far crescere i pomodori fino a novembre e proteggere i cavoli dal gelo. Certe zucchine uscivano da quell’orto, per non parlare delle melanzane, dei finocchi e una quantità incredibile di fagioli. Lui invece non ci sapeva fare e lasciava che l’insalata si infestasse di erbacce e che i fagiolini si ammalassero di muffa grigia, di ruggine, e di un sacco di altre malattie. L’ultima estate era stata un disastro.
Così, quando la vicina di casa aveva bussato alla sua porta, e con quello strano accento gli aveva chiesto il permesso di raccogliere un po’ d’insalata e qualche pomodoro, non aveva fatto obiezioni. La Tedesca aveva detto proprio così: “raccogliere”, ma nel giro di qualche mese, quel pezzo di terra rubato alla riva del fosso e addossato alla vecchia concimaia, era stato ripulito a fondo, dissodato, rastrellato e concimato. Le aiuole ridisegnate e rifilate con una precisione millimetrica e la vecchia recinzione di rami secchi intrecciati, lamiere arrugginite e laterizi di ogni genere, sostituita con uno steccato in legno verniciato di bianco.
Ma la Tedesca non si era limitata a gestire l’orto e a produrre verdure di tutti i tipi e in grandi quantità. Insieme ai cavoli e ai ravanelli, tra gli spinaci freschi e i piselli, Oreste cominciò a trovare oggetti di altro genere: tavolette di cioccolato finissimo, sigarette di una marca che non aveva mai visto e perfino un coltello a serramanico con diverse lame. Non nuovo, ma ancora in ottimo stato, pertanto lo aveva infilato nella tasca dei pantaloni con l’intenzione di restituirlo quanto prima alla legittima proprietaria. Ma i giorni e le settimane passarono senza che i due vicini di casa avessero mai occasione di incontrarsi. Del resto, lui usciva di casa la mattina presto e rientrava la sera all’ora di cena, un’ora sconveniente per bussare alla porta di una estranea, mentre lei non si faceva mai trovare nei giorni di festa. Forse con una telefonata avrebbe risolto il problema, se lo domandò un giorno mentre stipava nel frigorifero e un po’ ovunque, perfino nel sottoscala, una montagna di verdura che da solo non avrebbe mai consumato. Poi rinunciò anche a quella idea e si convinse che l’occasione di ricambiare a tanta generosità si sarebbe presto presentata da sola. Non doveva fare altro che aspettare. Oreste si abituò così, senza alcuna fatica, al gusto delle nuove sigarette. La verdura in eccesso finì sulla tavola del suo capo, e la cioccolata, con i ringraziamenti della cognata, distribuita in parti uguali ai nipotini.
*
Soltanto una sera di fine estate, mentre rientrava a casa un po’ più tardi del solito, la Tedesca si materializzò sotto il portico. Il cesto di vimini ancora in mano, immobile sotto il cono di luce della lampadina appesa alla trave, sembrava una statuina di gesso.  Quando Andrea parlò, Oreste non si stupì di comprendere perfettamente ogni sua parola. La vicina aveva fatto dei progressi notevoli e si esprimeva in un italiano molto migliore del suo. Ma di questo se ne rese conto solo molto più tardi. A colpirlo erano stati i grandi occhi scuri e i lineamenti dolci del viso abbronzato. Era come se la vedesse per la prima volta.  I capelli erano lisci e corti sulla fronte e quando parlava gesticolava con le mani, proprio come una italiana. Ma non erano mani tozze da contadina quelle che vedeva agitarsi nervosamente sotto i suoi occhi. Le dita erano lunghe, agili e sottili e le unghie corte ma curate. Solo più tardi si accorse che dalla tasca posteriore dei pantaloni di tela, corti fino al ginocchio, spuntavano le dita aggrovigliate e flosce di un paio di guanti.
«Starò via soltanto una decina di giorni» aveva detto, spingendo i capelli dietro le orecchie, piccole e ben fatte. «Mi raccomando non faccia mancare l’acqua ai finocchi e raccolga i pomodori e tutta la cicoria che le serve.»
Adesso che sapeva il motivo di quella visita, provò un senso di frustrazione. 
«Come mai?» osò domandare Oreste. «Una vacanza?»
La risposta era stata vaga, Andrea aveva parlato di una sorella in Svizzera che non vedeva da tanto tempo e di una cara amica ricoverata in ospedale. Aveva abbassato gli occhi nel pronunciare il nome della malattia nella sua lingua.
Oreste non capì, ma si astenne dal fare domande, e la invitò ad entrare in casa.
