lunedì 27 settembre 2021

FOTO DI FAMIGLIA

 

 1

Giovedì a pranzo: orecchiette con le cime di rapa.

«Fa-vo-lo-se!» esclamò il geometra Caputo, scandendo le sillabe. «Anche mia madre le faceva così… Lei era brindisina, di Mesagne, per la precisione.» 

«A cosa dobbiamo brindare?» rispose Schininà, allungando la manona sul collo della bottiglia.
«Posa quella Bonarda!» gli intimò il dottor Gallo. «Si parlava delle orecchiette con le cime di rapa.»
«Appunto!» fece Schininà. «Anche mia mamma mi tirava sempre le orecchie. Testa di rapa mi diceva. Mio padre, invece, certi cazzotti…» Poi si azzittì, abbassò gli occhi sul piatto, scrollò le spalle e senza aggiungere altro iniziò a spolpare l’osso della cotoletta con precisione chirurgica.
«Ma pensa te!» brontolò il geometra Caputo. «Questo è proprio suonato…»
Gallo inchiodò il geometra con lo sguardo: «Non me l’avevi mai detto che tua madre era pugliese.» disse, mentendo.


«Certo che sì, te lo sarai dimenticato. In ogni caso, anche mio padre arrivava dalla Puglia. Io, invece, sono nato a Bergamo, ma solo per puro caso. Sarei dovuto nascere in Svizzera, se mia madre non si fosse sentita male durante il viaggio sul treno. Poveretta, in quei giorni era incinta del sottoscritto. I miei genitori furono così costretti a scendere dal treno molto prima di varcare il confine. Poi trovarono alloggio a Bergamo, in casa di lontani parenti, dove finalmente mia mamma mi mise al mondo: “Settimino, brutto, cattivo, ma sano come un pesce”. Così mi diceva sempre.»
A questo punto della storia, il geometra Caputo si commuoveva sempre e, ancora una volta, puntuale e utile come un San Bernardo, Gallo arrivava in suo soccorso.
«In Svizzera non ci siete più tornati?» disse il dottore.
«No. Papà trovò lavoro presso un’acciaieria, così ci stabilimmo in Val Brembana.»
«Una bella sfortuna,» Schininà aveva di nuovo alzato la testa, «ti saresti risparmiato gli anni di guerra, oggi saresti uno stimato cittadino svizzero.»
Il geometra si prese qualche secondo di pausa prima di rispondere, trangugiò le ultime orecchiette, quindi partì all’attacco:
«A parte il fatto che a me gli elvetici stanno leggermente sullo stomaco, ma devo dire che, grazie al cielo, oggi non mi manca nulla. Senza contare che sono orgoglioso di essere quello che sono, cioè un italiano. Tu, invece, toglimi una curiosità: sei mezzo sordo per davvero o non ci senti soltanto quando ti fa comodo?»
«La va a momenti. Certe volte di più e altre di meno. Dipende…»
«Dipende? Spiegati meglio: dipende da che?»
«Dipende dalle cazzate che mi ronzano intorno, alcune le sento bene, altre per nulla. Le tue, ad esempio, faccio fatica a sentirle tutte, alcune mi sfuggono.»
E rivolto a Gallo, con aria innocente, aggiunse: «Che ne dice il dottore? Sono grave? Ho bisogno di una visita?»
«Che pirla…» fece Caputo. «Tu hai bisogno di una visita al cervello… te lo dico io. Vero dottore?»
«Dottore, la vogliono al telefono.»
L’intervento inatteso e provvidenziale del cameriere, lo trasse da una situazione imbarazzante. Che continuassero pure a sfottersi quei due, ma senza di lui.
«Sì… pronto.»
«Zio? Sono io… mi senti?»
Solo una persona al mondo lo chiamava così. Non aveva dubbi, la voce al telefono era quella di Cecilia, sua moglie.
«Ti sento malissimo, qui c’è un chiasso infernale... Come hai fatto a trovarmi?»
«Facile! Oggi è giovedì quindi – gnocchi – e dove se non al Grappolo d’Uva?»
«È cambiata la gestione, non li fanno più gli gnocchi. Ma non fa niente, piuttosto, dimmi che è successo?»
«Ha telefonato Luisa, tua cugina, pare che lo zio Giacomo non se la passi troppo bene. Lo hanno dimesso dall’ospedale, ma forse non è una buona notizia. Di più non mi ha detto, però mi ha fatto capire che avrebbe piacere di una tua visita.»
«Chi? Mia cugina vuole vedermi?»
«Sì, proprio lei. Se ti sbrighi fai in tempo ad andarci subito dopo il pranzo.
«Ho altre visite a domicilio nel pomeriggio. Forse è meglio se prima li chiamo al telefono.»
«Forse è meglio se vai e basta!»
Inutile discutere con lei. Cecilia al telefono era sempre stata scorbutica e di poche parole, ma dopo l’incidente, quello che gli aveva procurato l’aborto, il suo umore era peggiorato. No, non conveniva contraddirla per tanto poco. Inoltre, le condizioni di salute dello zio Giacomo erano da tempo abbastanza critiche e, se la cugina Luisa aveva deciso di chiamarlo, questo non era certo un buon segno.

 «Schininà? È già andato via?» domandò il dottore di ritorno al tavolo.
«Hai voglia… lui prende solo il secondo piatto e non deve nemmeno aspettare il conto. Salda tutto alla fine del mese. A proposito, non prendere l’arrosto di vitello, c’è poca ciccia e molto grasso intorno.»
«No, non voglio altro. Devo andare via in fretta. Prendo solo un caffè e scappo.»
«Oggi che avete tutti e due. Quello fa il finto tonto e tu? Che hai con quella faccia, brutte notizie?»
«L’ultima volta che ho ricevuto una buona notizia al telefono è stato ad aprile dell’anno scorso. Arrivava dal bar Roma. Avevo vinto alla riffa un uovo di Pasqua e mi pregavano di ritirarlo.»
«Ci sei andato?»
«Macché, me ne sono scordato.»
«Andiamo bene! Begli amici che ho: uno sordo e anche un po’ rintronato, e l’altro senza memoria. Ma tu quando hai bisogno di una visita, che fai? Ti metti davanti allo specchio?»
«Non sei spiritoso. Piuttosto, lascia in pace Schininà che…»
«Che?»
Il geometra aspettò pazientemente che il dottore finisse di bere il suo caffè.
«Vuoi deciderti a parlare?»
«Adesso non ho tempo. Te lo spiego un’altra volta. Forse domani, davanti a una bella fetta di polenta con il baccalà, con questo freddo non sarebbe niente male.»
«Hai ragione! Ci vediamo domani a pranzo. 


