domenica 3 aprile 2022

IL TESORO DI DANTE

IL TESORO DI DANTE

(5800 parole)

 

Uno
 
Prima d’entrare nel buio androne, il dottor Gallo si soffermò pensieroso davanti al portone del numero dodici di via Casematte; alzò gli occhi sulla facciata della palazzina anni Venti e, improvvisamente, ebbe la netta sensazione d’aver già salito quei quattro gradini di pietra grigia.
Si guardò intorno spaesato, poi riandò con la memoria ai tempi in cui tutt’intorno c’erano solo campi, orti e più in là, a ridosso della ferrovia, le fatiscenti baracche degli sfollati di guerra e disgraziati senza un tetto: le famigerate cà di toll.
S’infilò nel portone senza altri indugi e bussò ai vetri della guardiola. Quando la portinaia aprì la porta, il profumo di minestrone si mischiò all'odore pungente della varechina.

«Il dottore?» domandò la donna ossuta, «È venuto per il Roveda, vero?» aggiunse, subito dopo aver notato la valigetta di cuoio.
«Quarto piano!» disse alzando gli occhi al cielo. «Purtroppo, sciur dutùr, oggi niente ascensore: è fuori servizio!»
Il medico allargò le braccia, indugiò qualche secondo, poi si diresse con malcelata inquietudine verso la rampa delle scale.
«L’aspettavamo, dottore…» La voce querula della custode lo accompagnò sui primi gradini. «Mi ha telefonato la signora Bombelli, benedetta donna…»
“Buona quella”, pensò il medico sul pianerottolo del primo piano, mentre con le narici già dilatate respirava avidamente una miscela d’aria che sapeva di…?
“Cotoletta”, si disse, mentre era assalito dal solito languorino di mezzogiorno.
Non aveva dubbi che si trattasse proprio di una bella braciola impanata che sfrigolava nel burro, mentre era ancora incerto sul motivo che aveva spinto Donna Clara, la moglie del ragionier Bombelli, amministratore di molti palazzi e condomini della zona, a fargli quella telefonata di prima mattina.
“La consideri un’opera di carità”, aveva detto la dama dell’Opera della San Vincenzo, pregandolo, in nome dell’amicizia e della misericordia, di fare visita a una povera anima bisognosa di assistenza.
«È solo... Roveda abita solo, la porta è sempre aperta. Entri, entri pure. Ha la febbre alta, sta molto male, poveretto…»
Quelle furono le ultime parole della portinaia che lo raggiunsero sul pianerottolo del primo piano, dove i portoncini d’ingresso degli appartamenti avevano attirato la sua attenzione. Uno in particolare, il primo alla sua sinistra e del tutto simile agli altri, gli ricordava qualcosa di un tempo molto lontano. Si guardò intorno, annusò l’aria e si convinse un’altra volta di essere già stato lì.
Sui gradini consumati di travertino, il dottore sbuffava e rimuginava ancora sul perché fosse toccata proprio a lui quella seccatura. La fatica e l’affanno lo indussero lì per lì a fare propositi di dieta, ma sul mezzanino le sue buone intenzioni si scontrarono fatalmente con l’aroma dolce di cipolla soffritta.
“Risotto o fegato alla veneta?” Si domandò maledicendo quelle scale.
Al terzo piano l’antipatia verso donna Clara si stava rapidamente trasformando in risentimento, non per quella visita gratuita e imprevista ‒ in fondo non lo riteneva un grande sacrificio ‒ ma per averlo costretto a prendere coscienza delle sue pessime condizioni di forma.
Il quarto piano era solo un sottotetto, lo si capiva anche dall’inclinazione del soffitto e da quell’unica porta con la vernice scrostata, senza campanello e senza nome.
Se in quel momento il dottore avesse avuto a portata di mano un piccolo tricolore, lo avrebbe certamente conficcato tra gli interstizi del portoncino di legno, per immortalare l’avvenuta conquista della vetta, invece si limitò a tirare il fiato e, senza chiedere permesso, entrò nel misero appartamento avvolto nel silenzio.
Un gatto bianco e nero lo accolse con un miagolio indolente. Il dottore sospinse l’uscio semiaperto sulla sua destra e nella penombra intravide, nell’unico letto di una stanza spoglia, la sagoma di un corpo immobile disteso sotto le coperte. Si chinò su di lui e, dopo averlo scosso leggermente all’altezza della spalla, l’uomo spalancò gli occhi.
«Buongiorno. Come va?» sussurrò il dottore, chino sul letto.
Premette l’interruttore sulla testiera e una lampadina fioca, appesa al soffitto, illuminò le miserie della stanza.
La luce ferì gli occhi dell'uomo che si ritrasse coprendosi il volto con l’avambraccio. Rianimato dallo spavento, il paziente scalciò le coperte dal letto, mostrando al dottore l’estrema magrezza del suo corpo. Sotto i capelli lunghi e la barba incolta, il viso era affilato e ancora giovane. Indossava un pigiama di flanella a righe, rattoppato e liso, ma fresco di bucato.
Roveda sembrava stordito, frastornato, ma cosciente. Rispondeva alle domande con monosillabi, oppure taceva vagando con gli occhi nel vuoto, alzando lo sguardo verso il medico, intimorito dalla figura imponente che lo sovrastava.
Il dottore notò che sul comodino, tra mozziconi di candele e una Bibbia malconcia, le sole medicine erano una confezione mezza vuota di Aspirina, e una scatoletta di Magnesia Bisurata. Diede ancora un'occhiata in giro, e si accorse della quantità di cianfrusaglie sparse un po’ ovunque nella stanza, sul pavimento, su scaffali improvvisati e sbilenchi, e vecchie sedie sgangherate.
Quando il medico uscì dalla mansardina, il suo volto era come sempre imperturbabile, ma sulla fronte, a voler ben guardare, si notava una leggera increspatura che, se non era il sintomo di un vero disagio, forse era l’indizio di un dubbio o di un rammarico. Forse era più semplicemente incredulità per quanto aveva appena visto, tuttavia fu distratto da un’insolita animazione sulle scale, che non attribuì subito alla sua presenza.