«Posso offrirle solo del tè freddo, ho anche della birra…»
La Tedesca era arretrata di un passo e aveva rifiutato l’invito in tono deciso ma, subito dopo, forse per il timore di essere stata troppo scortese, con evidente imbarazzo aggiunse: «È tardi, non ho ancora cenato e poi ho lasciato il cane a casa e quello combina tanti guai, quando si sente solo. Villeicht… forse la prossima volta, quando ritorno, volentieri.»
Si trattava di un rifiuto, o di una promessa?
Nei giorni seguenti ripensò molte volte a quelle parole e, senza rendersene conto, si trovò a contare i giorni.
Non era sicuro di averla ringraziata abbastanza per tutte le premure che aveva avuto nei suoi confronti. Forse sì, qualcosa aveva balbettato mentre lei si allontanava.
“Grazie per le sigarette!” questo sì, questo l’aveva detto.
*
 Andrea ha tolto dal forno la Blauer Kuchen che ha preparato per il pranzo di Pasqua. È venuta bene: assomiglia a una grossa pagnotta con una croce sulla crosta. Non è affatto blu e non sa perché si chiami così. Non è nemmeno una brava cuoca e questo è l’unico dolce che sa fare. L’ha visto cucinare così tante volte dalle suore del collegio di Berna che ricorda la ricetta a memoria. 
Oreste invece ha comperato dal panettiere di fiducia i ravioli dolci. Lui li chiama turtei, e dice che sono una specialità di Crema. Ha promesso anche di portarla al cinema. Non sa se il film che ha scelto Oreste le piacerà, ma forse faranno soltanto una passeggiata per il centro di Lodi. Non sa nemmeno cosa indossare: ha tirato fuori tre abitini dall’armadio e li ha stesi sul letto. Deciderà come sempre all’ultimo minuto, scegliendo il meno adatto per l’occasione.
Succede sempre così.
Anche a Capodanno, la prima volta che lei ed Oreste erano usciti insieme.
«È troppo presto» aveva suggerito Andrea. «Sei ancora in lutto.» 
Ma Oreste era stato irremovibile e l’aveva portata al veglione, in un ristorante sull’Adda. Anche in quell’occasione, il vestito che aveva acquistato in un negozio del centro di Lodi, era rimasto nell’armadio. Si era presentata in pantaloni e dolce vita, e Oreste aveva approvato la sua scelta.
Anche quando lei gli aveva detto che a casa sua, nel suo letto, non avrebbe mai dormito, lui aveva alzato le spalle.
«Come vuoi tu» aveva risposto. «Ma a mangiare sì, perdio, a casa mia ci vieni, eccome.»
*
Non ha mai messo piede in quella casa, il ricordo è ancora fresco, e il solo pensiero la rende nervosa.
A mezzogiorno in punto Andrea esce dal cancello con l’incarto in una mano e il guinzaglio nell’altra. Non è facile reggere l’urto di Ras, mentre cammina sui ciottoli dello stradello. Ai piedi ha un paio di scarpette nuove con la suola di cuoio e il mezzo tacco. Per non perdere l’equilibrio è costretta a camminare sul bordo nell’erba umida e fangosa e in quel momento rimpiange le sue comode scarpe con la suola di gomma. 
Davanti all’orto si ferma per rifiatare. Visto dall’alto, quel pezzo di terra ha un magnifico aspetto. Ha lavorato tanto per renderlo così, ma ancora non le basta.
Nemmeno la gratitudine di Oreste riesce a placare il suo senso di colpa.
“Sì, ma ancora per quanto?” si domanda sempre più spesso.
Vorrebbe confessare tutto, ma ha paura di perderlo e questo non deve accadere. Non adesso.
Uno strattone di Ras la costringe a proseguire, per fortuna la casa di Oreste e ormai vicina. Ancora pochi metri e la torta è salva.
«Ho sentito il cane abbaiare e sono uscito,» dice Oreste, sul portone della vecchia cascina. Anche lui ha qualcosa di nuovo addosso. È una cravatta regimental che fa a pugni con la camicia a righe larghe che la donna finge di apprezzare: «Che bella cravatta» dice, solo per il gusto di vederlo arrossire.
«Perché lo tieni legato?» domanda Oreste, mentre tiene a bada il cane che lo riconosce e scodinzola contento.
«Che dici? Lo lasciamo andare?»
«Ma certo. Non vedi come soffre?»
«Lo so, non è abituato» dice Andrea. «Però non volevo lasciarlo solo in casa, non sai i guai che mi combina. E poi avrebbe abbaiato tutto il tempo e da qui si sente, non è vero?»
«Sì, si sente», Oreste annuisce col capo, «si sente, si sente…» ripete, mentre libera il guinzaglio dal collare.
