domenica 3 aprile 2022

MIA CARA ADORATA ROSINA

 MIA CARA ADORATA ROSINA…

(2790 parole)

 

 

Quel pomeriggio di fine luglio il dottor Gallo posteggiò la Mini proprio di fronte alla pasticceria di Porta Genova. Nella vetrina delle sorelle Ferretti c’era ogni bendidio: crostatine alla frutta che piacevano tanto alla moglie - bignè alla crema di cui andava ghiotta la figlia - cannoli siciliani -  praline e pasticcini di ogni tipo e forma ma, i suoi occhi golosi non riuscivano a staccarsi da una candida e vellutata torta quadrata. La croccante sfoglia, il soffice pan di spagna, il rosso scarlatto dell’alchermes, e quella morbida crema alla vaniglia… Una vera goduria anche per gli occhi. La diplomatica delle sorelle Ferretti era senza dubbio la migliore di tutta la città.
Lanciò un’ultima occhiata ai variopinti dolcetti di pasta di mandorle, quindi si diresse con decisione verso il fondo della via.

«Chi? Il signor Viviani?» ripeté la custode, dopo una rapida occhiata alla sua logora valigetta di cuoio.
«Ha provato a suonare al citofono? Come dice? Non risponde? Ossignùr… Ossignùr…»
Il dottore allargò le braccia in segno di scuse e, mentre assecondava con ampi gesti del capo le lamentele della custode, cercò di ricordare le parole del paziente al telefono. Viviani lo aveva chiamato nella mattinata del giorno prima; era preoccupato per certe macchie che aveva sul corpo, e per una caviglia gonfia che gli impediva di camminare. Quindi non poteva essere andato molto lontano.
«Forse sarà sceso in cantina» azzardò il dottore.
«Ma no, ma no… si sarà addormentato» ribatté la custode. «Per la verità è anche un po’ sordo, non avrà sentito il campanello, forse la televisione accesa, o forse era in bagno. Comunque, sciur dutùr, è inutile stare qui a discutere: prendo le chiavi e l’accompagno su al terzo piano.»
«Il Viviani è diventato un po’ selvatico» continuò la donna, aggrappata al cancelletto in ferro battuto dell’ascensore. «Prima non era mica così, però da quando è morta la moglie - la povera Rosina - non è stato più lui. Pensi che una volta alla settimana, ch’el piov o’l fioca, va sempre al cimitero. Tutti i risparmi li spende nei fiori e nel taxi. Però, è una brava persona e non dà fastidio a nessuno. Vedesse come tiene la casa: lava, stira e fa i mestieri meglio di una donna.»
«Quindi,» esordì Gallo sull’ascensore, «quand’è l’ultima volta che l’ha visto?»
«Mica tanto: l’ho visto di sfuggita ieri mattina, mentre rientrava dal portone. Aveva in mano il solito libro che prende all’edicola tutte le settimane. È un patito di gialli quello lì, non ne perde mai uno.»
«Ha visto se zoppicava?»
«Non mi pare. Certo è che cammina con la testa bassa, sembra un cane bastonato, soprattutto dopo quello che gli è successo la settimana scorsa…»
«Ah…» fece Gallo, per non deludere la donna che, dall’atteggiamento severo e la piega amara della bocca, sembrava avere cose molto importanti da rivelare.
«Pensi, dottore, i casi della vita… La settimana scorsa, con la posta del mattino, è arrivato un pacchetto indirizzato ancora alla moglie. Santo cielo! Saranno vent’anni che non c’è più la buonanima della signora Rosina. Per fortuna mi sono ricordata che di cognome faceva Colombo, come la mia mamma, altrimenti lo rispedivo indietro»
«Vent’anni?» domandò Gallo, stupito e incredulo. «Così tanto tempo?»
«Oddio, forse non così tanti, ho perso il conto, ma più di dieci sono sicura. Comunque, quando ha letto l’indirizzo, il poveretto si è sentito mancare. È rimasto senza parole e allora non gli ho chiesto più niente… Insomma, quasi niente…»
«Ah… però!» fece il dottore, per vincere l’improvvisa reticenza della portinaia. «Chissà che conteneva di tanto prezioso quel pacchetto?»
«A lei lo posso anche dire» dopo un attimo di esitazione, «più che un pacchetto era una busta gialla, di quelle belle grandi e dentro c’era un portafoglio da signora. Me l’ha fatto anche vedere. Apparteneva alla moglie. La sua signora l’aveva smarrito qualche mese prima di fare la fine che ha fatto. La poverina poi è morta di un brutto male… Lei se la ricorda la Rosina?»
«Purtroppo no. Viviani è un mio paziente solo da pochi anni.»
«Ecco, mi sembrava una faccia nuova…» disse la custode, con il dito già sul campanello.
Lo fece squillare un paio di volte, poi, quasi istintivamente, pose la mano sulla maniglia e la porta con uno scatto secco si aprì.
«Madonnasantissima…» esclamò la donna, con un filo di voce e indecisa sul da farsi. «È permesso?»
Ancora prima che Gallo potesse mettere piede sulla soglia, sentì un urlo straziante raggelargli il sangue. La donna davanti a lui, con le mani tra i capelli, gli sbarrava l’accesso e tutto ciò che poté vedere al di sopra della sua testa fu il profilo di due gambe a mezz’aria.
Un uomo con una corda al collo, pendeva immobile dal soffitto.
 
