domenica 3 aprile 2022

SEMPRE DI VENERDI’

 

SEMPRE DI VENERDI’

(5366 parole)


 

 La visita a domicilio
 
Il dottor Gallo si aggiustò il cappello con un gesto consueto davanti allo specchio, ebbe appena il tempo di riflettere che il borsalino di feltro andava sostituito con uno più adatto alla mezza stagione, quando il telefono sulla consolle squillò.
«Chi era?» domandò Cecilia, spalancando la porta del bagno. «Qualche problema?»
«Niente di nuovo» rispose il dottore, con la cornetta ancora in mano. «La solita visita a domicilio.»
«Meno male, ma torni per pranzo?»
«No, oggi non mi aspettare.»
«Lo sapevo!» brontolò Cecilia, richiudendo la porta di scatto. «Semper de venerdì…»
«Che hai detto?» domandò Gallo. «Vuoi ripetere?»
Uno scroscio d’acqua gli impedì di sentire la risposta. Rimase qualche istante in ascolto, poi s’infilò il trench con tutta calma, guardò ancora l’ora della pendola, quindi decise di varcare la soglia di casa.
 
Gallo annusò l’aria dolciastra dell’ultima sfornata della vicina fabbrica del Motta, lanciò uno sguardo sconsolato al traffico di viale Corsica e, mentre decideva di lasciare l’automobile in cortile, si domandò chi fosse mai questo Ramella Giuseppe - via dei Fossi - cinquantaquattro.
«Un caso urgente!»
Queste le parole della sua assistente al telefono.
Certamente uno nuovo, si disse, ancora sicuro di poter ricordare il nome e la faccia di tutti i suoi pazienti.
Anche Lucia non aveva saputo dire molto di più su quel “cliente ammalato”.
Il dottore si fermò all’edicola, ma solo al primo semaforo si concesse una rapida occhiata alla prima pagina del solito quotidiano. Le ultime notizie sulla guerra nel Vietnam, gli sviluppi del caso Sifar e la cronaca dei disordini nelle università, erano sovrastate da un titolo a quattro colonne: “Colpo di stato in Grecia.”
A dispetto delle pessime notizie e dello smog che incupiva il cielo di primavera, i platani e gli ippocastani lungo i viali mettevano su foglie, e l’erba nei giardinetti spuntava nonostante i cani e i loro padroni la calpestassero con la stessa frequenza. Anche le facce della gente per strada non sembravano diverse da tutte le altre mattine, e il frastuono del traffico sovrastava come sempre il cinguettio degli uccellini e qualunque altro rumore intorno.
Gallo arrivò davanti al portone del cinquantaquattro di via dei Fossi che mancavano dieci minuti alle otto. Quella visita gli avrebbe impedito di arrivare puntuale allo studio. Poco male, si disse, mettendo piede nell’androne che odorava di liscivia e cera per pavimenti.
«Ramella?» domandò Gallo scandendo le sillabe.
«Ramella?» ripeté la custode dietro il vetro della guardiola. «Terzo piano!» aggiunse, aiutandosi con la mimica e muovendo la bocca come un pesce dentro l’acquario.
Il medico della mutua era abituato alle stranezze delle portinaie. Dopo tanti anni di “su e giù” per le scale, nella penombra profumata di androni eleganti, nel fetore di squallidi anditi e cortili di periferia, si era convinto che fosse proprio quella vita di clausura forzata a renderle così selvatiche e lunatiche.
Suonò il campanello di un portoncino laccato di fresco di un bel rosso Bordeaux. Mentre aspettava che qualcuno aprisse la porta si affacciò alla finestra del pianerottolo. Un giovanotto in tuta blu si aggirava indaffarato nel cortile interno, tra automobili con il cofano aperto, vecchi copertoni, carrelli elevatori e attrezzi vari. L’odore di nafta e petrolio bruciato gli solleticò le narici.