2
Giovedì pomeriggio: “Ossignur, l’è rivà anca lu!”

 Gallò distolse gli occhi dalla pagina del giornale e guardò fuori dal finestrino: aveva appena smesso di piovere e l’orologio alla fermata di via Cesare Battisti segnava un quarto alle tre. Negozi chiusi. Poca gente nei bar e sui marciapiedi. Vuoto il sagrato della chiesa di San Pietro in Gessate e insolitamente deserta anche la scalinata del Tribunale. Nessun segno degli scontri del giorno prima. La pioggia, caduta incessantemente tutta la notte, aveva cancellato ogni traccia dei violenti disordini scoppiati tra la polizia e un gruppo di studenti della vicina università. L’ennesimo corteo di protesta, contro… contro chi? Si domandò il dottore, prima di posare di nuovo lo sguardo sulla prima pagina del quotidiano. Contro la magistratura, questa volta. C’era ben altro nell’articolo di fondo, ma credeva di saperne già abbastanza. Del resto, della faccenda se n’era parlato ampiamente anche a tavola. Schininà si era rivelato come sempre il più informato di tutti. Con chiarezza aveva esposto i fatti, elencato il numero dei feriti da una parte e dall’altra, rese note le generalità e le motivazioni dell’unico fermo tramutato poi in arresto e, con poche battute, aveva riassunto i commenti e le reazioni delle principali testate italiane. Quell’uomo aveva una memoria eccezionale, oltre a una passione sfrenata per la politica. Però, Caputo aveva ragione, forse Schininà non era diventato soltanto un po’ sordo, forse c’era dell’altro.

«Per piasè… questo tram ferma in Piassa Cadorna?» gridò una donna anziana dalla pensilina di Piazza Fontana. Una ragazza alta e magra, con un grosso cappello di lana verde calato sulla fronte, aiutò la donna a salire. La fece accomodare nel primo posto libero, poi raggiunse la testa della vettura, alle spalle del manovratore. Anche a Ornella da bambina piaceva tanto quel posto. Era attratta dai movimenti della leva di comando e si eccitava al suono della campanella. Adesso sua figlia aveva già il fidanzatino. Lei lo chiamava ancora il mio ragazzo, ma per quanto tempo ancora? Si domandò Gallo scendendo dal tram.

 «Ah… sei arrivato» disse la cugina, aprendo la porta. «Hai fatto presto. Avevo detto a tua moglie di non disturbarti…»
Luisa s’interruppe per aiutarlo a togliersi il cappotto, poi lo guidò per il lungo corridoio.
«Vieni, vieni, siamo tutti qui, nel salotto.» disse sottovoce. «C’è mia sorella con i bambini, anche la Marinella, una parente della povera mamma. Pensa, è venuta apposta da Crema.»
A dispetto della voce flebile e i modi gentili, Luisa era una donna alta, energica e robusta. Dalla mamma invece aveva ereditato la carnagione chiara e il nasino alla francese.
«Lui, lo zio, dov'è?»
«È di là, nella sua stanza… Adesso c’è l’infermiera che l’assiste. In quelle condizioni e da sola non potevo più occuparmi di lui. Mia sorella mi dà una mano, fa quello che può, ma ha una famiglia a cui badare. Non può stare qui tutto il giorno. E la notte poi...»
«Avete fatto bene. Ma perché... perché non l’avete lasciato…»
«Perché non l’abbiamo lasciato in ospedale? Perché le ultime sue parole, quando ancora era cosciente, sono state – portatemi a casa – nel mio letto! A quel punto che dovevamo fare? Tanto, non va avanti ancora per molto. Il professore è stato chiaro, è questione di giorni, forse di ore.»
«Lo posso vedere subito? Poi vi vengo a salutare.»
«Ma sì, certo! Forse lo trovi ancora sveglio, anche se ormai… non riconosce più nessuno. Però, bussa prima di entrare, l’infermiera ci tiene. E prima di andare via, ricordami che ti devo dare una cosa. Mi raccomando, altrimenti me lo dimentico.»
«Di cosa si tratta?»
«Di una busta. Tuo zio ci teneva tanto che tu l’avessi. Lo avrebbe fatto lui stesso di persona, ma… è mancato il tempo.»
Luisa lo lasciò solo in corridoio e scomparve in un’altra stanza. Qualche istante dopo ritornò con una busta gialla in mano.
«Tieni!» disse. «Sono vecchie fotografie della sartoria del nonno. C’è anche tuo padre, insomma, tutta la famiglia Gallo al gran completo. Dopotutto tu sei l’ultimo maschio. Scusami, sto parlando come se lui non ci fosse già più. Sto cercando di farmene una ragione. In ogni caso lui ci teneva tanto che tu le avessi. Adesso vai, vai, che aspetti?»
«Chi era? Con chi parlavi?»
Gli sembrava di aver riconosciuto la voce di Gisella, mentre entrava nella stanza dello zio Giacomo.
«Parlavo con il Gero…»
«Ossignur… l’è rivà anca lu.»


3
Giovedì sera: neve in Val Padana.

Gallo rincasò molto più tardi del solito. La pioggia del pomeriggio si era trasformata in nevischio, ma al tramonto i fiocchi di neve erano già grossi come monete da cento lire.
«Non attacca!» disse, guardando fuori dalla finestra. Invece, quando uscì dallo studio, le auto in sosta erano ricoperte da una spessa coltre di candida neve.
Cecilia lo accolse sulla porta d’ingresso con un paio di ciabatte in mano e una minaccia sul volto:
«Non entrare in casa con quelle scarpe!»
Anche il cane si astenne dal fare le feste al padrone di casa, per il timore di bagnarsi le zampette. 
La situazione atmosferica e le previsioni del colonnello Bernacca, furono l’argomento di conversazione durante tutta la cena. Soltanto dopo il quiz in TV di Mike Bongiorno, con Ornella ormai chiusa nella sua stanza e Cecilia appisolata sulla poltrona, aveva trovato il tempo per guardare in santa pace le fotografie dello zio Giacomo. Una pace subito interrotta dalla domanda di Cecilia:
«Si può sapere che stai guardando?» «Fotografie» rispose mostrandole. «Vecchie istantanee della sartoria di famiglia. Lo zio Giacomo voleva che le tenessi io… forse perché sono l’ultimo pollastro della famiglia.»
«Fammi un po’ vedere» fece Cecilia, ignorando la battuta del marito.
Prese le fotografie, le dispose in colonna sul tavolino di cristallo e le osservò sgranando gli occhi.
«Ci sono proprio tutti.» il primo commento. «C’è tuo nonno Giovanni con i baffoni, e tuo padre Giulio con il metro da sarto in spalla… Questo giovanotto in divisa militare, chi è?»
«È lo zio Giuseppe, il più giovane dei tre fratelli.»
«Non l’ho mai conosciuto, ma gli altri chi sono?»
«Riconosco soltanto mia nonna, anche se di profilo. Questo qui, per esempio, così elegante e impettito, potrebbe essere un cliente, mentre le ragazze, così giovani, forse apprendiste sartine.» 
«La premiata ditta G&G al completo» mormorò Cecilia. «Si vede anche l’insegna della sartoria «Tuo nonno doveva essere molto orgoglioso della sua azienda, altrimenti non avrebbe scelto per i figli, tutti nomi che incominciano con la stessa lettera. Adesso capisco perché ti hanno chiamato Geronzio.»
«È una tradizione di famiglia… Una volta ti piaceva il mio nome»
«Ancora adesso! Trovo che ti stia bene, sei tu che fai tante storie e ti fai chiamare col diminutivo, Gero.»