Il grido d’allarme della portinaia, risucchiato e amplificato dalla tromba delle scale, richiamò a raccolta sul pianerottolo un numero impressionante di inquilini di tutte le età, sesso e razza. Arrivavano saltellando sui gradini come tante cavallette e, per impedire che i più morbosi lo travolgessero, il dottore fu costretto a barricarsi dentro casa, in compagnia del morto. Al sicuro dai guardoni, chiamò con il telefono di casa il 113, quindi tornò ad esaminare con maggiore attenzione il cadavere. Dopotutto, era un medico, di morti nella sua lunga carriera ne aveva visti tanti, tuttavia era la prima volta che si trovava a quattrocchi con un impiccato, e la cosa non lo lasciò indifferente.
Viviani indossava una canottiera bianca e i pantaloni di un pigiama azzurro di cotone. Accanto al cadavere, leggermente spostata contro il muro, una comunissima scala da imbianchino di legno. Il gonfiore sulle natiche spiegava perché non una goccia avesse macchiato il pavimento dell’anticamera. Una ciabatta era finita tra le foglie dell’aspidistra, mentre l’altra sembrava scomparsa. Faceva molto caldo all’interno dell’appartamento e, in quelle condizioni, non era facile stabilire con precisione l’ora del decesso.
Aveva letto troppi Chandler e Agata Christy per non sapere che il suo posto era fuori sul pianerottolo, insieme agli altri, lontano dal luogo del delitto, ma si lasciò vincere dalla curiosità e iniziò ad ispezionare con metodo ogni angolo della casa.
Dal piccolo ingresso si accedeva a un tinello con angolo di cottura. A destra, una saletta adibita a studio, e in fondo al corridoio la stanza da letto e il bagno. Una quarta porta, diversa dalle altre, si apriva su uno sgabuzzino. Il letto matrimoniale era intatto. Molto probabilmente era ancora quello in cui si era spenta l’indimenticata Rosina, la cui fotografia troneggiava in una cornice d’argento sul comò. Indifferente alla tragedia che si era consumata sotto i suoi occhi, sorrideva serafica in bianco e nero.
Sul piano di marmo del comodino c’era un po’ di tutto: pastiglie per il colesterolo, aspirinette e una confezione di sonniferi. Accanto ad un bicchiere d’acqua vuoto, un paio di occhiali da vista, una penna a sfera e un portafoglio in pelle per signora ancora in buono stato, ma molto vecchio e decisamente fuori moda. Sotto la lampada e in bella evidenza: una lettera piegata in quattro parti. La carta ingiallita era logora e consumata sui bordi. Il dottore indugiò guardandosi intorno, quasi temesse di non essere solo, poi prese il foglio con la punta delle dita e lo lesse da cima a fondo.
Nel frattempo, sul pianerottolo e sulle scale, il trambusto aumentava col passare dei minuti. Il brusio si era trasformato in una vera cagnara e dallo sbattere delle porte si percepiva l’eccitazione che la notizia della tragedia aveva provocato nell’intero palazzo. La polizia sarebbe arrivata da un momento all’altro, ma la porta d’ingresso era chiusa con il gancio a catenella, pertanto non rischiava di essere sorpreso mentre frugava nei cassetti, negli armadi e persino nel secchio sotto il lavandino. Non dovette rovistare molto per estrarre una busta gialla di grande formato.  La carta era strappata in più parti e accartocciata, tuttavia si poteva ancora leggere l’indirizzo scritto a mano e il francobollo era di quelli che le tabaccherie avevano smesso di vendere da molti anni. Dei colpi alla porta e una scampanellata perentoria, lo avvisarono che la polizia era arrivata.
 