Invece la notizia del suo arrivo, partita dal basso e risucchiata nel vortice della tromba delle scale, era arrivata sino al terzo piano, dove una donna che nascondeva le mani in un grembiule da cucina lo aspettava mostrando una certa ansietà:
«Dottore, come sta?» domandò la signora Pesce: così indicava la targhetta d’ottone sulla porta socchiusa.
«Ehm…» fece lui, ciondolando la testa, come di solito fanno i medici quando non vogliono rispondere.
«Le ricette! Dottore, le ricette, le dia pure a me… vado io in farmacia. Lui è solo, poveretto…».
«No!» rispose il medico, scuotendo la testa. «Non si disturbi, non è necessario.»
«Allora, il signor Dante sta meglio?» gridò la donna per la sorpresa. «Ma se ha bisogno di fare delle iniezioni, c’è la signora Spada del secondo piano che, in tempo di guerra, era una crocerossina.»
Al secondo piano incontrò un uomo, molto preoccupato in volto e anche lui voleva conoscere le condizioni di Roveda.
«Dottore, mi dica, come sta il nostro Dante?» domandò sottovoce, l’uomo calvo in ciabatte, invocando con lo sguardo una risposta che tardava ad arrivare: «Se possiamo fare qualcosa… conti pure su di noi. Mia moglie gli tiene in ordine la casa, gli fa i mestieri. Sa, tra di noi, quando si può, ci si aiuta…»
«Ho sentito, sì, ho sentito.» brontolò infine il medico, turbato e perplesso di fronte a tanta inaspettata solidarietà.
“Un angolo di paradiso” si disse, approdando al primo piano, dove conobbe in una volta sola altre tre benefattrici del povero Roveda. Una stirava e rammendava i suoi indumenti, l’altra lo accompagnava a fare la spesa o ai giardinetti, quelle rare volte che scendeva, mentre la terza, meschina, non andava oltre ad un vago sostegno morale, ma si diceva la più dispiaciuta per le sue condizioni di salute precarie.
«Deve sapere, dottore,» piagnucolò la donna, «che il nostro appartamento, molto tempo fa, era occupato dal Roveda, ma quando lui non è più stato in grado di pagare l’affitto, il ragionier Bombelli, invece di buttarlo in mezzo ad una strada, lo ha sistemato lassù, in quella che un tempo era l’abitazione della portinaia.»
«E la custode?» domandò il dottore, per nulla meravigliato di sapere che anche lei facesse parte di quella “Catena di sant’Antonio.”
«Chi? La portinaia? Non abita più qui, si è stabilita nel palazzo nuovo di fronte. Ha una certa età, e anche lei fa quello che può. »
Nel frattempo, la custode attendeva l’uscita del dottore sul portone d’ingresso, allungando il collo e cercando di decifrare il bisbiglio che arrivava dalle scale. Per darsi un contegno fingeva di lustrare gli ottoni delle maniglie, sollevando con un panno di lana un gradevole odore di Sidol.
«Vive solo, quell’uomo lassù? Non ha parenti? Qualcuno che lo venga a trovare?» chiese il dottore, senza preamboli e con un tono deciso.
«Io so che si chiama Dante Roveda e che abita qui da molti anni. Nel Quarantasette, quando ho preso servizio in questo palazzo, lui era già qui.»
«Che mestiere fa?»
«Nessuno. Non lavora quell’uomo lì. Non ha mai lavorato, perché… Perché non sta bene neanche di testa. È stato in campo di concentramento, si è salvato per miracolo. Il padre e la madre, invece… sono finiti nella camera a gas.»
A quel punto la donna si martellò ripetutamente la tempia con l'indice, poi lanciò uno sguardo d’intesa al dottore e infine continuò:
«È un po’ matto, però è la prima volta che sta male. Mi creda dottore, anche se adesso lo vede conciato così, non è mica tanto vecchio, avrà una cinquantina d’anni.»
«Ci sarà pur qualcuno che lo viene a trovare. Un amico, qualche parente al quale telefonare, oppure non ha nessuno al mondo?»
«Ecco, questo è il punto. Prima veniva una signora a trovarlo, mica sempre, forse una volta al mese… anche meno. Non so… forse una parente o semplicemente un’amica di famiglia. Dalla parlata mi sembrava una varesotta. C’ho una cognata che abita da quelle parti… Comunque, questa benedetta donna, mi dava anche quattro lire, perché gli facessi qualche mestiere in casa, anche per un piatto di minestra. Insomma, si raccomandava a me perché mi occupassi di lui, ma io faccio quello che posso, non ho mica quattro mani, e poi…»
«E poi?» il dottore la esortò a proseguire in fretta indicandole l'orologio al polso.
«E poi, sono sei mesi che non si fa più vedere. Mi aveva anche lasciato un numero di telefono, nel caso succedesse qualcosa. Ho chiamato non so quante volte, ma non mi risponde mai nessuno, e…»
«Ho capito, ho capito…» ripeté il dottore, deciso a mettere fine al colloquio. «Quell’uomo va ricoverato d’urgenza. Oggi, o al massimo domani mattina verrà l’ambulanza a prelevarlo. Lei, nel frattempo, vada su fra un paio d'ore, e gli dia dieci gocce della medicina che ho lasciato sul comodino. Se peggiora o succede qualcosa, mi chiami!»
E mentre si girava sui tacchi, emise un leggero grugnito, che aveva solo vagamente l’aria di essere un saluto.
Mentre si allontanava in fretta da quella casa, incurante delle pozzanghere sul marciapiede, una profonda ruga gli solcava la fronte, inoltre sentiva che qualcosa d’indefinito gli andava colmando il buco nello stomaco e nonostante l’ora, stranamente, non aveva più appetito.
Pensava certamente al povero Roveda, alle sue condizioni pietose, alla sua magrezza spaventosa, persino sospetta, e si chiedeva stupito quale fosse l’anello debole in quella incredibile catena di solidarietà. Era presto per affermarlo; prima della diagnosi definitiva si dovevano fare accertamenti, verificare gli esami, ma nella testa aveva come un tarlo:
«Chi?» si domandava il dottor Gallo, «Tra tutte quelle dame della carità, aveva il compito di sfamarlo? 
 