Gallo alzò le spalle e si riprese le fotografie. Le avrebbe portate allo studio per osservarle meglio sotto la lente d’ingrandimento.
«Però questa faccenda non mi convince…» disse Cecilia, trattenendo a stento uno sbadiglio.
«Cosa non ti convince?»
«Chissà, forse tuo zio Giacomo voleva che tu facessi qualcosa per lui; aveva in mente dell’altro, non credo volesse soltanto regalarti queste fotografie. Non ti pare?»
«Sì, hai ragione, anche a me sembra un po’ strano. Ma del resto, negli ultimi tempi, non era più molto in sé.»
«Sì, lo so!» disse Cecilia, stiracchiandosi sul divano. «Aveva delle strane idee in testa. Talvolta perdeva la memoria e dal giorno della rapina in posta – per lo spavento – non era stato più lui.»
«Di quale rapina stai parlando?»
«Diamine, lo sanno tutti. Al matrimonio della Luciana non si parlava d’altro.»
«Strano! Io non ho sentito nulla.»
«No, non è affatto strano. Tu avevi altro a cui pensare. Quel giorno c’era la partita di pallone a San Siro e tu, insieme ad altri tre o quattro invitati, avete passato il pomeriggio incollati alla radiolina.»
«Adesso sì! Adesso mi ricordo: uno a zero contro il Torino – gol di De Vecchi nella ripresa – vittoria decisiva per la conquista del decimo scudetto: la stella.»
«Ma vergognati! Certo che voi dottori non avete rispetto per nessuno. Stavamo parlando di tuo zio che sta morendo, non del Milan.»
Gallo sbuffò spazientito, poi, senza rispondere, le fece cenno con la mano di continuare. Cecilia sospirò a sua volta ancora più forte, quindi si vendicò con una boccaccia.
«Come ti dicevo, tuo zio sosteneva di essere stato aggredito e derubato della pensione, proprio a pochi passi dall’ufficio postale. Le figlie però dubitavano che quella fosse la verità.»
«Ah… sì? Come mai?»
«Be’… adesso mi chiedi troppo.»
Gallo non ricordava affatto di aver sentito parlare di quella faccenda. Lo zio Giacomo vittima di uno scippo? In pieno giorno, a Milano e in una zona del centro? No, una cosa del genere non se la sarebbe mai dimenticata. Ma alla fine, per accontentare la moglie, ammise che forse sì, forse ne aveva sentito parlare.
«Sì, mi pare di ricordare qualcosa… Ma che c’entra tutta questa storia con le fotografie?»
Seguì un silenzio abbastanza lungo in cui la cagnetta trovò il tempo e il modo di farsi notare.
«Oddio, la Susi. Questa vuole uscire… dai Zio, questa sera tocca a te.»
Gallo sospirò tre volte. Poi, lentamente, si alzò dalla poltrona e si diresse verso l’unica porta della casa che non apriva mai. Era quella dello sgabuzzino. Ci entrò di traverso trattenendo il respiro e dopo un paio di minuti ne uscì trionfante con un paio di stivali di gomma in mano.
«Ottima idea!» esclamò Cecilia, «Però ricordati di toglierli prima di entrare in casa.» spegnendo il sorriso sul faccione del marito.

 

4
Sabato mattina: “La disgrassia”

 «Hai saputo dello zio Giacomo?» disse Cecilia al telefono. «Poveretto, ha finito di penare… È morto questa mattina, alle cinque. Adesso che pensi di fare?». 
«A casa del defunto,» rispose il dottore, ancora frastornato per la notizia «bisogna andarci comunque.» dimostrando di non avere le idee molto chiare in proposito. «Quindi, prima andiamo ... Ho capito, mangio un boccone al ristorante per non farti cucinare, poi torno a casa.»
«Ecco, bravo! Non fare tardi, intanto io e Ornella ci prepariamo. Del resto, abbiamo già pensato quasi a tutto: Telegramma telefonico: fatto! Fiori per il funerale: ordinati! Necrologio sul Corriere…»
Gallo provò timidamente a sottolineare che, forse, il necrologio, non era del tutto necessario.
«Ma stai scherzando?» fu la risposta perentoria di sua moglie. «La partecipazione ufficiale al lutto, su una pagina del Corriere della Sera, è il minimo che possiamo fare. Sei il nipote di primo grado, un parente stretto, e che diamine. Al testo ci sta pensando Ornella…»
«Perché Ornella?»
«No dico, dopotutto fa il liceo classico, se non è capace di scrivere una cosa così… Oppure ci vuoi pensare tu?»
«Per carità! Neanche da mort…»
La battuta infelice gli si era strozzata in gola. Troppo tardi! Cecilia aveva afferrato il senso della frase e adesso chiedeva spiegazioni.
«Lascia stare…» le disse in tono conciliante. «I giornali sono pieni di questi annunci, basta sceglierne uno qualunque, purché il testo sia generico e andrà benissimo.»
«Ah… ecco! Così va meglio. Non ti preoccupare, per quando torni sarà già tutto fatto.»