Quando la porta si aprì, riconobbe immediatamente il volto delicato della signora Bazzoli. Soffriva d’insonnia la bella signora di origini bergamasche che ogni due mesi si presentava nel suo studio per rinnovare la ricetta del sonnifero e, solo raramente, per qualche piccolo malanno di stagione. Per un istante pensò di aver sbagliato indirizzo.
«Venga dottore, entri pure, è per mio marito che l’ho fatta chiamare.» disse la padrona di casa scostandosi dalla soglia, e nascondendo l’imbarazzo dietro un sorriso di circostanza.
«Ramella è il cognome del mio compagno… Noi non siamo sposati, capisce?»
«Capisco» rispose Gallo, cercando di nascondere la sua sorpresa. «Lo conosco?»
«No, non credo, è la prima volta che... Insomma, non è mai stato ammalato in vita sua. Il mio Beppe manda avanti l’officina qui sotto, ma la malattia, per chi lavora in proprio, è un lusso che non possiamo permetterci. Però, questa volta…»
«E questa volta, cosa si sente?»
«Ha dolori allo stomaco, al petto, un po’ ovunque… Anche alla testa.»
«Da quanto tempo?»
«Eh… da qualche settimana, ma in questi giorni è peggiorato.»
«Perché non lo avete portato in ospedale? E Come mai non mi avete chiamato prima?»
La donna indugiò prima di continuare: «È la testa che non gli funziona più.» disse arrossendo. «Secondo me ha un forte esaurimento nervoso, anche se lui non se ne rende conto e non lo vuole ammettere.»
Dopo un quarto d’ora, varcato il portone e sotto gli occhi vigili e inespressivi della portiera, Gallo si soffermò davanti a una targa affissa al muro. Era una piccola insegna di latta e diceva:
“Officina Ramella - Auto e Moto“
Frugò nella memoria e si convinse di avere già sentito parlare di questo meccanico. Anche la faccia di Ramella non gli era nuova. Dove aveva visto quel naso a patata, così pronunciato e rubizzo? Se lo domandò inutilmente lungo il tragitto, poi in vista dello studio smise di scervellarsi, sopraffatto da altri mille pensieri.
Quella mattina di maggio Lucia Bellomo indossava un impeccabile camice azzurro, pulito e stirato di fresco; un’altra conferma che fosse venerdì. Non era l’unica stranezza della sua dinamica assistente di origine sicule che, al temperamento ombroso e volubile, univa una parlantina sciolta, e una spiccata propensione al pettegolezzo.
«Sartirana, questa notte, è morto all’ospedale.»
«Il cuore?»
«Sì, dottore, è morto sotto i ferri.»
«Sotto i ferri?» ripeté il dottore.
Lucia confermò con un cenno del capo.
«Santa polenta!» esclamò Gallo, lasciandosi cadere di schianto sulla poltroncina di finta pelle nera.
«Quante volte glielo devo dire? Si dice deceduto durante l’operazione, oppure venuto meno, spirato, mancato. Insomma, dica quello che vuole ma non usi quell’espressione. E non dimentichi di mandare un biglietto di condoglianze alla vedova.»
«Sarà fatto!» rispose Lucia, con l’accenno di un inchino e un sorriso di circostanza.
«Però, non ci sono solo brutte notizie,» aggiunse, «ieri sera la signora Bottani ha partorito una bella femminuccia.»
Gallo non commentò la notizia, e Lucia capì che il momento di dare inizio alle danze era arrivato
Dopo aver smaltito una ventina di pazienti, alla media invidiabile di sei barra sette all’ora, Lucia fece capolino dalla porta che separava la sala d’aspetto e lo studio.
«Ha telefonato il geometra Caputo. Non l’ho voluta disturbare, ma…»
«Che voleva?»
«Niente, soltanto ricordarle che oggi è venerdì. Ha detto proprio così, ricordi al dottore che oggi…»
«È venerdì!» concluse Gallo, spazientito, senza aggiungere altro.
 