 
Due
 
Il giorno di San Sebastiano, dopo la Santa Messa, Gallo si scontrò con il parroco della parrocchia.
«Dottore, ha saputo di Dante?» Padre Gabriele lo aveva fermato sul sagrato, mentre con lo sguardo benevolo e cenni del capo salutava i fedeli che uscivano alla spicciolata dalla chiesa. «È stato risolto anche l'ultimo problemino. II merito è tutto dei coniugi Bombelli. Grazie a loro siamo riusciti a trovare al Dante Roveda un posto decoroso.»
«Mi fa piacere,» rispose il dottore «Come sta adesso? Quando pensa che lo dimetteranno dall'ospedale?»
Il frate corrucciò la fronte e con tono di circostanza, aggiunse:
«Quindi lei non è stato informato di nulla? Mi rincresce doverglielo dire, ma Roveda è deceduto la settimana scorsa. Il funerale è stato celebrato nella cappella dell'Ospedale, dunque mi faccia pensare… Ah sì, giovedì mattina. Io mi riferivo al loculo del campo santo.»
«Santo cielo!» esclamò il dottore. Poi si zittì. Puntò gli occhi sulla faccia del frate e aspettò che questi si decidesse ad aggiungere altro.
«Pensavo che Donna Clara l'avesse avvisata. Mi dispiace di essere stato il primo a comunicarle la notizia e, in codesto modo…»
«Le sue condizioni erano gravi» ammise Gallo. «Tuttavia, pensavo che potesse farcela. Saranno giunte delle complicazioni. Non è così, padre?»
«Ah, il cuore, sì. L'ho sentito dire, ma non mi domandi la causa del decesso. Mi confondo sempre con questi termini medici, e poi li dimentico subito.»
«Capisco, voi preti vi occupate della salute dell'anima, la parte spirituale ed immortale dell'uomo, al resto invece pensiamo noi, seppur indegnamente.»
«Facciamo del nostro meglio, è un compito gravoso e, me lo lasci dire, importante almeno quanto il vostro. Non è d'accordo, dottore?»
Gallo si guardò bene dal contraddire il frate e si limitò a chiedere in quale cimitero fosse stata sepolta la salma.
L’indomani telefonò personalmente alla clinica Stella Maris. Dopo essersi qualificato chiese di parlare con il primario. Fu lo stesso chirurgo a rivelargli la causa della morte di Dante: «Tumore al pancreas!» rivelò con certezza il professore, «Non c’era più nulla da fare!»
Il dottore accolse la notizia della scomparsa di Dante con l'atteggiamento composto dei medici e di tutte le persone che per necessità e consuetudine, della morte ne conoscono il volto e perfino anche l'odore. Ogni cadavere ne ha uno, questo diceva sempre con sarcasmo e pessimo gusto il suo professore di anatomia. Un vecchio sadico che si divertiva a squartare cadaveri davanti alle facce smunte degli studenti di medicina. Aveva odiato quel professore, ma non era mai più riuscito a dimenticare quelle parole. Ne era rimasto talmente colpito che sovente si ritrovava a dilatare le narici alla presenza di alcuni malati particolarmente gravi; e talvolta, della morte, riusciva a percepirne anche l’olezzo.
Seduto in poltrona, con gli occhi fissi sul giornale per evitare di essere disturbato, il suo pensiero andò al giorno della visita al povero Dante, e non ricordava di avere avuto un simile presagio di morte imminente. Al contrario, rammentava ancora benissimo la strana e inspiegabile sensazione di dejà vu, che lo aveva colto sui gradini di quella scala stretta e buia. Se l'era sentita appiccicata addosso per qualche giorno, e nonostante si fosse incaponito a frugare nella memoria, i suoi ricordi non avevano mai preso corpo.