 La sala del ristorante era quasi vuota, ma Schininà era seduto al solito posto, e anche lui sembrò contento di vederlo arrivare.
«Anche tu? … e di sabato.»
«Sì, ma solo di mattina. Oggi pomeriggio niente lavoro.»
«Ho capito, rispetti il sabato fascista» rispose Francesco, il tipografo con la passione per la politica, mentre con la mano alzata cercava di attirare l’attenzione del cameriere. «Io ho quasi finito,» aggiunse, «ma per farti compagnia, prenderò un po’ di formaggio. Pare che il cacio sia una vera specialità della casa.»
«Ah… sì, il caciocavallo podolico. Se arriva dal Gargano, è veramente molto buono.»
«Podo… che?»
«Po-do-li-co» sillabò Gallo. «Non ti allarmare, non è una brutta malattia. Podolica è il nome della razza vaccina che dà il nome al formaggio.»
«Ah… be’! Menomale, e io chissà che mi credevo…»
Schininà si fece improvvisamente serio. Aprì la bocca senza emettere un suono, poi abbassò gli occhi.
«Te ne sei accorto anche tu, vero?»
«Di cosa? Che sei diventato un po’ sordo?» Lo disse col sorriso sulle labbra, e con il tono schietto che usava spesso con i suoi pazienti. «Se si considera l’ambiente rumoroso in cui sei costretto a lavorare, la cosa non mi meraviglia affatto.»
«Hai fatto un controllo dell’udito?» aggiunse subito dopo. «Se vuoi posso indicarti un bravo specialista.»
Schininà lo fermò con un gesto della mano e scuotendo il capo: «No, non si tratta solo di questo…» disse, con un sorriso amaro e una luce diversa negli occhi. «Il fatto è… che ho dei vuoti... non è facile a dirsi, ma è come se avessi dei blackout momentanei. Sono istanti in cui mi ronzano le orecchie e tutto mi gira intorno. Ma per fortuna sono cose passeggere.»
«Ti capita sempre più spesso, vero?»
«Be’… forse sì. Ultimamente… un po’ di più.»
L’arrivo del cameriere colmò il silenzio che permise a Gallo di riflettere. Non amava parlare a tavola di questi argomenti o di qualunque altra cosa che avesse attinenza con la sua professione. Tuttavia, Francesco era un amico di vecchia data e per lui era pronto a fare un’eccezione.
«Ne hai parlato con il tuo medico?»
«Pensi che dovrei farlo?»
«Con me l’hai fatto.»
«Che centra, tu… tu sei un amico.»
L’aveva detto con timore, quasi temesse d’aver osato troppo. Gallo intuì il suo disagio e per allentare la tensione gli rifilò una pacca sulla spalla.
«Vorresti dire che come medico non valgo niente. È questo che volevi dire?»
«Non scherzare!» fu la risposta di Schininà, finalmente rinfrancato. «Non volevo approfittare della situazione… ecco tutto.» 
«Lo so, l’avevo capito… Però devi andare dal tuo medico di famiglia. Lo conosco abbastanza bene e credo che ti possa fidare. Io ti seguirò comunque e sarò sempre a tua disposizione. In questo modo avrai due dottori soltanto per te.»
«Che ne pensi?» aggiunse, «non mi sembri molto convinto.»
«Ti ho capito sai? Solidarietà tra colleghi, vero? Fossero tutti come te...»

Adesso Schininà lo guardava in modo strano: sembrava molto più rilassato, anzi, sorrideva con gli occhi e non soltanto, anche la bocca aveva una piega insolita…
«E pensare che…» il sorriso adesso sul suo volto pallido era più deciso, «assomigli molto ad Albertone. Sai di chi sto parlando, vero? Scommetto che con il camice bianco sei tale e quale a Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue…»
«Anche tu?» sbuffò Gallo, accennando un gesto di protesta. «Ti facevo molto più serio. In fondo non sei cambiato. Sei sempre il Francesco che all’oratorio prendeva in giro tutti.»
«Eh…no! Non proprio tutti. Tu, ad esempio, mi mettevi soggezione. Benché più piccolo di me… di un paio d’anni se non ricordo male, mi superavi abbondantemente in altezza. Senza contare che tu… che tu…
«Che io?»
«Be’… un po’ ti invidiavo. Eri sempre ben vestito, le scarpe lucide, mentre io…»
«Ero vestito bene perché mio padre faceva il sarto, ma non eravamo affatto ricchi, anzi!»
«Piantala!» fece Gallo, in evidente imbarazzo. «Eravamo tutti nella stessa barca, i ricchi erano altri. Quelli che venivano da noi in negozio, per esempio. Quelli che si facevano cucire l’abito nuovo ad ogni cambio di stagione, quelli sì che stavano bene.»
Schininà assentì col capo, anche se con poca convinzione, poi diede un morso al cacio podolico.
«Me lo ricordo bene il tuo negozio. Quando abitavamo in via xxxxxxxxx ci passavo davanti tutti i giorni. Subito dopo c’era il calzolaio e all’angolo la mitica drogheria Poletti… Ma lo sai che questo vecchietto campa ancora? Avrà novant’anni, ma è lucidissimo e quando non fa molto freddo, lo puoi trovare sulle panchine dei giardinetti.»
«Ah…sì?» esclamò il dottore. «E dove esattamente?»
«Davanti casa mia, a Lambrate.  Perché non ti fai vedere qualche volta da quelle parti. La domenica pomeriggio, al bar dello Sport… Te lo ricordi, vero? È cambiata la gestione tante volte, ma i clienti sono sempre gli stessi e sono sicuro che molti si ricordano ancora di te.

 Gallo avrebbe mostrato volentieri a Schininà le vecchie fotografie della sartoria, si accorse però, tastando la tasca interna della giacca, di averle lasciate nel cassetto della scrivania. Le aveva portate allo studio per osservarle sotto la lente d’ingrandimento, poi, se n’era completamente dimenticato. Nella fotografia più grande, quella che ritraeva tutta la famiglia davanti alla vetrina, di scorcio e sulla sinistra, si poteva vedere l’entrata dell’antica drogheria e adesso, ripensando alla figura che si stagliava sulla soglia, si domandava se poteva essere quella di Poletti. Dopo la scomparsa dello zio Giacomo, molto probabilmente, il droghiere, era l’ultimo testimone di quel tempo.

 Nonostante le raccomandazioni di Cecilia, Gallo non sentiva l’urgenza di tornare a casa. Del resto, la veglia al defunto sarebbe durata tutta la notte e non erano ancora le tre del pomeriggio.  Accese il neon della grande lente, che all’occorrenza fungeva benissimo anche da lampada da tavolo, e passò ad esaminare la prima fotografia. Era la più grande, quella in cui si vedeva anche la drogheria Poletti all’angolo della strada. Sul retro, un numero scritto a matita, una data: “millenovecentoventinove”.
«Ciumbia!» mormorò tra sé. «L’anno dei Patti Lateranensi e della grande crisi.  Si sentì improvvisamente vecchio. Il calcolo per lui era molto semplice, all’epoca aveva già quattro anni.
Sulla presenza del Poletti, nonostante la sua figura emergesse dall’ombra soltanto per metà, aveva pochi dubbi. Accanto a lui, ma sul marciapiedi, la figura di una giovane donna che guardava nella stessa direzione. Sorrideva. Sì, ne era certo. Guardava il gruppo in posa davanti al fotografo e sorrideva. Quel volto gli ricordava qualcuno. Era sicuro d’averlo già visto. Controllò le altre fotografie e scoprì che la ragazza era presente anche nelle altre due foto. Non aveva idea di chi fosse, quasi certamente una delle tante apprendiste. Una sartina, oppure una domestica? Se voleva saperne di più, doveva parlare con il vecchio Poletti. Ancora lucidissimo, aveva assicurato Schininà.
«Sperem!» si disse, rimettendo le fotografie nel cassetto.