 
 
La Seicento del geometra Caputo
 
Alle tredici in punto, dopo aver percorso per intero via Mecenate, in vista delle ciminiere fumanti della Montecatini, la Seicento di Caputo svoltò a sinistra per immettersi sulla Paullese. Un odore nauseante di uova marce costrinse Gallo a chiudere il deflettore. Caputo imprecò sottovoce e premette sull’acceleratore per allontanarsi dalla zona infetta. A quell’ora la provinciale era quasi deserta e davanti a loro si stendeva la campagna bagnata dal Lambro. Il colore mutevole delle sue acque e la quasi totale assenza di pesci, la dicevano lunga sulla salute di quel corso d’acqua che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventato uno dei fiumi più inquinati d’Europa.
«Come si chiama questo ristorante?»
«Trattoria del Ponte o qualcosa del genere.»
«Che si mangia di buono?»
«Pesce! Che altro vuoi mangiare di venerdì?»
«Che tipo di pesce?»
«Pesce di fiume freschissimo, insomma, il pescato dell’Adda.»
«Se lo dici tu… mi fido» tagliò corto il dottore, «ma non facciamo tardi come al solito. Nel pomeriggio ho ancora molte visite da fare.»
 
Sulla via del ritorno, la buona cucina, il vinello dell’Oltrepò e lo spirito allegro di Caputo, avevano contagiato anche la vecchia Seicento che sembrava filare più veloce e più sicura che mai. Anche il dottore pareva più sereno. Merito di un antipastino di vaironi in carpione e una mezza porzione di polenta e baccalà in umido, che gli avevano permesso di rispettare il precetto di magro e, allo stesso tempo, di accontentare la gola senza rimorsi.  
«La settimana prossima devo portare la macchina dal meccanico» disse Caputo all’altezza dell’incrocio per Melzo. «Ha il motore rifatto. È come nuova, e bisogna rifare il tagliando.»
«Dove la porti?» fece Gallo, ridacchiando. «Al Niguarda o alla Fiat? All’ospedale conosco qualcuno, posso sempre metterci una buona parola.»
«Vuoi scherzare? Io la porto dal mio meccanico di fiducia a Melegnano.»
«Perché non la porti dal Ramella?» domandò Gallo, folgorato da un’idea improvvisa. «Lo conosci? Questo Ramella ha l’officina proprio dalle tue parti.»
«Certo che lo conosco.» disse Caputo. «Prima andavo sempre dal Beppe, ma adesso che lui non c’è più…»
«Come mai, che fine ha fatto questo Beppe?»
«Non lo so, ma è sparito dalla circolazione. Ho sentito in giro delle chiacchiere. Forse sono solo pettegolezzi, ma si dice che abbia piantato baracca e burattini per una giovane straniera.»
Gallo fu tentato di confidare all’amico che si sbagliava. Ramella non era affatto sparito! Il meccanico era soltanto molto ammalato, ma decise all’ultimo istante di tacere.
«E ora, chi manda avanti l’officina?»
«Chi dirige l’officina?» ripeté Caputo. «Il socio. Un giovanotto in gamba, svelto di lingua, ma ancora senza l’esperienza del Beppe. Quello sì che era un bravo meccanico.»
Gallo non batté ciglio, e lasciò che il discorso si esaurisse senza fiatare.
Mentre Caputo discorreva ancora della sua Seicento, il dottore meditò sulla strana coincidenza e su quanto era successo in mattinata a casa del meccanico. Al povero Beppe avevano affibbiato una scappatella, mentre le sue condizioni di salute erano gravi. Lui era stato chiaro in proposito: il paziente non si poteva curare in casa. L’unica soluzione era quella del ricovero in ospedale.
 
Quella stessa sera e dopo cena, il Millecento di Gallo rallentò davanti al cinema Ambrosiano. In cartellone c’era l’ennesimo spaghetti-western. Un genere che piaceva tanto alla moglie, e di recente anche Ornella, ormai tredicenne, andava pazza per i film di Sergio Leone. Convincerle a scegliere un’altra pellicola non sarebbe stato semplice, non gli restava altro da fare che cambiare programma per la domenica pomeriggio.
Le gambe nude e il colore dei capelli di una prostituta appoggiata al lampione di viale Molise gli fecero venire in mente la bella signora Bazzoli. L’immagine fugace ma chiara del marito, quel Beppe che tutti davano per scomparso, lo costrinsero a ritornare con la mente agli avvenimenti di quella mattina.
Cercò di togliersi dalla testa il pensiero di quella strana visita a domicilio concentrandosi su quello che stava per fare. Gli prese una gran voglia di tornarsene a casa, oppure di infilarsi dentro un cinema qualunque. Propositi e dubbi che lo assalivano tutte le volte che arrivava dalle parti del convento dei frati. Dentro quelle vecchie mura lo aspettavano solo bronchiti croniche, fegati ingrossati e devastati dall’alcol, piaghe di ogni genere su corpi scheletrici, oppure gonfi e flaccidi, facce tristi e facce come quella di…
“Carletto!”
Si sorprese di pensare a quel senzatetto silenzioso, con la barba lunga e l’occhio vivace che, da qualche settimana, non si faceva vedere alla mensa dei poveri. Perché stava pensando proprio a lui? Questo ancora non lo sapeva con esattezza, ma di una cosa era certo: doveva rivederlo.