«Lasciamolo andare», aggiunge, seguendo con lo sguardo il cane che corre libero sull’aia, «tanto, che male può fare?»
Oreste ha fatto le cose in grande: un uovo di Pasqua, grosso come un pallone di rugby, troneggia sulla tavola imbandita. C’è del salame nostrano e del formaggio misto per antipasto, e, dopo i ravioli dolci, anche la faraona alla cacciatora.
«Che bello!», esclama Andrea, che ha adocchiato l’uovo di Pasqua, «che bel pensiero, ma non dovevi disturbarti.»
«Io invece ho portato un dolce.» Andrea ha gli occhi lucidi per la gioia, mentre con cura toglie l’incarto. «L’ho fatto io, in Italia non si trova, però, con tutta questa roba da mangiare non so se riusciremo ad assaggiare la mia Torta Blu».
«Ma non è blu!» esclama l’Oreste aguzzando la vista.
«Si, lo so, però si chiama così e dalle mie parti è un dolce tipico pasquale.»
«Dalle tue parti?» fa Oreste. «Ancora?» 
La domanda è stata fatta con garbo, ma l’insistenza dello sguardo esige una risposta.
«Eh già, adesso suona strano anche a me. Ma non posso farci nulla se sono nata là, in Svizzera. Ho passato metà della mia vita in collegio, l’italiano l’ho imparato tardi, è per questo che ho questo accento, ma…»
«Ma?» ripete l’Oreste, «Continua. Perché ti sei fermata?»
«Ascolta» dice Andrea, con un altro tono. «Lo senti anche tu?»
Oreste si alza bruscamente facendo scricchiolare la sedia, si avvicina alla finestra, scosta la tenda e guarda attraverso il vetro: «Qui non c’è nessuno» dice, poi va verso la porta.
«Questo è Ras,» dice Andrea, «lo riconosco! È proprio lui, andiamo a vedere cosa sta combinando.»
I due si precipitano in cortile.
«Abbaia?»
«No, non proprio, piange, insomma, come si dice in italiano: guaisce?»
«Sì, si dice così. Ma dov’è?»
Oreste si guarda in giro: «Lo sento,» ripete, «sì, lo sento, ma non lo vedo.»
«È lassù, guarda, là sul fienile!» Andrea alza il braccio e punta l’indice verso l’alto. Poi si gira di scatto e si copre il volto con le mani.
Adesso anche Oreste vede il cane che si agita sul bordo del fienile. 
La scala a pioli non c’è più, ma il posto è proprio lo stesso. 
«Come ha fatto a salire fin lassù?» si domanda Oreste a voce alta. «È troppo alto, se salta giù, si fa male.»
«No, non salta, non avere paura, non lo farà,» dice Andrea, che segue i movimenti del cane con gli occhi lucidi, scuotendo la testa. Poi prende il respiro, gonfia il petto e urla: «Komm! Komm hier! Schnell!»
Il cane si raddrizza sulle zampe, ha un attimo di esitazione, poi scompare. 
«Ecco!» esclama Oreste. «Adesso ho capito: il trattore. Salta prima sul trattore e poi…»
«Ma, allora, è stato lui,» aggiunge, quasi gridando. «È stato il cane a…»
Oreste si gira lentamente e cerca Andrea con gli occhi: «Tu, tu lo sapevi?» ripete. «Lo sapevi, vero?»
«Sì, sì, mein Gott» risponde Andrea singhiozzando. «Sì, lo sapevo, ma che potevo fare? Quando sono arrivata, tua moglie era già…»
«Morta?» sussurra Oreste.
Andrea non risponde. Ha le spalle contro la colonna di mattoni e tiene ostinatamente gli occhi bassi. Quando sente il cane arrivare si muove di scatto e gli va incontro.
Ras ha impiegato pochi secondi per scendere dal fienile, girare intorno alla vecchia stalla e attraversare il cortile. Adesso saltella festoso intorno alla sua padrona.
«Ruhig. Ruhig. Stai buono…» ripete Andrea, che a stento riesce a placare l’irruenza festosa del cane. 
Oreste assiste alla scena in silenzio, spostando velocemente gli occhi dal cane alla sua padrona che ancora nasconde il viso, adesso dentro un fazzoletto. Infine, si allontana di qualche passo e alza lo sguardo verso il fienile: scruta i mattoni rossi del bordo, poi seguendo le crepe sul muro arriva alla nuda terra. Il posto è lo stesso, ma il tempo ha cancellato ogni traccia. Non c’è altro da vedere. Solo pietrisco, ciuffi di gramigna e ortiche contro il muro.
«Torniamo dentro» dice scuotendosi dal torpore, «rimettiamoci a tavola. Qui non c’è altro da vedere.»


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