5
La primavera del geometra e del dottore.

 In primavera, il geometra Caputo e il dottore, al pari della selvaggina e gli altri animali da corte, entravano regolarmente in fregola. A spingerli lontano dalla città, non era il desiderio di sesso sfrenato, né il bisogno di evadere dal solito tran tran, bensì la voglia matta di infilare le gambe sotto un tavolo diverso dal solito, vedere facce nuove, e gustare le prelibatezze di stagione.
«Dove cavolo siamo capitati?!»
Caputo spense il motore e guardò preoccupato fuori dal finestrino. Anche Gallo non si mosse. La scritta sul muro a caratteri cubitali diceva: “Trattoria della Barca”.
Avevano scorto l’insegna dalla provinciale, quindi, dopo aver seguito le frecce appese ai pioppi e disseminate su una strada bianca piene di buche, erano arrivati a un casolare sperduto e immerso nel silenzio della campagna. Soltanto un cane, legato alla catena, abbaiava furioso e senza sosta.
«Siamo arrivati dalla parte sbagliata.»
«L’ultimo cartello è stato fatale. Comunque…
Gallo odiava quell’avverbio! Caputo invece se ne compiaceva, lo trovava fine, e pertanto lo ripeteva in continuazione.
«Comunque» ripeté il geometra, alla fine delle portate. «Che dicevi di Schininà?»
«Sta meglio» rispose Gallo, lanciando un’occhiata distratta al giornale abbandonato sul tavolo accanto.
«Ah… meno male. Meglio così.»
Intanto il dottore aveva allungato anche una mano verso il quotidiano.
«Si può sapere di che malattia soffre?»
«Niente d’incurabile, ma è un malattia molto insidiosa, subdola, difficile da diagnosticare e perfida, soprattutto se non presa in tempo e trascurata.» disse Gallo, nascondendo il viso dietro le pagine del giornale.
«Insomma, non me lo vuoi proprio dire di che si tratti. Si può sapere perché?»
«Segreto professionale!»
«Si va bene, capisco. Però… siamo tra amici, di me ti puoi fidare.»
«Va bene. Ma se te lo dico poi stai zitto e mi lasci leggere il giornale?»
«Come no?!»
«Ebbene, il nostro Francesco ha la - sindrome di Ménièr - contento?»
«Urca! È grave? Non sarà mica una malattia infettiva? È per questo che non si vede più al Grappolo d’Uva?»
Gallo svuotò con un gesto deciso il bicchiere del grappino, piegò pazientemente il giornale, se lo infilò nella tasca della giacca e infine sospirò . La faccia era costernata e il tono molto professionale:
«Caro Gaudenzio, devi farti forza, purtroppo sì. La malattia è molto contagiosa, anzi, passa da me uno di questi giorni che ti prescrivo una serie di esami clinici. La prudenza non è mai troppa in questi casi. Ma fai in fretta, perché la malattia ha un decorso rapido e si deve intervenire con le cure appropriate tempestivamente. Altrimenti…»
 Caputo era impallidito, diffidava ancora delle parole del dottore, ma la sua innata paura per le malattie e l’ansia che lo coglieva al minimo disturbo, stavano prendendo il sopravvento.
«Be’? Che succede, se non…»
«Che succede?» A quel punto Gallo balzò in piedi scostando rumorosamente la sedia, strabuzzò gli occhi e aggiunse: «Le conseguenze sono imprevedibili, spesso tragiche e vanno dalla schizofrenia alla demenza totale. Pensa che ti potrebbe capitare di andare a San Siro durante il derby e fare il tifo per l’Inter. Una cosa inconcepibile per un uomo sano di mente. Ma non solo, approfittando della tua precaria situazione mentale, qualche malintenzionato potrebbe perfino convincerti a votare per la Democrazia Cristiana, alle prossime elezioni politiche. Un vero disonore, per un mangiapreti come te».

«Ecufeni?»
La nuovissima Alfasud di Caputo aveva imboccato lo stradone all’altezza dei Quattro Venti. Il traffico sulla Paullese era scarso e il cielo di un azzurro pallido, compatto e senza nuvole; sulla destra, appena sopra l’ultima fila di pioppi, si distinguevano le guglie frastagliate e ancora innevate del Resegone.
«Lo so benissimo cosa sono… Anche mia suocera ne soffriva. Diceva di avere le rane nelle orecchie.»
Si accese l’ennesima sigaretta prima di continuare, aspettando che Gallo si decidesse ad aprire bocca.
«Te la potevi risparmiare quella sceneggiata. Pensavi di spaventarmi con tutte quelle fandonie? No, non ci sono cascato. E vuoi sapere perché?»
Gallo intanto guardava fuori dal finestrino, aveva altro per la testa e rispose soltanto per non essere troppo sgarbato. Sapeva di avere un po’ esagerato, prendendosi beffe del sua ipocondria, ma non ne era pentito. Il geometra scontare, in un modo o nell’altro, tutte le malignità che aveva scaricato sul povero Francesco.
«Sentiamo!»
«Perché se Schininà fosse stato veramente grave, tu non avresti osato scherzarci sopra, anzi, non avresti nemmeno aperto bocca. Ti conosco troppo bene…»
Gallo mugugnò qualcosa di incomprensibile. Poi guardò l’orologio e ritornò a borbottare tra sé.
«Si può sapere che stai dicendo?»
«Sto pensando che, dopotutto, non è molto tardi.» rispose Gallo. «Potrei fare un salto da mia cugina… Perché non mi dai uno strappo, abita in via Giacomo Leopardi. Anzi, perché non mi accompagni? Vedrai, mia cugina è una personcina molto alla mano. Senza contare che forse sarà presto costretta a vendere l’appartamento in cui abita. Troppo grande per lei, dopo la morte del papà. Potresti darle qualche consiglio.»
«Stai parlando di quel parente che hai perso un paio di mesi fa?»
«Sì, proprio di lui.»
«Volentieri, ma oggi proprio non posso» Caputo era fermo al semaforo di Piazza Cinque Giornate e rifletteva. «… Oggi pomeriggio ho un appuntamento in ufficio alle tre e mezza. Ti lascio in piazza Cadorna, ti va bene?»«Mi va benissimo! Allora passiamo per il centro, a quest’ora si fa prima.»


6
Non c’è niente da capire: “Mi ero sbagliata!”

Luisa rispose al citofono al primo squillo. 
«Sali» disse, ancora prima di sentire la sua voce.