«Quindi, la porta, era aperta?» domandò il commissario per l’ennesima volta.
«Sì, anche la portinaia lo può confermare.» rispose il dottore.
 «Quella donna è sconvolta. Di lei mi occuperò più tardi.»
Il commissario Crudeli era indubbiamente un uomo esperto e troppo anziano per entusiasmarsi a un caso di poca importanza e all’apparenza molto semplice come quello che aveva di fronte. Si aggirava intorno alla vittima con aria assente e scocciata, la stessa faccia che hanno sovente gli agenti della stradale chiamati sul posto di un banale tamponamento. Un agente in divisa era rimasto sulla soglia, mentre il secondo si aggirava per le stanze, ignorando la sagoma immobile che ancora pendeva dal soffitto.
«Aspettiamo quelli della scientifica,» disse il commissario, «intanto voi non toccate niente, anzi, uscite e fate sloggiare tutta quella gente sul pianerottolo.»
Parlava a bassa voce con un leggero accento marchigiano e gesticolava con la velocità di un bradipo cauto. A tradire la sua insofferenza, soltanto un sopracciglio inarcato sull’occhio destro e un tic costante e frequente alla spalla sinistra.
«A proposito…» disse più tardi, senza precisare la natura dei suoi pensieri, «per caso, non ha visto in giro un lampadario o qualcosa di simile? Che ne so, una plafoniera, un portalampade?»
Poi, indicando il soffitto, aggiunse: «Dica, dottore, anche lei ha notato che qui manca qualcosa?
Gallo allargò le braccia, infilò il capoccione tra le spalle, e con una smorfia sul viso rispose: «No, non ho notato nulla.»
«Oh bella, ma che ha fatto in tutto questo tempo?»
“Ho fatto compagnia al morto!” Avrebbe voluto rispondere Gallo all’impertinente domanda. Era impossibile ignorare il tono di sarcasmo nella voce del commissario. Gallo si fece coraggio, respirò forte, poi, con gli occhi e un leggero gesto del capo indicò la porta dello sgabuzzino.
«Ah… ecco dov’è finito il lampadario. Qui dentro? E bravo il nostro dottore… lei per caso è anche indovino?»
“Me l’ha detto la fatina!” pensò il dottore mordendosi la lingua. Lasciò trascorrere qualche secondo, poi, con un gesto misurato, portò l’indice alla tempia e lo fece roteare.
«Ah… capisco… Che stupido sono stato, eppure era abbastanza logico. Quindi, se ho ben capito, questo povero diavolo è salito sulla scala, ha staccato il lampadario dal soffitto e prima di appendere il cappio al gancio, ha pensato bene di riporre il lampadario nello sgabuzzino. Notevole, lo devo ammettere, veramente curioso. Ripensandoci, non era troppo difficile; bastava guardarsi intorno per capire che il padrone di casa era una personcina molto ordinata. Un tipo preciso, maniaco della pulizia e dell’ordine: si direbbe che quel pannolone l’abbia messo di proposito per non sporcare il pavimento.»
«Ha visto dottore che bella libreria?» la voce del commissario adesso arrivava dal salotto. «Guardi un po’ qua: interi scaffali di gialli, thriller e romanzi polizieschi. Era un esperto il nostro Viviani, conosceva gli effetti spiacevoli che la morte per impiccagione procura.»
L’argomento era delicato, soprattutto in presenza del morto, e Gallo evitò ogni commento. Del resto, il commissario sembrava avere già altro per la testa. La sua attenzione adesso era per la corda e per il cappio.
«Il nostro era un esperto anche di nodi; se ne vedono pochi di nodi scorsoio fatti così bene.»
«Una gassa d’amante, o cappio del bombardiere» precisò Gallo, dissimulando il suo compiacimento e indicando con l’indice una fotografia appesa alla parete, che ritraeva un giovane sottufficiale di marina in divisa d’ordinanza. «Un nodo da vero marinaio esperto.»
«Eh già!» fece Crudeli, strizzando gli occhietti chiari davanti al quadro: «Questo spiegherebbe anche il nodo fatto a regola d’arte.»
Poi rivolto al dottore aggiunse:
«Viviani era persona molto ordinata, sappiamo anche che amava i gialli, che ha prestato servizio nella Marina Militare… ma che motivo aveva per desiderare di farla finita? Era forse malato gravemente?»
«Niente di così grave, che io sappia.» Rispose Gallo con prudenza, ancora indeciso se accettare o meno il tono di sfida del commissario.
«Aveva una salute invidiabile per la sua età; al momento lamentava una caviglia in disordine.» spiegò ancora il dottore, indicando la fasciatura al piede del cadavere. «Alla sua età questo è un motivo sufficiente per richiedere una visita a domicilio. Suppongo che sia andata così.»
«Capisco, capisco,» fece il commissario con un certo sarcasmo, «non ci si ammazza per una caviglia rotta e soprattutto, perché chiamare un medico, se si ha intenzione di porre fine alla propria vita?»
Gallo rifletté qualche istante poi si convinse a parlare:
«Non me lo so spiegare» disse. «In ogni caso, era una persona molto precisa, e non voleva che qualcuno sfondasse la porta. Così si spiega la porta aperta, ma quasi certamente aveva dell’altro in testa. Forse un dispiacere recente, qualcosa che l’ha ferito profondamente, e…»
«E?» fece il commissario, fulminando il dottore con un’occhiataccia. «Continui dottore, stava andando bene. Lei sa qualcosa che non mi vuol dire. Non lo neghi, glielo leggo in viso! Suvvia, faccia ancora un piccolo sforzo, ci dica anche il movente del suicidio – Non si faccia pregare! -  Così chiudiamo subito il caso e ce andiamo in fretta tutti a casa.»
Abbandonata all’istante ogni cautela, Gallo gonfiò il petto e con fare deciso suggerì al commissario di seguirlo nella stanza da letto.
«Commissario, la prego, dia un’occhiata a quella lettera sul comodino.»
«Crudeli accese la lampada, inforcò un paio di occhialetti da vista e, senza toccare la lettera, lesse con attenzione, per alcuni minuti e senza dire una sola parola.
«È una lettera d’amore» disse il commissario, rialzando il capo. «Non ci sono dubbi. La firma è illeggibile ma è indirizzata a una certa Rosina. La lettera inizia con:
“Mia cara e adorata Rosina…” poi tante belle parole, ti amo da morire, sei bella come il sole eccetera eccetera e alla fine, questo scarabocchio che non riesco a decifrare. L’inchiostro è diverso, e si vede che il tratto è recente. La faremo analizzare da un esperto, ma intanto si può sapere chi è questa Rosina?»
«La defunta moglie del Viviani» Rispose Gallo, indicando il ritratto sul comò.
«Dunque, questa Rosina aveva un amante segreto!? Tuttavia, a giudicare dallo stato di questa lettera, dovrebbe trattarsi di una faccenda ormai vecchia e sepolta… Ma forse non è così… vero dottore?»
Il dottore indugiò qualche istante prima di rispondere:
«Signor commissario,» disse, «mi segua in cucina.»
Poi, con malcelata rassegnazione, mostrò la busta gialla e strappata che conteneva il portafogli appartenuto alla consorte del Viviani.
«Lei ha frugato anche nella spazzatura del morto…» disse il commissario. «Si rende conto che è un reato gravissimo?»
«Ha ragione, non avrei dovuto, ma… è stato lei a chiedermi di collaborare.»
Crudeli alzò anche l’altro sopracciglio «Allora, caro dottore, vada avanti: discuteremo in un secondo momento questo dettaglio.»
«C’è poco da aggiungere» disse Gallo. «Vedersi recapitare a casa un oggetto smarrito dalla moglie, vecchio di molti anni, dev’essere stato un duro colpo cuore. E che dire di questa lettera, prova inequivocabile del suo tradimento? Forse il Viviani non aveva mai sospettato nulla di questo genere. Possiamo solo immaginare il dolore di un uomo che viveva ancora nel ricordo della sua adorata moglie. Forse c’è dell’altro, forse era soltanto stanco di vivere, ma chi può dire con certezza cosa passi per la mente di una persona in quel momento?».
 