In quel momento, e dopo aver ricevuto la notizia del decesso di Roveda, era tornato a domandarsi se quella mattina fosse stata davvero la prima volta che metteva piede in quella casa. E poiché era nato e cresciuto non lontano da quella zona, la cosa gli pareva perlomeno molto probabile.
Se si concentrava e cercava di mettere a fuoco qualche particolare di quel vago ricordo, le immagini si confondevano, svanivano nella nebbia e non restava altro che la sagoma sbiadita di un comunissimo portoncino a due ante, del tutto simile a quelli visti nel palazzo di via Casematte.
Ma tra le tante porte d’ingresso, quale in particolare?
Il colore era quasi certo fosse verde foresta, ma il campanello?
E la targhetta?
E il nome?
E il numero dell'appartamento?
Per una frazione di secondo riuscì a focalizzare la piccola targhetta ovale, bianca e smaltata, appesa alla cornice e quella lineetta verticale, avrebbe potuto rappresentare un numero. Cosa, se non il numero uno?
 
Quella stessa notte Gallo sognò un bambino dai capelli rossi, la testa grossa, gli occhi chiari che si divertiva a fare le linguacce. Con chi ce l’aveva quel ragazzino?
Improvvisamente, lo sferragliare del tram, forse il fischio del treno, lo costrinse ad aprire gli occhi. Per due volte si rotolò da un lato all’altro del letto trascinandosi dietro le coperte, infine, con il gomito sul cuscino e una mano protesa in cerca dell’interruttore, si rese conto che a scuotere le pareti era lo squillo del telefono.
«Urca… Chi era a quest’ora?» protestò Cecilia, ancora sotto le coperte.
«Era la Giovanna, la moglie del Marcelli.»
«Marco Marcelli… il dottore?»
«Sì»
«Come mai? Cos’è successo?»
«Si è rotto una gamba sui campi da sci, a Cortina»
«Poveretto… mi dispiace, e adesso?»
«Mi ha chiesto se potevo dare una mano al marito…»
«Urca!»
«Perché urca? Lo devo sostituire soltanto per pochi giorni… Mica potevo rifiutare. Marco non è solo un collega, è anche un amico.»
«Contento tu… io dicevo “urca” perché è già ora di saltare giù dal letto.»
Gallo, invece, si rannicchiò sotto le coperte ed il pensiero tornò al sogno che, nonostante il brusco risveglio e la notizia del Marcelli, gli frullava ancora nella testa. Pensava soprattutto a quel bambino dai capelli rossi e, chissà perché, anche a suo padre…
Aveva ancora molti dubbi, ma ricordava benissimo il giorno in cui il papà lo fece salire per la prima volta sul portapacchi della sua bicicletta:
«Tieniti forte, neh…» gli ripeteva, tradendo una certa ansietà. «Non cadere, neh…»
Avvinghiato alla schiena del papà si lasciò trasportare per un lungo tragitto, nel bel mezzo del traffico cittadino.
Suo padre era un sarto da uomo. La sartoria aveva un certo nome nella zona, ma non era insolito che andasse di persona a casa dei clienti più importanti. Il motivo di quella visita restava oscuro, tuttavia non aveva più molti dubbi sul senso di quelle parole:
«Fai il bravo bambino. Comportati bene. Non farmi fare brutta figura» e ancora, «È gente ricca – Sono ebrei – Sono buoni clienti…»
Queste le ultime raccomandazioni del padre, davanti al portone.
«Ebrei?!».
Ecco cosa aveva colpito la sua fantasia di bambino! Non erano stati soltanto i capelli rossi, ma quella di Dante era la prima faccia d’ebreo che vedeva da vicino.
Ricordava anche il momento in cui il papà aveva premuto il campanello, la breve attesa, la porta che si apriva e il bambino che era apparso sulla soglia.  Magrolino e sorridente, aveva occhi grandi, azzurri, i capelli rossi e i lunghi riccioli gli coprivano le orecchie e il collo.
 