 
- L’Oratorio dei Salesiani
 
Baselli era un ometto secco ed energico, ma aveva un’ernia inguinale grossa come un melone.
«È una brutta ernia. Deve farla vedere da uno specialista. Vada all’ospedale. Io non la posso curare.» disse il dottor Gallo al termine della visita.
«Sciur dutùr,» rispose il paziente rivestendosi. «Come faccio? C’ho la bottega da mandare avanti… mica posso chiudere il negozio per questa roba qui.»
«Capisco, ma non c’è altra soluzione che il ricovero, l’ernia non guarisce da sola, non ci sono cure, solo il bisturi e…»
Gallo non concluse la frase, alzò lo sguardo sulla faccia smorta come un crisantemo del fiorista.
«Senta Baselli,» disse, «se non ricordo male il suo negozio è quello all’angolo di via Bordighera, proprio di fianco alla chiesa dei Salesiani, vero?»
«Sì, proprio quello.»
«Mi dica, non si vede più il Carletto da quelle parti? Quel senzatetto che dormiva sempre sulla panchina davanti alla chiesa.»
Il povero Baselli, disorientato dalla domanda inattesa, rifletté qualche istante prima di rispondere.
«Chi?  Quel Carletto? Lei sta parlando di quel barbone muto, con la barba lunga…»
«Ma sì, Carletto, sto parlando proprio di lui.»
«No - sciur dutùr - quello lì non si vede più in giro. Quel - malnàt - è sparito dalla - circolassione. Per carità! Non faceva mica male a nessuno ma - l’era sèmper alègher – non so se mi spiego. Io ce lo dicevo sempre alla mia signora di non dare soldi a quello lì, che poi li spendeva tutti per il bere.»
«Sì, beveva troppo.» ammise il dottore.
«Lo domanderò a mia moglie, se sa qualcosa di quel barbone.» aggiunse il Baselli. «Però, se vuole saperne di più, chieda a Don Luigi, il prete giovane della parrocchia.»
 
L’oratorio dei Salesiani era addossato alla parte posteriore della chiesa e formava con essa un corpo unico di mattoni rossi. Il portone d’entrata, posto di lato alle finestre della sacrestia, era spalancato. Dal cortile interno provenivano grida e il suono frequente di un fischietto indicava una partitella in corso.
Gallo entrò nell’androne con la baldanza di sempre e una certa emozione nel rivedere luoghi che aveva frequentato in gioventù.
Trovò Don Luigi sul campo di pallavolo. Era un arbitro severissimo ed emetteva fischi rabbiosi a ogni palla trattenuta. Quando lo vide arrivare sorrise, passò il fischietto a un giovanotto e si avvicinò a Gallo con la mano tesa.
«Lei dev’essere il dottor Gallo.»
La stretta di mano era vigorosa, asciutta e il tono molto cordiale:
«La prego di scusarmi se non la ricevo in canonica. La squadra di pallavolo domenica ha una partita molto importante, e oggi non potevo mancare all’ultimo allenamento.»
Don Luigi era un prete ancora giovane, di bell’aspetto, spigliato e fresco, con una cantilena nella parlata, tipica del bresciano.
«Non si preoccupi,» rispose Gallo, «sono felice di aver rimesso piede in questo oratorio. Non è la prima volta, certo adesso tutto è cambiato, ai miei tempi era un po’ diverso, tutto più vecchio e malandato, ma da ragazzino ho giocato anch’io sul quel campetto di calcio. Ricordo che abbiamo perso la partita, ma noi che venivamo dal quartiere di Lambrate, qui giocavamo in trasferta.»
La risata di Don Luigi era di quelle schiette e contagiose.
«Dunque, dottore, cosa mi diceva al telefono a proposito del signor Di Luca?»
«A proposito di chi?»
«Angelo Di Luca, questo è il vero nome di Carletto, non lo sapeva?»
«No, non lo sapevo,» ammise Gallo, contento di trovarsi di fronte ad una persona informata. «Mi domandavo che fine avesse fatto. Lo incontravo ogni tanto alla mensa dei frati di Viale Piave e, talvolta, mi sono occupato anche della sua salute. Quando passavo per questa piazza, era impossibile non notarlo. Sempre la stessa panchina, immobile e silenzioso…»
«È vero, non si muoveva mai da quella panchina. Ma adesso nessuno sa che fine abbia fatto. È da qualche settimana che non lo si vede più da queste parti. Mi auguro soltanto che non gli sia capitato niente di male. Forse, dovremmo avvisare la polizia, fare delle ricerche, lei che ne pensa?»
Gallo aveva già preso in considerazione quell’ipotesi, ma non seppe dare una risposta. Il prete rifletté qualche istante, poi ruppe il silenzio:
«Lei sa, dottore, chi era veramente Carletto, prima di ridursi in quello stato?» Gallo mise su due rughe in fronte e fece cenno di no col capo.
«Angelo Di Luca, prima di diventare Carletto il barbone, era stato un bravo medico anestesista. Un bravo professionista e un uomo stimato da tutti. Insomma, una persona rispettabile e con un’ottima posizione ma, una sera, forse in compagnia di amici, si lasciò andare e bevve molto più del solito. Può capitare a chiunque, vero dottore?»
Gallo annuì, ma preferì non commentare.
«Per sua sfortuna, quella sera stessa, fu chiamato in ospedale per un caso urgente. Quando si presentò in sala operatoria, era in evidente stato di ubriachezza. Per fatalità, la giovane donna perse la vita durante l’operazione chirurgica. Di Luca fu radiato per il suo comportamento, nonostante si fosse accertato che la causa della morte non era da addebitare al suo operato. Ciò che sconvolse il medico, più che la perdita del lavoro, fu di apprendere che la giovane deceduta era la figlia di un suo carissimo amico. Da quel momento pare che Di Luca sia entrato in un profondo stato di depressione. Il rimorso e la vergogna gli sono stati fatali e da quel giorno non è stato più lui. Tuttavia, come sia finito sui marciapiedi di questa città, non saprei proprio che dire.»
«Però!» fu il commento laconico di Gallo. «Quel mendicante così taciturno e scorbutico, un laureato in medicina, un collega… Chi l’avrebbe mai detto?»
«Se non ricordo male,» aggiunse il sacerdote, «Carletto era stato riconosciuto da un suo conterraneo. Proprio qui, sul sagrato di questa chiesa, tuttavia queste informazioni non sono mai state verificate fino in fondo. Se fosse venuto prima, soltanto qualche mese fa, avrebbe potuto parlare col parroco, Monsignor Cremaschi, ma anche lui, purtroppo…»
«Santapolenta!» esclamò Gallo. «Anche il parroco… scomparso pure lui?»
«Ma no, che dice? Se n’è andato per un infarto...»
«Ah… volevo ben dire...» concluse Gallo, rassegnato, ma senza nascondere la sua delusione.
 
