domenica 3 aprile 2022

LA SECONDA DOMENICA DI LUGLIO

 

LA SECONDA DOMENICA DI LUGLIO

1747 parole (31-03-22)

 
 
Cecco si svegliò molto presto quella mattina, così presto che fuori era ancora buio e intorno a lui c’era un grande silenzio. Si vestì in fretta, rifece con cura il letto, poi, come d'abitudine, abbandonò la stanza senza fare rumore. 
Quando uscì di casa il sole aveva già raggiunto la cima dei pioppi lungo l’argine del fiume, ma sotto il portico sembrava ancora notte e la brezza di terra sapeva di fieno bagnato.
Era estate. In cielo di nuvole neanche l’ombra e presto avrebbe fatto di nuovo caldo. Molto caldo.
“In montagna farà più fresco” pensò, mentre pedalava di buona lena sullo stradone che andava al paese. In lontananza vedeva già il campanile della chiesa, aveva superato anche il cancello del cimitero e tirato dritto per il timore di fare tardi, quando fu costretto ad arrestare bruscamente la corsa della sua Bianchi nera.
Un chiodo!
Un dannato pezzo di ferro arrugginito aveva squarciato la ruota davanti e non c’era più tempo per aggiustarla. Mancava solo un quarto d’ora alla partenza e la fermata delle corriere era ancora troppo lontana. Tuttavia, se camminava in fretta e il pullman aveva qualche minuto di ritardo, forse ce la poteva fare ad arrivare in tempo. Questo si disse Cecco in vista delle prime case. C’erano mille ragioni per non perdere il pullman della colonia. Lui pensava ai dolcetti, alle caramelle, alle figurine della Panini e ai giornaletti dell’Intrepido che aveva nella borsa, ma ciò che lo tormentava e che gli faceva muovere le gambe in fretta senza sentire la fatica era il pensiero di suo figlio che, da qualche parte lassù tra le montagne, lo stava aspettando.
Cecco aveva promesso: «Se parti per la colonia, questa volta, ti vengo a trovare.»
Lo diceva tutti gli anni per convincerlo a partire, anche se sapeva di dire una bugia.
«Non ti credo!» aveva risposto Cesarino. «Giura!»
Com’era andata a finire quella volta non se lo ricordava, forse non aveva fatto giurin giuretta incrociando le dita davanti alla bocca, ma la parola sì, quella l’aveva data e adesso non poteva deluderlo un’altra volta.
Giorgio lo vide entrare nel bar mentre trafficava intorno alla Cimbali e dava retta a un cliente al bancone. Lo salutò con un cenno del capo, poi alzò gli occhi sull’orologio appeso alla parete.
«Che ti succede questa mattina? Sei caduto dal letto?»
«No, macché…» fece Cecco, accennando un sorriso. «Ho perso il pullman.»
«Di quale pullman stai parlando?»
«Quello della colonia. C’è mio figlio lassù che mi aspetta.» Il braccio teso indicava il nord, e la linea incerta delle montagne al di là del fiume.
«Il figlio di chi?» brontolò qualcuno alle sue spalle. Un altro cliente smise di leggere il giornale e si avvicinò incuriosito al bancone:
«Dove ha detto che vuole andare?» domandò con un cenno d’intesa al barista.
«State zitti!» intimò Giorgio, alzando la voce e scuotendo il capo. «Lasciatelo parlare.»
«Dunque vorresti andare a trovare tuo figlio… tuo figlio che sta in colonia?» Il tono era sempre amichevole, ma lo sguardo del barista si era fatto serio.
«Cecco annuì più volte, poi chinò il capo e restò in silenzio.»
«E dove sarebbe questo posto?» Aggiunse Giorgio, con un tono più cordiale.
Cecco pronunciò il nome del paese, non era molto, se ne rendeva conto, ma era tutto ciò che ricordava. Il barista aprì la bocca, indugiò qualche secondo, poi, abbassò lo sguardo e sospirò.