 
Tre
 
I pochi giorni promessi, diventarono fatalmente settimane e anche le notizie che arrivavano da casa Marcelli erano poco confortanti. L’incidente, avvenuto sulla pista nera di Tofane, la gloriosa e temutissima Col Drusciè, era più grave di quanto previsto, e si era dovuti ricorrere al chirurgo per ricomporre la frattura. Negli ultimi giorni, mentre la sua sala d’aspetto veniva presa d’assalto, il collega e amico di lunga data, con scuse sempre diverse, si faceva negare perfino al telefono. Quando Gallo si decise a fargli visita la sua pazienza era arrivata al livello di guardia, e non solo per il lavoro extra a cui era sottoposto da molti giorni, ma anche per un'altra faccenda che gli stava molto a cuore.
Anche Marcelli non parve sorpreso di vederlo e lo accolse in casa come se si aspettasse quella visita. Lo trovò sdraiato sul divano, con un paio di cuscini sotto il gambone di gesso e un libro in mano. Sul viso, un po’ pallido in verità, la solita aria da furfante.
 
«L’altro giorno ho fatto visita a un tuo paziente.» esordì Gallo, dopo i soliti ma brevi convenevoli.
«Da chi sei andato?»
«Dal Ruggeri. Quel signore con la barba che abita al primo piano del dodici di via Casematte.»
«Ho tanti pazienti da quelle parti e il Ruggeri me lo ricordo bene.  Scommetto per la solita bronchite! È allergico al polline, e in primavera il soggetto va in crisi.»
«Hai indovinato. Però ho parlato anche con la portinaia, e…»
«Quella donna ha la lingua lunga, di cosa avete spettegolato?»
Gallo indugiò qualche secondo prima di rispondere.
«Abbiamo parlato di Dante Roveda – l’uomo che abitava il sottotetto dell’ultimo piano di quel palazzo. È morto! Lo sapevi?»
«Sì, certo, mi è stato comunicato. Dopotutto era un mio paziente, anche se…»
Marcelli si prese una pausa prima di rispondere:
«… anche se, non mi poteva vedere. Non mi chiamava mai perché gli ricordavo un tedesco, forse una guardia, quasi certamente un aguzzino di Birkenau. Era un po’pazzo questo Dante, non lo sapevi? Donna Clara, la moglie dell’amministratore Bombelli lo conosceva molto bene. Non mi meraviglio che abbiano chiamato te per assisterlo.»
«Sono stato io a farlo ricoverare… Ma dimmi, perché donna Clara, una cattolica così attiva e legata alla Chiesa, aveva tanto interesse per quell’uomo ebreo.»
«Allora è questo che volevi sapere? Hai saputo qualcosa, hai sentito delle chiacchiere in giro e vuoi saperne di più. Sei sempre il solito ficcanaso…»
Marcelli si zittì per l’arrivo della moglie.
Giuliana era arrivata in punta di piedi, con la solita grazia aveva deposto il vassoio degli aperitivi sul tavolino basso di cristallo e, con il sorriso sulle labbra, si era dileguata in cucina senza dire una parola.
«Non la meriti una donna così!» Gallo provava sempre un sottile piacere a rammentargli quanto fosse stato fortunato ad aver sposato Giuliana.
«Vuoi parlare anche di mia moglie? Devo ringraziarti ancora una volta per avermela fatta conoscere, o vuoi sapere il resto della storia?»
Gallo gli fece cenno con la mano di abbassare la voce e di proseguire senza fare tante storie.
«A dire il vero, il palazzo intero apparteneva alla famiglia Roveda, ma il padre di Dante fu costretto a cedere l’edificio ai Bombelli. Le leggi razziali di quel periodo, prevedevano per gli ebrei anche la confisca dei beni. Così nel Quarantatré o forse qualche mese prima, in cambio del silenzio e di un aiuto concreto a espatriare in Svizzera, lasciò tutto nelle mani del suo amministratore. La famiglia contava un giorno di ritornare in patria, e rientrare così in possesso dei beni. Invece…»
«Una fine orrenda» precisò Gallo, con una smorfia di disgusto. «Arrestati e deportati in campo di concentramento. Solo Dante si è salvato… In questa brutta storia centra anche la moglie del Bombelli?»
«Perbacco! Anche se giovanissima, Donna Clara era pur sempre la nipote di un importante arcivescovo, e già faceva parte dell'Opera San Vincenzo de’ Paoli, l’organizzazione cattolica molto attiva in quel periodo.»
Marcelli si accese una sigaretta, aspirò con avidità la prima boccata, poi si decise a continuare:
«Alla fine della guerra, scampato per miracolo dallo sterminio dei campi di concentramento, quel povero cristo dovette affrontare un’altra dura prova…»
«Ha scoperto che la sua casa era occupata da estranei?»
«Non solo questo. Aveva perso anche ogni diritto sulla proprietà, perché il Bombelli l’aveva acquistata - legalmente - all’asta per un quinto del suo valore.»
«Cazzo!» fece Gallo. «Anch’io sarei uscito di senno.»
«Io avrei fatto una strage!» ribadì Marcelli, gonfiando il petto. «In quei giorni era ancora facile reperire un mitragliatore Breda, anche un MG42 tedesco, il migliore che…»
Un smorfia annoiata di Gallo, aveva spento sul nascere gli entusiasmi bellicosi del suo ospite.
«Sei sempre il solito bandito, lo sappiamo che in cantina tieni ancora le bombe a mano, e la Beretta sotto il cuscino. Piuttosto, parlami ancora di Dante. Come ha reagito alla situazione?»
«Nella maniera più semplice.» raccontò Marcelli «Privo di mezzi e senza alternative si era accampato nel cortile del caseggiato, e non c’era stato verso di mandarlo via. Diceva che quella era casa sua e che da lì non si sarebbe mai spostato. In seguito, anche per evitare uno scandalo, il Bombelli riuscì a farlo ragionare e, in qualche modo, a trovare una soluzione di compromesso.
«Compromesso?» ripeté Gallo, dubbioso e incredulo.
«Non conosco i termini dell’accordo, ma ho sentito parlare di un terzo degli affitti, e l’uso gratuito dell’abbaino. Anche la pensione d’invalidità è arrivata grazie al loro interessamento. Senza contare che donna Clara era riuscita a coinvolgere gran parte degli inquilini a prendersi cura di lui. Sai, in nome della carità, la solidarietà e quant’altro, ma ti dirò di più: Dante poteva permettersi di abitare in un appartamento molto più confortevole, tuttavia preferì andare in soffitta, certamente per avere a disposizione più denaro. Dove li mettesse tutti quei soldi, me lo sono chiesto anch’io molte volte, ma inutilmente.»
«Ai Bombelli e a quella santarella della mogliettina, è andata di lusso, non ti pare?»
«Ti prego, non mi costringere ad affrontare questo argomento.»
Marcelli si agitò sul divano, accese un’altra sigaretta poi si decise a continuare:
«Ti ho raccontato quanto sapevo, ma se proprio vuoi un mio parere, viste le condizioni mentali in cui si trovava Dante, la cosa è convenuta a entrambi e… non me la sento di dare giudizi sui Bombelli. Non ha fatto nulla di illegale e ormai la faccenda è chiusa e sepolta da troppo tempo. Ma tu, piuttosto, perché mai tanto interesse per questa storia?»
A quella domanda Gallo avrebbe risposto volentieri, ma non era sicuro di poterlo fare. Se lo era chiesto anche lui più volte, ma inutilmente. Pertanto, come d’abitudine, finse semplicemente di non aver sentito.
«Solo un’altra domanda: non sai nulla a proposito di quella donna che ogni tanto lo andava a trovare? Era forse una parente? La portinaia dice che…»
«Che dice la portinaia? Quella finge di essere all’oscuro, mentre lo sa benissimo che non era una parente! Sì, ne ho sentito parlare e anche se non l’ho mai vista di persona, ma so a chi ti riferisci. Insomma, cerca di capire, Dante era un po’ pazzo, d’accordo, ma dopotutto era un uomo anche lui, e che diamine…»
«Tu mi nascondi qualcosa,» ribatté Gallo «Io ti conosco, te lo leggo in faccia…»
«E va bene, l’hai voluto tu. Avevo promesso di tenere la bocca cucita, ma ormai Dante è all’altro mondo e mi perdonerà se manco alla parola data.»
Il nostro Dante, durante la fuga verso la Svizzera, ha conosciuto una ragazza. Se non ricordo male, i Roveda avevano trovato rifugio in un paese di montagna, dalle parti di Varese. Erano entrambi molto giovani, ma prima che l’intera famiglia venisse arrestata, avevano avuto tutto il tempo per conoscersi e innamorarsi. Poi, non so esattamente cosa sia successo. È stata la ragazza a ritrovarlo al termine della guerra, ma Dante ormai era un uomo diverso, era cambiato dentro. Del giovane brillante che aveva conosciuto e di cui si era innamorata, non era rimasto più nulla.
 