Mentre Gallo si allontanava in fretta da quella casa, incurante delle prime gocce che evaporavano sull’asfalto ancora caldo, pensava alla faccia del commissario mentre gli stringeva la mano e alla salma del povero Viviani in viaggio verso l’obitorio.
“Che brutta storia”, si disse davanti alla vetrina della pasticceria. Per un momento pensò di rinunciare alle pasterelle ma, per sconfiggere l’amarezza di quel pomeriggio, che c’era di meglio di una bella fetta di diplomatica?
Restavano ancora molti dubbi sulla faccenda, non tutto egli era chiaro nella testa. La porta dell’appartamento, per esempio, come mai era aperta? Forse nel marasma mentale degli ultimi attimi Viviani aveva dimenticato di chiuderla oppure, l’aveva lasciata così di proposito?
La caviglia gonfia non era il solo problema che lo affliggeva, forse le macchie sul corpo erano soltanto una scusa per convincerlo a recarsi a casa sua, ma oltre alle corna di cui soltanto di recente aveva preso coscienza, c’era sicuramente dell'altro. Anche il rinvenimento del portafoglio perduto molti anni prima era una cosa assai bizzarra. E che dire della lettera d’amore custodita dalla consorte come una reliquia tra la carta d’identità e il santino di Padre Pio?
Però di una cosa Gallo era veramente certo: quello sgorbio scritto in fondo alla lettera, quelle poche parole amare e lapidarie, erano certamente opera del morto. E quel commissario era proprio un rimbambito: “brutta baldracca” c’era scritto. Lo leggeva anche un bambino, non c’era bisogno del parere di un perito, soltanto quel fesso di Crudeli non l’aveva capito.
 
FINE
 

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