«È molto lontano, non so se… Forse è meglio se lasci perdere. Magari ci vai un’altra volta a trovare tuo figlio.»
«Non importa se è lontano. Oggi è la seconda domenica di luglio, c’è visita parenti, e mio figlio mi aspetta.»
«Se proprio insisti…» disse il barista alzando le mani in segno di resa.  «Tra un quarto d’ora c’è una corriera che va in città.»
«E poi?»
«Poi prendi il tram per la stazione: un mezzo che arriva da quelle parti lo trovi di sicuro.» 
«Sei proprio sicuro?»
«Ci puoi scommettere.»
Cecco annuì sorridendo e uscì dal bar deciso a seguire il consiglio dell’amico. Sapeva che non sarebbe stato facile raggiungere in breve tempo quel paesello sperduto sulle montagne, ma doveva assolutamente tentare. Aveva gambe buone, tre biglietti da mille lire in tasca e ancora tutta la giornata davanti. Non si scoraggiò neppure di fronte al traffico dell’ora di punta e affrontò con decisione la ressa alla fermata del tram.
Cercò di ricordare l’ultima volta che era stato in città, ma aveva le idee confuse. Allo zoo Cesarino aveva pianto di paura davanti alla gabbia degli elefanti, sua moglie aveva acquistato un bel paio di scarpe in via Torino, la pizza dal “Toscano”, quella alta con tanta mozzarella, un cinemino di periferia, un gelato al Motta e poi più nulla, non ricordava altro. Cecco si domandò se davvero stesse perdendo la memoria, e se quella sua capacità di rimuovere i fatti spiacevoli della vita, gli avesse fatto dimenticare qualcosa di molto importante.
«Dove deve andare?»
Era la seconda volta, nel giro di un paio d’ore, che qualcuno glielo chiedeva, ma questa volta a rivolgergli la domanda era un giovanotto con la camicia azzurra, le spalline senza i gradi e la cravatta blu. Cecco avvicinò la faccia allo sportello e pronunciò il nome del paese scandendo le sillabe. L’addetto alla biglietteria, dopo aver consultato un paio di libracci e controllato alcune tabelle disse di no, che non si poteva arrivare direttamente in quel posto.
«Però…» subito dopo e con un tono molto professionale.  «Se prende il pullman per S… che parte tra mezz’ora, e poi il traghetto per Z…»
«Il traghetto?» Cecco se lo fece ripetere due volte, per sincerarsi di avere capito bene.
«Certo, se non vuole attraversare il lago a nuoto deve prendere il traghetto.»
Cecco non obiettò. Non disse che lui doveva andare in montagna e non ai laghi, anche perché l’uomo con la cravatta dava segni d’impazienza e non era più disposto ad ascoltarlo.
«Allora? lo vuole o non vuole questo biglietto?»
Fece segno di sì col capo, pagò e si mise subito alla ricerca del pullman giusto.
Sulle sponde del lago ci arrivò che era quasi mezzogiorno. Adesso c’era un altro biglietto da fare, altri soldi da spendere, venti minuti da aspettare ma, se alzava gli occhi davanti a sé vedeva la montagna ergersi maestosa sopra lo specchio d’acqua e, in qualche modo, si sentì rassicurato. Entrò in un bar per farsi una birra fresca e mangiare il panino con la frittata che aveva nella borsa. Non aveva molto appetito, ma doveva approfittare di quella pausa per mettere qualcosa nello stomaco. Mezza giornata se n’era già andata e non sapeva quanto tempo avrebbe impiegato il battello ad attraversare il lago. Durante la traversata non abbassò mai lo sguardo sull’acqua; era verde più verde dell’erba, profonda, minacciosa e non aveva nemmeno un buon odore. Molto meglio seguire il profilo della montagna che diventava rapidamente sempre più grande e sempre più vicina. «Mi saprebbe indicare la strada per la colonia?» domandò Cecco.