 
- Il menu del giorno
 
Gallo non aveva mai interrotto la ricerca di Carletto, il povero barbone con un passato così misterioso. Gli sarebbe piaciuto saperne di più su quel medico anestesista siciliano che aveva abbandonato il paese d’origine e la famiglia, per abitare i marciapiedi e le panchine di Milano. Tuttavia, non aveva intenzione di spingere le indagini oltre un certo limite. Si accontentava di guardarsi intorno e di rivolgere qualche domanda ai poveri della mensa dei frati. Anche se, con il passare dei giorni, l’interesse per quella storia era scemato, e il dubbio aveva smesso di assillarlo.
«Madonna Santissima» esclamò Lucia, spalancando la porta dello studio. «Che disgrazia!»
L’ultima notizia carpita nella sala d’aspetto sembrava avere sconvolto l’assistente.
«Di cosa sta parlando?» Domandò Gallo, senza distogliere lo sguardo dall’agenda.
«Di quel poveretto che ieri sera è caduto dal balcone. Morto! Stecchito! Ma del resto, dal terzo piano non aveva scampo. La notizia girava anche questa mattina, ma non potevo immaginare che si trattasse del marito della signora Bazzoli.»
Gallo, lasciò cadere la penna, chiuse l’agenda degli appuntamenti, si sistemò meglio sulla poltrona e si pose in ascolto, senza aprire bocca.
«Oddio, non erano proprio marito e moglie, però stavano insieme da molti anni.»
«Mi stai dicendo che Ramella, il compagno della signora Bazzoli, è morto?»
Lucia confermò tutto e aggiunse anche altri particolari che dimostravano quanto fosse informata sui fatti.
«E tutte queste cose, da chi le hai sentite raccontare?»
«Dai clienti, ma anche dal giornale.» rispose Lucia, indicando un punto sulla scrivania.
Gallo lanciò uno sguardo sconsolato sulla copia intonsa del quotidiano. Fece appena in tempo a vedere il lato B della sua assistente che sgusciava fuori dalla porta, quando sentì suonare il telefono.
«Pronto?»
Era l’amico Caputo. Il geometra gli ricordava che era venerdì e gli dava appuntamento alla solita ora e al solito ristorante.
Gallo entrò nella trattoria “lo Spigolo” all’una in punto. Lanciò uno sguardo verso il solito tavolo, e si accorse che Caputo non era ancora arrivato. La cosa era molto insolita: il menu speciale del venerdì – prezzo fisso per i clienti abituali - prevedeva: spaghetti al sugo di gamberetti e vongole, fritturina di calamari, sorbetto al limone – bevande escluse. Il geometra non era tipo da sottovalutare la portata di certe offerte e Gallo era certo che l’amico non avrebbe tardato ad arrivare.
«Ho fatto un po’ tardi!» disse Caputo, scusandosi per il ritardo di dieci minuti. «Però ne valeva la pena: questa mattina sono riuscito a vendere un altro appartamento, nel nuovo quartiere di viale Ungheria. E con questo fanno cinque in un mese.»
«Perché non ti metti in proprio? Guadagneresti molto di più.»
«Non scherzare.» rispose Caputo. «Voglio dormire tranquillo la notte, e poi… se le cose vanno avanti così non ho di che lamentarmi.»
«Bè… in effetti, non hai torto. Lo stipendio è buono. Non hai spese di gestione e ti rimborsano pure i soldi della benzina.»
«E non solo,» ribadì Caputo, mentre si guardava intorno, alla ricerca del cameriere, «tra qualche giorno mi danno anche l’automobile di rappresentanza. Il grande capo mi ha fatto capire che non posso continuare ad andare giro con la mia vecchia Seicento. Dice che danneggia l’immagine dell’azienda.»
«È una bella notizia ma, a proposito di automobili, hai sentito della scomparsa del Ramella, il meccanico di via dei Fossi?»
«Ho saputo… ho saputo…» ripeté il geometra, mentre cercava con ampi gesti di attirare l’attenzione anche del titolare. «Poi ti racconto.»
Il geometra era informatissimo. Anche lui aveva appreso la notizia dal giornale, ma le informazioni più interessanti le aveva ricevute al Bar dello Sport, di prima mattina e direttamente dal solito vicino di casa del defunto Ramella.
«Quando è precipitato dal balcone, il Ramella era solo in casa. La signora non c’era. La portinaia dice d’averla vista uscire di casa la mattina molto presto, quando è rientrata, la disgrazia era già avvenuta.»
«Disgrazia, oppure, suicidio?» si domandò il dottore, ad alta voce.
«Non si sa!» disse Caputo. «Ma sono in molti a pensare che non si tratti di un incidente domestico. Non stava bene di salute, e anche gli affari non andavano più bene come una volta.»
Il geometra rifletté qualche istante prima di riprendere il discorso. Versò il primo sorso di Pinot grigio nel bicchiere, poi riprese:
«Mi avevano detto che aveva perso la testa per una bella creola, che era partito per un’isola dei Caraibi, invece, quel povero cristo non era mai uscito dal suo letto. Adesso dicono che fosse molto malato - che non usciva mai di casa – e che avrebbe compiuto quel gesto per farla finita. Non si sa più a chi credere.»
Gallo non fece commenti sull’accaduto. Gli era bastata una visita sommaria per capire che quell’uomo era un alcolista con seri problemi al fegato e con evidenti sintomi di astinenza alcolica. Lo stato confusionale, il rifiuto di accettare la situazione, gli attacchi di rabbia descritti dalla consorte non lasciavano dubbi. Gli aveva prescritto una cura a base di benzodiazepina, al fine di ridurre l'agitazione e prevenire alcuni sintomi da astinenza ma, soprattutto, aveva consigliato alla signora Bazzoli di non lasciarlo mai solo e di provvedere per il ricovero in clinica.
«Non dovevano lasciarlo solo…»
Brontolò il dottore sottovoce, mentre il geometra Caputo, nella confusione generale, si sbracciava per ordinare il menu del giorno.
 