Era stato accolto sulla porta del terzo piano con un gran sorriso, ma la piega perfetta dei capelli, il trucco leggero intorno agli occhi, il velo di rossetto sulle labbra, lasciavano intendere che la cugina avesse intenzione di uscire di casa. Non l’aveva avvisata del suo arrivo, e adesso era pentito di non averlo fatto.
«Forse non è il momento adatto?» domandò, ancora sulla soglia.
«Ma che dici? Entra, sono stata io a chiamarti. Non mi aspettavo di vederti così presto, tutto qui.»
Lo fece accomodare nel tinello. Se la ricordava bene quella credenza. Era dei primi anni cinquanta e ancora in ottimo stato, nonostante le esili gambette sghembe e le delicate antine di vetro smerigliato. Il tavolo e le sedie invece erano di epoca più recente. Non c’era niente di grande valore in tutta la casa, ma la posizione e soprattutto il numero delle stanze, avrebbero fruttato un bella somma. Temeva che quello fosse l’argomento, il motivo per cui Luisa aveva sollecitato la sua visita.
«Ti faccio un caffè?»
Luisa era una donna ancora giovane e piacente. Non si era mai voluta sposare, ma amici e spasimanti non le erano mai mancati. Aveva sentito parlare anche di un grande amore segreto, impossibile e forse mai corrisposto, ma era passato tanto tempo, e lui non aveva mai prestato molta attenzione ai pettegolezzi di famiglia.
Gallo accettò con un cenno del capo:
«Non avevo visite urgenti oggi pomeriggio, e così…» disse, ciondolando intorno al tavolo.» Così ho pensato di… Avevi impegni? Stavi uscendo?»
«Ma no che dici, siediti piuttosto. Hai fatto benissimo. Non mi andava di parlarne al telefono ma, adesso che sei qui, non mi sembra più molto importante. Forse è soltanto una sciocchezza… Ma siediti, non stare lì in piedi, e raccontami di Cecilia. Adesso, come sta?»
Gallo allargò le braccia: «Bene…tutto bene.»
«Mi fa piacere… poverina… dopo quello che ha passato… Era un maschio, vero?»
«Sì, era un maschietto.»
«Peccato! Adesso sei tu l’ultimo maschio della famiglia Gallo.»
«A quanto pare sì.»
«E tua figlia? Tanto carina quella ragazza… Assomiglia molto anche a te, però è bella come la mamma.»
«Sì, per sua fortuna.»
«Oddio, Gero, non fraintendermi. Anche tu sei mica male, ma tua moglie… Ho sempre invidiato il suo temperamento. Noi Gallo invece, siamo di un’altra pasta. Più remissivi, più giudiziosi, e un po’…»
Non le lasciò finire la frase, temeva infatti di dover assentire per l’ennesima volta.
«È di questo che mi volevi parlare? Dell’ignavia dei Gallo?»
«Non esattamente» rispose Luisa più risoluta, come se volesse cacciare dalla mente cattivi pensieri.
«Ti dispiace se fumo?»
Accese la sigaretta senza aspettare risposta. Aspirò il fumo con avidità. Gallo la guardò con invidia. Aveva smesso di fumare da dieci anni, ma talvolta, soprattutto dopo il caffè, ne sentiva ancora il bisogno.
«Ricordi cosa ti dissi, consegnandoti quelle vecchie fotografie?»
«Mi parlasti di tuo padre. Lui voleva che fossi io a conservarle, questo mi dicesti. La cosa, a dire il vero, mi era sembrata un po’ strana anche allora. Le tengo ancora nel cassetto della scrivania e ogni tanto le riguardo per cercare di capire, ma…»
«Non c’è niente da capire. Mi ero sbagliata!»
«Ah… dunque si tratta di questo.»
Gallo non riuscì a nascondere la propria delusione. Sperava di venire a capo di quel mistero da solo, e invece, adesso, qualcuno gli stava dicendo che aveva perso del tempo, e che tutte le congetture, le fantasie bislacche, le ipotesi, anche le più assurde nate intorno a quelle istantanee, crollavano come un castello di carta.
«La settimana scorsa hanno telefonato dalla questura. Cercavano papà. Non sapevano che fosse morto.»
«La questura? Che volevano da lui?»
«Non lo so. Non me l’hanno detto, forse hanno deciso di chiudere la pratica in corso. Sai, a riguardo di quella rapina subita da papà davanti alle poste…»
Gallo annuì senza fare commenti.
«L’ispettore con cui ho parlato – un certo Fresca – il nome non lo ricordo, è stato molto vago. Però mi ha lasciato il numero di telefono, nel caso mi venisse in mente qualcosa di utile.»
«E tu che hai fatto?» domandò Gallo, incuriosito.
«Che potevo fare?» rispose Luisa. «Ho seguito il suo consiglio. Ci ho pensato un po’ sopra e, alla fine, mi sono ricordata di un particolare che avevo cancellato dalla mente. Non mi chiedere perché e come mai, non te lo saprei spiegare, sta di fatto che adesso so che quelle fotografie non erano per te.»
«E per chi erano allora?»
Il cuore di Gallo aveva ricominciato a battere ai soliti ritmi. Dopo la batosta iniziale, cominciava a pensare che forse la storia non era ancora del tutto finita.
Luisa spense la sigaretta nel portacenere di peltro, si tastò i capelli sulla nuca con entrambe le mani, con un po’ di civetteria.
«Forse per nessuno,» disse. «Temo che non lo sapremo mai perché avesse scelto, tra le tante del cassetto, proprio quelle tre fotografie.»
«Ed io che centro in tutto questo?»
«Tu?» dopo un attimo di esitazione. «Tu, la tua faccia, tale quale al rapinatore! Sono sicura, ormai non ho più dubbi. Quel delinquente, ripeteva sempre il mio papà, assomiglia in tutto e per tutto al Geronzio. Diceva proprio così.  Ma capirai… non potevo telefonare in questura e dire che quel ladro, quel farabutto, assomiglia tanto a mio cugino. Non ti pare? Mi sembrava più corretto avvisarti prima. Però…»
Gallo accusò di nuovo il colpo e non si preoccupò di nascondere la sua delusione. Scosse il capo in segno di resa e disse tra sé: «Sta a vedere che adesso mi devo procurare un alibi.»
Gallo guardò la cugina con sospetto, forse le sorprese non erano ancora finite.
«Però? Vai avanti, ti seguo.»
«Pensavo, perché non prendi un appuntamento con questo ispettore? Ti fai vedere, e…»
«Ma figurati! Io, in questura, e perché mai?»
«Be’, potresti dire che assomigli molto al rapinatore. Sono passati cinque anni, forse di più, ma hai visto mai, potrebbero riaprire il caso.»
«È più probabile che mi arrestino all’istante. Non la trovo una buona idea.»
«Sì, forse hai ragione – ripensandoci bene – forse non ti conviene andare in questura. Hai ragione, meglio di no. Lo dicevo che era una sciocchezza e che avrei fatto meglio a stare zitta. In ogni caso, quelle fotografie, non erano per te.


7
Il dottor Gallo e Mr. Hyde

 “Telefonare in questura? Forse non era affatto una cattiva idea!”
Questo si disse poco dopo sul tram. Si era fatto dare il numero di telefono dell’ispettore e si riprometteva di telefonare in questura quanto prima per chiarire definitivamente la questione. L’idea era anche stuzzicante, in fondo gli sarebbe piaciuto farsi un giretto da quelle parti, tanto per respirare l’aria di un Commissariato di Polizia. Era una buona occasione, in ogni caso non subito. Prima doveva ancora riflettere… Ma su che cosa?