 
 
Quattro
 
Il vecchio ascensore si era alzato dal piano terra con un abbrivio spavaldo e incoraggiante, aveva superato di slancio il primo e raggiunto il secondo con un leggero affanno. L’arrivo al terzo e ultimo piano, annunciato da un lamento metallico e un paio di sobbalzi incerti, gli aveva fatto accapponare la pelle.
«Non si preoccupi, dottore, è tutto in ordine.» così lo aveva rassicurato il Bombelli, la prima volta che era salito con l’amministratore sull’abbaino.
«L’ascensore è un po’ vecchio, non arriva all’ultimo piano, si ferma al terzo, ma…» aveva poi ammesso, «Lo facciamo controllare regolarmente e funziona ancora benissimo.»
Con le chiavi di casa in mano, mentre saliva l’ultima rampa delle scale, aveva un solo pensiero nella testa: dare un’ultima occhiata nelle stanze, prima che arrivassero gli operai a sgomberare definitivamente l’appartamento. Non era rimasto quasi più nulla tra quelle pareti che valesse la pena di essere conservato: qualche sedia sgangherata, un paio di armadietti pensili in cucina, una vecchia poltrona sfondata e una pila di libri e riviste accantonate in un angolo di una delle quattro stanzette.
Gli effetti personali di Dante e ciò che restava delle sue poche cose, giacevano sul pavimento in anticamera dentro un baule d’abete verniciato di verde; tutto il resto dell’arredamento e delle suppellettili era stato portato via dagli inquilini del palazzo.
«Sono rimasti soltanto i piatti!» gli aveva confidato la portiera, «La porta è rimasta sempre aperta e con la scusa di prendersi un ricordino di Dante, hanno fatto sparire due armadi, un cassettone in noce e perfino i materassi e le reti del letto. Io che sto più in basso di tutti sono arrivata ultima, naturalmente, e mi sono dovuta accontentare di due quadretti appesi in anticamera che nessuno aveva voluto. Povero cristo, viveva anche lui come un miserabile… e pensare che avrebbe potuto campare come un signore. Che se ne faceva di tutti quei soldi? E poi, dove li teneva? Sotto il materasso? Non credo proprio, non le pare? In banca nemmeno, non aveva il conto corrente. Non riceveva lettere e non scriveva a nessuno, me ne sarei accorta.
Quell’uomo sapeva fare di conto molto bene e quando mi dava i soldi della spesa, perché nei negozi lui non metteva piede, pretendeva poi il resto fino all’ultima lira. A Natale ti faccio un bel regalo! Questo mi diceva, ma lasciamo stare, pace all’anima sua. Aveva sofferto tanto, d’accordo, chissà cosa aveva passato in campo di concentramento. Per questo motivo portavo pazienza, pensando di fare un’opera di carità. Però, dovevo sopportare anche le malelingue e le chiacchiere sul mio conto. Quante malignità e quante bugie si sono dette, ma… è meglio che stia zitta.»
«Mi dia retta, dottore» aveva subito aggiunto, «Erano in molti a salire in soffitta… troppa gente frequentava quella casa.»
Questo e poco altro aveva saputo in quei giorni dalla portiera. Niente che lui già non sapesse, e non si stupì nemmeno di tutte quelle confidenze, perché aveva già avuto modo di appurare che Dante rimaneva ancora l’argomento preferito tra gli abitanti di quella casa.
«Sono contenta che l’abbia comprato lei quel localino.»
Così aveva detto un inquilino del secondo piano incontrandolo sulle scale, «Se lo sistema per bene… con una terrazza così bella e così grande... si ritroverà una bella mansarda.»
E aveva ragione da vendere, Gallo si era innamorato dal primo istante di quella terrazza e del panorama stupendo che si poteva ammirare da lassù. Si era lasciato convincere dal Bombelli ad acquistare la soffitta di via Casematte e, contrariamente al suo carattere prudente, aveva firmato il contratto preliminare senza indugiare. La cifra che gli era stata proposta e le assicurazioni che si potevano ottenere i regolari permessi per le necessarie modifiche, lo avevano convinto che fosse una vera occasione.
Adesso, le gabbie dei piccioni erano state aperte, nessuno dava più loro da mangiare, ma gli uccelli continuavano a stazionare sul posto e a riprodursi liberamente.
Gallo aprì la portafinestra che dava accesso alla terrazza e un piccolo stormo di colombi si alzò in volo, anche se la maggior parte di loro si limitò a tenersi a debita distanza. Non sembravano troppo spaventati della sua presenza e il rumore del loro verso e lo sbattere d’ali era più intenso di quello del traffico sottostante. In quel momento, un treno diretto a Lambrate, passò lento sopra i Tre Ponti e, alzando lo sguardo, riuscì a scorgere un aeroplano in fase di atterraggio sulle piste di Linate