 
- La ricetta
 
Passò un’altra settimana, prima che la notizia dell’imminente funerale di Ramella lo raggiungesse. A portarla fin dentro lo studio del dottor Gallo, un giovane ispettore della polizia che, molto cordialmente, voleva fare “quattro chiacchiere” con il dottore.
Michele Rubini, vice ispettore della mobile, si era presentato alla chetichella nello studio medico di Gallo e, di prima mattina, si era messo in coda con gli altri pazienti, aspettando il suo turno. Lucia l’aveva fatto entrare senza sospettare di nulla. Soltanto al cospetto del dottore, invece del libretto della mutua, l’ispettore aveva esibito il tesserino.
«Fate sempre così?» domandò il medico, sorpreso da quella insolita procedura. «Se mi aveste avvisato, le avrei evitato perlomeno di fare la fila.»
«Non volevo disturbare, inoltre, sono qui solo per ottenere informazioni su un suo paziente scomparso di recente ma, è mio dovere avvisarla che non è tenuto a rispondere.»
«Ho capito» disse Gallo. «Siete qui per Ramella, il meccanico che la settimana scorsa è precipitato dal balcone, però anch’io la devo subito avvisare che costui non era un mio paziente abituale. L’ho visitato nel suo letto in una sola occasione. Non l’avevo mai visto prima. Io sono soltanto il medico di fiducia della convivente: la signora Anita Bazzoli.»
L’ispettore non si mostrò affatto sorpreso, ma voleva saperne di più sulle condizioni di salute del Ramella.
«L’ho trovato debilitato e in chiara crisi di astinenza alcolica.» disse Gallo. «I sintomi erano quelli. Gli ho prescritto un lieve sedativo al fine di ridurre l'agitazione. Se somministrata regolarmente, la benzodiazepina aiuta a prevenire alcuni sintomi da astinenza, ma non a guarire. Ho consigliato loro il ricovero in una clinica specializzata ma, evidentemente, non mi hanno dato retta.»
«Non dovevano lasciarlo solo.» aggiunse il dottore per maggior scrupolo. «Le persone in quelle condizioni tendono all’autolesionismo.»
«Intende dire, che possono arrivare al suicidio?»
Gallo rifletté qualche istante prima di rispondere:
«È stata fatta l’autopsia? Immagino di sì. Quindi, se in corpo aveva una buona dose di alcool è probabile che fosse ubriaco, in quello stato è facile perdere l’equilibrio, anche se il più delle volte si finisce a gambe all’aria ancora prima di riuscire a scavalcare la ringhiera del balcone. Se invece non aveva bevuto, le probabilità che abbia scelto la via più breve per porre fine alla sofferenza, aumentano notevolmente.»
«Volevamo sapere se il paziente al momento dell’incidente - per prudenza preferiamo chiamarlo così - fosse nelle condizioni mentali e fisiche di mettere in atto quel gesto. Ma vedo che lei ha già risposto a questa domanda.»
Il vice ispettore scribacchiò qualcosa sul suo taccuino, se lo infilò nella tasca interna della giacca e si alzò per accomiatarsi.
«Ancora una domanda, poi la lascio al suo lavoro; lei sarebbe disposto a riconoscere di persona la vittima? Nonostante la caduta dal terzo piano i suoi lineamenti del viso sono rimasti inalterati.»
«L’ho visto soltanto una volta, pochi giorni prima del decesso…»
«Appunto!» intervenne Rubini. «Pare che lei sia l’ultima persona, oltre la moglie, ad aver visto da vicino il Ramella Giuseppe, prima della sua morte.»