Più ci pensava e più si convinceva che, tutto sommato, non era cambiato nulla. La situazione era ancora al punto di partenza. Se lo zio Giacomo aveva scelto quelle tre fotografie e non altre, doveva pur esserci una ragione e poco importava che non fosse lui il destinatario. Il segreto giaceva ancora nel cassetto della sua scrivania. Non doveva fare altro che trovare la chiave e poi tutto si sarebbe risolto in un baleno. Ma come? Quelle istantanee le aveva studiate anche nei minimi dettagli, ma non era venuto a capo di nulla. Forse la soluzione era da un’altra parte. Per la prima volta si domandò se poteva esserci un legame tra la rapina e quelle fotografie.

Molto più probabilmente stava cercando dentro di sé una scusa buona per telefonare in questura. Non era affatto facile, per un tipo curioso come lui, rinunciare a scoprire la faccia del suo sosia. Gli sarebbe tanto piaciuto conoscere di persona il suo Mr. Hyde. Il buon senso gli suggeriva ancora di non impicciarsi. Dopotutto, il testimone principale era la buonanima dello zio Giacomo, e le dichiarazioni postume della figlia non avevano alcun valore legale. Non aveva studiato legge, ma si era sciroppato un tale numero di romanzi gialli, da sapere che le testimonianze, anche quelle giudicate inoppugnabili, certe e sicure, in sede di dibattimento si sciolgono come neve al sole. Dove l’aveva letta quest’ultima panzana? Non se lo ricordava, ma temeva di essere lui l’artefice di quella battuta insulsa. Se ne vergognò sul momento, ma un istante dopo si ritrovò di nuovo a fare i conti con la sua fantasia. Il tram aveva fatto inversione di marcia e adesso sferragliava allegro lungo un fiume che non assomigliava al Naviglio. Era molto più grande e maestoso, anche la città non era più la stessa. Già sentiva l’odore del fumo della pipa nelle narici e, quando il cavallo d’acciaio arrestò la corsa, s’incamminò deciso verso il trentasei di Quai des Orfèvres.

 «Lo dicevo io…» Cecilia spense l’abatjour sul comodino e si accartocciò sul fianco. «Ti sei fissato con quelle fotografie, invece, chissà che aveva nella testa tuo zio. Non pensava a te quando ha messo da parte quelle istantanee. Ancora non sei convinto?»
«Hai sentito cosa dice Luisa? Pare che io assomigli molto all’aggressore dello zio Giacomo. “Tale e quale”, ha detto proprio così.»
«E con questo? Pura coincidenza, tutto qui.»
Gallo riprese in mano il libro, cercò il segno tra le pagine.
«Sì, forse hai ragione, ma adesso dormi.»
«Non ho sonno, sto così perché mi dà fastidio la luce… piuttosto, perché non mi parli della tua famiglia. Forse mi addormento.»
«Vuoi che ti canti la ninna nanna?»
«Non c’è bisogno, mi piace ascoltarti mentre sto così. Basta che parli.»
Gallo richiuse il libro, con l’indice tra le pagine. Di solito sua moglie non resisteva più di cinque minuti in quello stato. Non spense nemmeno la luce, si concentrò solo un istante poi attaccò.
«Il nonno Giovanni è morto che avevo dieci anni. Ho un ricordo molto vivo di lui, mentre della nonna Margherita non ho quasi memoria. Se n’è andata ch’ero ancora molto piccolo. Al funerale dello zio, ho controllato la data sulla tomba di famiglia. È morta nel Trenta, infatti, nelle foto l’ho riconosciuta a stento, la malattia l’aveva già consumata.
«Le fotografie a che periodo risalgono?»
«Una al millenovecentoventinove. Le altre non saprei, non sono tutte dello stesso periodo...»
Dei Patti Lateranensi e della grande crisi non fece menzione, a sua moglie non sarebbe importato granché.
«...poi è stata la volta dello zio Giuseppe. Deceduto in una delle tante guerre d’Africa. Non mi chiedere quale. Pensa che era sopravvissuto alla prima guerra mondiale. Sosteneva di aver fatto anche il fronte sul Carso, ma nessuno gli credeva. Mio padre lo prendeva sempre in giro. “Delle pallottole” gli diceva, “tu hai visto soltanto i buchi nelle divise”. Secondo lui avevano scoperto che da sarto poteva essere più utile e lo avevano sbattuto nelle retrovie a rattoppare uniformi. Era tornato a casa senza un graffio, ma poi era subito ripartito. Volontario, a quanto pare.
«Gli piaceva la vita militare… era per caso fascista?»
«No, era finocchio!»
«Ma che dici?»
«La verità! Lo zio Giuseppe era l’attendente di un alto ufficiale. L’avrebbe seguito anche in capo al mondo.  Mio padre non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, e ti dirò di più: provava per quel fratello anche un po’ d’invidia. Giuseppe, infatti, senza particolari meriti, era diventato sergente maggiore, mentre lui, per quel piccolo difetto alla gamba, era stato scartato dal servizio militare. Diceva di essersi rotto il piede in bicicletta, ma poi ho scoperto che non era vero.»
«Sì, mi ricordo, aveva quella camminata strana, pensavo fosse a causa dell’età, Che gli era successo?
«Poliomielite!»
Si fermò convinto che potesse bastare, ma si sbagliava.
«E dello zio Giacomo che mi dici?»
«Dello zio Giacomo? Che era troppo giovane per la prima guerra mondiale. Troppo vecchio per la seconda, così le ha scampate tutte e due. Non ha fatto neppure il servizio militare di leva. È l’unico dei fratelli ad aver studiato almeno un po’. Forse è arrivato al ginnasio, di certo ha frequentato corsi d’alta sartoria. Aveva talento, i modelli li disegnava lui. Peccato non avesse il senso degli affari. Infatti, quando è rimasto solo, ha dovuto chiudere il negozio. Ha continuato a lavorare in casa, pochi clienti ma buoni. Ha smesso soltanto pochi anni fa, dopo che è morta anche la moglie. La zia Mariuccia sì che ci sapeva fare con i clienti. Senza contare che la Luisa era stanca di avere gente per casa. Tutti uomini e pure anziani. Lei ci scherzava: “mi arrivasse a casa un bel giovanotto ogni tanto… Invece niente! Solo vecchi mammalucchi e poi pretendono che mi sposi”, diceva sempre. Certo che lo zio Giacomo aveva una clientela un po’ vecchiotta, anche perché i pantaloni a zampa d’elefante non li voleva proprio cucire e, della moda Beat, aveva orrore.