Il signore anziano seduto di fronte a lui, un tipo massiccio che aveva tutta l’aria di essere del posto e molto pratico della zona, lo guardò dapprima con diffidenza: «Pensavo l’avessero chiusa quella colonia…» disse alzando l’indice verso un punto della montagna.
«Guardi là, vede quel gruppo di case lassù, dove la montagna spiana e prima di quella sella?»
Cecco annuì, vedeva solo qualche tetto rosso spuntare tra il verde fitto degli alberi, i resti di una torre in pietra grigia e il campanile di una chiesetta, e non chiese altro: gli bastava sapere che la meta non era lontana per sentirsi meglio.
«È sicuro di voler salire proprio lassù in cima?»
Cecco sorrise e fece cenno di sì col capo. 
«È la seconda domenica di Luglio» rispose. «Oggi è visita parenti e là c’è mio figlio che mi aspetta.»
«Ah be’…» Il vecchio indugiò ancora qualche secondo prima di continuare. «Forse fa ancora in tempo a prendere l’ultimo autobus di linea. Ma deve fare in fretta» aggiunse, scuotendo il capo. «Altrimenti tocca farla a piedi.»
Cecco posò i piedi all’inizio della salita che le due erano passate da pochi minuti.  Faceva molto caldo, però l’aria era diversa, più fina, si respirava meglio e la prima fermata dell’autobus la saltò di slancio. Passò diritto senza fermarsi anche alla seconda poi smise di contarle. Camminò ancora per un’ora intera senza sentire la stanchezza, poi, dopo l’ennesima curva, la strada si fece più ripida, tortuosa e la sete cominciò a farsi sentire. Anche le automobili di passaggio si erano fatte rare e di autobus neanche l’ombra. Dopo un lungo tratto assolato, ripido e senza case intorno, si fermò qualche istante sul bordo della strada per dissetarsi ad una fontanella e per rifiatare all’ombra di un grande abete.
Il lago a fondo valle aveva cambiato di nuovo colore. Adesso era di un bel azzurro profondo e così lontano non incuteva più paura. Si meravigliò di quanta strada avesse fatto. Dopo aver guardato il sole ancora alto e minaccioso, rivolse l’ultimo sguardo alla cima della montagna e fu in quel momento che gli parve di scorgere un riflesso balenare tra il fitto degli alberi. Ancora un centinaio di metri fatti quasi di corsa, poi, dopo l’ultima curva la strada spianava e allora non ebbe più dubbi: ce l’aveva fatta. Era arrivato. Aveva fatto tanta strada; era partito dalla campagna all’alba, quindi aveva attraversato la città, il lago e poi tutta quella salita senza fermarsi mai, ma ora era così stanco e fiaccato dallo sforzo che non riusciva a gioire per il successo. Gli ultimi metri li percorse con crescente affanno. Aveva alzato lo sguardo e quello che aveva visto lo aveva intristito: dov’erano i bambini con il cappellino bianco? Perché c’era tanto silenzio intorno? E quel palazzo fatiscente di vetro e cemento che aveva di fronte perché aveva le finestre chiuse e le porte sbarrate? Si guardò intorno in cerca di una risposta che non voleva arrivare; finalmente ricordò il silenzio della casa e il letto vuoto, gli occhi strani di Giorgio, il suo amico barista, la faccia e il sorriso impertinente di quel passeggero sul traghetto. Gli venne in mente anche di quell’ultima volta in città, dell’incidente e della macchina in fiamme e… il giorno del funerale…
Perché nessuno l’aveva fermato? Perché non gliel’avevano detto di sua moglie e di Cesarino?
Ma forse si sbagliava un’altra volta, forse la sua mente gli stava giocando ancora un brutto tiro, allora cominciò a gridare e a prendere a calci la porta, finché capì che la colonia era chiusa.
 

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