«Sono a vostra disposizione.»
«Bene. La ringrazio per la disponibilità.»
La mano tesa dell’ispettore non lasciava dubbi sulla sua volontà di porre fine al colloquio.
«Le faremo sapere» aggiunse. «Nel frattempo, la prego di non dire a nessuno di questa mia visita. Se volevano fare pubblicità l’avremmo convocata nei nostri uffici. Il commissario Rovida in persona ha deciso questo approccio informale, proprio per non dare nell’occhio. Mi capisce? Una parola fuori luogo potrebbe compromettere l’esito delle indagini in corso. Adesso io esco da questo studio, come un comune paziente, e nessuno deve sapere del nostro incontro. Intesi?»
«D’accordo» disse il dottore, stringendo la mano dell’ispettore. «E per il funerale?»
Rubini, prima d’uscire, si voltò verso il dottore e disse.
«La procura non ha ancora stabilito il giorno delle esequie, ma è questione di giorni.»
 
 
 
 
 
- A Berlino c’era scappato il morto
 
Questione di giorni! 
Così aveva detto l’ispettore Rubini lasciando lo studio.
Erano già passati sei lunghi giorni e non era successo nulla. Nessuna notizia sul caso Ramella. I giornali avevano smesso di occuparsene e il telefono taceva. Ma la sofferenza maggiore per il dottore era quella di dover tenere la bocca cucita.
I soliti dubbi avevano ricominciato a tormentarlo e meditava di presentarsi al commissariato e confessare tutto.
“Confessare” era una parola troppo grossa. Dopotutto, lui non aveva fatto nulla di male. Aveva semplicemente evitato di esporre un dubbio. Forse qualcosa di più di un dubbio, ma non era ancora certezza.
E se quell’uomo che aveva visto nel letto della bella Bazzoli fosse davvero il Carletto? In questo caso: che ci faceva quel barbone in quella casa? Come c‘era arrivato quel senzatetto nel letto della bella signora Bazzoli? E poi ancora, che fine ha fatto il vero Ramella?
 
Non sapeva darsi pace, tuttavia maggio scivolò verso la fine, portandosi dietro una densa nuvolaglia che regalava frequenti acquazzoni. Ogni volta che Gallo vedeva la pioggia non poteva fare a meno di pensare alla vigna dei suoceri a Bobbio. Era in arrivo un altro ponte e la moglie faceva già progetti per le vacanze di Pasqua.
Gallo percorse con prudenza la rotonda di piazza Piola e, dopo aver posteggiato in una via laterale, non senza difficoltà e con due ruote sul marciapiede, si diresse verso l’edicola. Acquistò il solito quotidiano, soffermandosi sui titoli della prima pagina.
A Berlino c’era scappato il morto. La notizia non era nuovissima e anche la televisione aveva dato grande risalto ai disordini avvenuti di recente in Germania. Adesso si sapeva qualcosa di più su quanto era accaduto all’Opera di Berlino e alla presenza dello Scià di Persia. Gallo non sembrava molto interessato ai particolari della faccenda, ma certamente era molto preoccupato per la brutta atmosfera che si respirava in città e nel resto d’Italia.
Passò velocemente alla pagina della cronaca e una notizia su tutte attrasse la sua attenzione. L’aveva aspettata per tanti giorni, ma finalmente era arrivata.
Guardò l’orologio al polso: era quasi la una. Se faceva in fretta, poteva arrivare allo “Spigolo” in tempo. Del resto era venerdì e Caputo non poteva mancare.
 