Le fatiscenti gabbie degli uccelli, rattoppate alla meglio, erano disposte su più piani contro la parete dell’abitazione e al riparo da un tetto di lamiera ondulata. Gallo si avvicinò con cautela, cercando di non spaventare le colombe in cova dentro le cassettine di legno, ed evitando di calpestare il guano più fresco che ricopriva quasi interamente il pavimento. Gli sportelli erano tutti spalancati, ma un piccione dibatteva le ali sul fondo di una gabbia, senza peraltro riuscire a prendere il volo. Una zampetta era rimasta incastrata tra due tavolette di legno e dovette sollevarle per liberarlo. Le assicelle rimosse rivelarono la presenza di una scatola di latta nel sottofondo. La estrasse senza nessuna difficoltà e dopo averla soppesata, aprì il coperchio che riproduceva un famoso dipinto di Pizarro. Era una scatola per biscotti di una nota marca e dentro una busta di plastica trasparente trovò banconote di vario taglio, ben suddivise e tenute insieme da elastici colorati. Gallo Aveva trovato il tesoro di Dante, quello che tutti gli inquilini del palazzo avevano cercato disperatamente e senza risultato.
Passato lo stupore iniziale, valutata ad occhio la quantità di denaro, subito gli parve chiaro che la cifra era abbastanza modesta. Più che di un tesoro, si trattava di un bel gruzzolo. Forse la somma risparmiata da Dante negli ultimi mesi della sua malattia.
Un rumore di passi e una voce proveniente dall’interno della casa lo distolsero da quei pensieri. Fece appena in tempo a rimettere il coperchio alla scatola che la voce di un bambino lo fece trasalire:
«Mamma, mamma… guarda quanti piccioni!»
A Gallo bastò vedere la testa rossa, gli occhi grandi e chiari di quel bambino per provare la sensazione di aver compiuto un lungo viaggio nel tempo, e di non trovarsi in quel momento sul tetto del palazzo, bensì tre piani più sotto. E quella che stringeva nella mano non era una scatola di latta, ma la mano grande e rassicurante di suo padre. Quel bambino assomigliava in modo impressionante a Dante. Pensò di avere una visione, ma subito dietro di lui apparve una donna che portava in braccio un altro bambino ancora più piccolo. Alle spalle della donna, un po’ defilata e timorosa si nascondeva una giovane ragazza dai lunghi capelli lisci di un rosso ancora più cupo. Tutti e quattro non sembravano sorpresi di trovarsi di fronte una persona sconosciuta. Solo il più piccolino sembrava non avere occhi che per i piccioni.
«Ci scusi se siamo entrati così…» disse infine la donna con un filo di voce, «la porta era aperta e la portinaia ci aveva avvisato che avremmo trovato lei, il nuovo proprietario della casa. Non mi voleva far salire, ma io ho insistito, perché desideravo tanto mostrare ai miei figli dove Dante è vissuto per tanti anni. Volevo che capissero, anche se sono così piccoli, i sacrifici che lui ha fatto per tutti noi…»
La donna aveva gli occhi lucidi, ma non abbassò mai lo sguardo e rimase in attesa che Gallo si riprendesse dallo stupore e dicesse qualcosa.
«Dante ha lasciato anche questa per voi»
Gallo, indicò la scatola di latta. Poi, lentamente, si avviò verso l’uscita. Regalò un buffetto sulla guancia al bambino più piccolo, quindi alzò gli occhi sulla famigliola
«Ecco, questo è il tesoro di Dante» si disse tra i denti.
«Restate tutto il tempo che desiderate, dopotutto, questa casa…»
Gallo raggiunse la soglia senza riuscire a concludere la frase.
La donna si avvicinò al dottore: «Lei è molto gentile,» disse, con molta semplicità, «ma non deve sentirsi in colpa. I miei figli hanno già un tetto e una casa al paese, là dove sono nati e dove vogliono vivere. Per tutto il resto, il ragionier Bombelli e sua moglie, donna Clara, mi hanno messo al corrente della situazione. La volontà di Dante sarà rispettata, anche se i miei figli…»
«Anche se i bambini non portano il cognome del padre?»
La donna rispose al dottore con un cenno del capo. Aveva gli occhi lucidi, le guance rosse della gente di montagna, e i capelli neri e lisci, legati a coda di cavallo, gli sfioravano le spalle. I suoi occhi e le sue mani si spostavano veloci da un bambino all’altro, regalando loro carezze e sorrisi rassicuranti.
«Andiamo ragazzi… andiamo a vedere il panorama della città…»
Il dottor Gallo si attardò ancora sulla soglia. Adesso, sembrava non avere più tanta fretta d’andarsene. Avrebbe voluto saperne di più su tutta la faccenda, discutere con la madre del futuro dei ragazzi, entrare nei dettagli, chiarire alcuni dubbi che ancora lo tormentavano, e parlare di alcune idee che gli frullavano in testa, ma il sorriso dolce e lo sguardo fermo di quella donna lo convinsero che anche per lui, era arrivato finalmente il momento di levarsi di torno.
 

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