«Non dovevi pranzare con tua moglie?» Disse il geometra, che non si aspettava di trovare il dottore, già accomodato al solito posto.
«E tu sei sempre in ritardo» la risposta laconica di Gallo che a stento nascondeva la soddisfazione per l’arrivo dell’amico. «C’è stato un cambiamento di programma.» disse. «Siediti, che poi ti racconto.»
Caputo si tolse il cappello, sfilò il giornale dalla tasca, lo posò sul tavolo e aspettò la reazione del dottore.
«Hai letto anche tu?»
Caputo affermò col capo ripetutamente.
«Il Ramella l’hanno trovato fatto a pezzi in un fusto del petrolio.» disse il geometra, con il tono e la verve del consumato cronista di nera. «Sono stati quei due a farlo fuori. La sciùra Bazzoli, cioè la convivente, e il suo giovane amante. La polizia li teneva d’occhio da un bel po’ di tempo, anche i telefoni avevano messo sotto controllo. Aspettavano solo un passo falso, perché volevano prenderli con le mani nel sacco. Quando si sono decisi e hanno fatto irruzione nell’officina meccanica, non hanno impiegato molto a trovare il cadavere, già in stato di avanzata decomposizione, per via dell’acido in cui era stato messo in ammollo. Povero cristo…»
Gallo lo invitò con un gesto della mano ad abbassare la voce, ma l’amico si interruppe soltanto per l’arrivo del cameriere.
«Due menù del giorno, vero dottore?»
«Verissimo,» confermò Gallo, «e una bottiglia di Pinot grigio,» aggiunse, «ma che sia bello fresco.»
«Che stavi dicendo?» domandò Gallo, invitandolo a continuare.
«Che stavo dicendo? Ah, sì, dicevo: povero cristo anche quello che si è buttato dal balcone. Chissà perché l’ha fatto? Per disperazione, oppure…»
Caputo fu costretto di nuovo al silenzio, questa volta per l’arrivo di un altro cameriere, che lasciò sul tavolo una bottiglia vino bianco, già stappata.
«In ogni caso,» sempre con lo stesso tono, «senza la morte di questo sconosciuto, l’omicidio non sarebbe venuto a galla tanto presto. I due si stavano preparando alla fuga. Chi ha scritto l’articolo sostiene che gli amanti avevano avviato le pratiche per vendere l’appartamento e l’officina. Ma avevano bisogno di tempo e soprattutto, non potevano nascondere a lungo l’assenza del vero Ramella.»
«Però!» il commento di Gallo non era un gran che, ma la faccia esprimeva tutto il suo compiacimento per la ricostruzione attenta dei fatti.
«La signora Bazzoli aveva trovato un sostituto. Lo teneva chiuso a chiave in casa.  Diceva a tutti che era malato, e ogni tanto gli permetteva di andare sul balcone a prendere un po’ d’aria e farsi vedere dai condomini.»
«Ho letto anch’io il giornale,» disse Gallo intervenendo, «ma il mio articolo è molto più stringato e privo di tutti questi particolari.»
«Questa mattina al bar, ho incontrato il solito vicino di casa, molto informato sui fatti. Era su di giri, non poteva credere che un crimine così efferato potesse avere luogo proprio a casa sua, nel suo cortile. Praticamente, sotto i suoi occhi.»
«Quindi nessun sospetto sull’identità di questo, come lo vogliamo chiamare… Uomo di paglia?»
«Chiamiamolo pure con il suo nome: dottor Angelo Di Luca detto Carletto il barbone. Questo non è il suo vero nome, ma per il momento può bastare.»
La faccia del geometra Caputo tradì un eccesso di stupore. «Ma come…» balbettò. Tu sapevi tutto e non dicevi nulla?»
«Buon appetito!»  fu la risposta di Gallo. «Mangiamo che altrimenti si fredda.»
«Ehi, dottore, non facciamo scherzi. Voglio sapere tutto!»
«Stai tranquillo geometra, poi ti racconto tutto.»
 

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