«Aveva orrore?» domandò Cecilia, senza ottenere risposta. Si girò dalla sua parte e lo trovò con la testa abbandonata sul cuscino e gli occhi chiusi. Il respiro era pesante ma regolare. Gli tolse il libro dalle mani e allungò il braccio per spegnere la luce. C’era solo un modo per arrivare alla peretta senza scendere dal letto, montargli sopra ed è quello che fece.
«Presa!» disse Gallo nel buio, stringendola tra le braccia.


8
Tale e quale a chi?

L’ispettore Fresca chiamò di mattina e allo studio. A Lucia venne un accidente quando capì che la telefonata arrivava dal commissariato di polizia.
«Gesù, Giuseppe, Maria…» Il numero dei santi pronunciati rigorosamente nell’ordine, denunciava la gravità della situazione. Tre in fila era segno di pericolo imminente, guai in arrivo. Con l’aggiunta di Addolorata il caso si presentava preoccupante e nei frangenti più gravi: sciagure, disgrazie e terremoti, si arrivava fino a Santissima Madre, passando da Vergine e Incoronata.

 Il colloquio ebbe inizio nella maniera più consueta.
«Dottor Gallo? Buongiorno… scusi se la disturbo, sono l’ispettore Giorgio Fresca del commissariato di zona Sempione…»
Non aveva idea di cosa potesse volere da lui la polizia, tuttavia quel nome non gli era nuovo, forse l’aveva letto sul giornale, ma il dubbio lo rese più cauto.
«No, non mi disturba affatto, immagino che…»
L’ispettore non lo lasciò parlare, voleva essere lui a fare le domande.
«Ho avuto il suo numero di telefono dalla signorina Gallo Luisa, nata a… residente in…»
Recitò i dati anagrafici di sua cugina con una pignoleria che al dottore sembrò eccessiva. Evidentemente stava leggendo sul rapporto che aveva di fronte e immaginò che fosse la normale prassi, semplice routine. Non si sbagliava, infatti, un volta stabilite le generalità di entrambi, il tono cambiò e divenne più cordiale.
«Dunque, dottore… Di cosa mi voleva parlare esattamente?»
«È certamente un’iniziativa di mia cugina, io, francamente, non l’avrei disturbata. Ispettore, non sono sicuro che la cosa possa essere utile alle indagini, forse è soltanto una sciocchezza.»
«Sì, sì, capisco… ma la prego, lasci decidere a me. L’ascolto dottore, parli! Non abbia timore, questa è una telefonata informale e non ci sente nessuno, parli pure liberamente.»
Gallo si lasciò convincere subito e spifferò quel poco che sapeva sulla faccenda, arrivando ben presto a parlare della sua somiglianza, o presunta tale, ci tenne a precisarlo, con il colpevole.
«… il colpevole? Ha detto il colpevole?»
«Sì, insomma… l’indagato. Me lo dica lei come lo devo chiamare.»
«Mi stia a sentire dottore.» Fresca si prese qualche secondo prima di rispondere. «Avevamo dei sospetti su una persona, ma non c’erano prove a sufficienza per incriminarla, tuttavia, adesso, dopo il decesso di suo zio, credo che non abbia più molta importanza. Direi che possiamo archiviare definitivamente il caso. Mi dispiace d’averla disturbata, ma credo che ci sia stato un grosso equivoco. Forse non sono stato chiaro con la signorina Luisa, ma la persona di cui stiamo parlando, il presunto colpevole come lo chiama lei, in realtà è una donna. Anche piuttosto anziana, quindi dottore, la somiglianza di cui mi parlava, sembra davvero molto improbabile e poco attendibile.»
«Ma non si può mai dire,» aggiunse, con un altro tono «e prima di escluderlo, dovrei vederla di persona.»
Il sarcasmo dell’ispettore era evidente, ma Gallo si sentiva in torto e cercò in tutti i modi di trovare una giustificazione per Luisa, anche se dentro di sé covava sentimenti meno concilianti nei confronti della cugina. Lo pregò di soprassedere e di valutare il disagio psicologico in cui riversava la parente. Si vergognò di aver usato questa espressione e cercò subito di rimediare.
«… insomma, cerchi di capire, dopo la perdita del padre, mia cugina sta attraversando un brutto momento.»
Fresca non fece storie. Accettò le scuse ed era prossimo ai saluti, quando si sentì rivolgere una domanda che forse non si aspettava.
«No, dottore, non glielo posso dire il nome di questa persona. Non sono autorizzato. Lei capisce, vero?»
Gallo capiva benissimo, ma quando voleva, sapeva essere molto persuasivo e alla fine un nome l’ottenne. Non era quello che desiderava, ma meglio di niente: “Mario Valeri, cronista del quotidiano il Giorno.”
«Il giornalista si è occupato della faccenda, aveva anche scritto un articoletto in proposito. Se lo faccia dire da lui quel nome, se le interessa tanto.»


9
Le rane nelle orecchie.

Gallo non telefonò mai alla cugina Luisa, né tentò di mettersi subito in contatto con il giornalista de “Il Giorno”. Non che avesse perso interesse alla vicenda, la curiosità era sempre viva, ma non voleva che i buoni rapporti con la cugina si guastassero per tanto poco. Anche con il cronista del quotidiano milanese non poteva agire in fretta. Doveva essere cauto, trovare prima un motivo valido per rivolgergli delle domande così dirette. Dopotutto, si stava impicciando di fatti che non lo riguardavano direttamente e, tanto interesse da parte sua, poteva destare sospetti e procurargli qualche noia.
“Sarebbe ora che ti facessi i fatti tuoi!” Era qualcosa di più che un consiglio quello che Cecilia talvolta gli rivolgeva, ma anche lei sapeva che era tempo sprecato. Tuttavia, dopo qualche settimana, Gallo smise di pensare alle tre vecchie fotografie che custodiva nel cassetto della scrivania. Per la verità ne erano rimaste soltanto due nella busta gialla, perché una, chissà per quale motivo, l’aveva prima infilata in una tasca del portafoglio e poi dimenticata.  Intanto, a metà giugno e alle porte dell’estate, il tempo si era guastato e di mettere giudizio non ne voleva proprio sapere. Non che facesse freddo, in fondo non si stava male in città, ma il sole si vedeva raramente, gli scrosci d’acqua erano frequenti e la gente era stanca di girare con l’ombrello in mano.
Le persiane vibrarono leggermente al passaggio del tram. Gallo guardò l’ora sulla sveglia. Erano le undici passate, aveva un po’ di sonno, ma voleva arrivare alla fine del capitolo.
«Sei andato a trovare Schininà?» La voce di Cecilia, assonnata, insistente e petulante, lo costrinse a rispondere.
«Questa settimana non ancora, forse domani troverò il tempo; ho una visita nel pomeriggio da quelle parti.»
«E come sta?»
«Sta molto meglio, l’intervento è perfettamente riuscito, adesso deve soltanto riprendersi.»
«Sì, ma lui com’è, lucido? È cosciente?»
«Certo che è lucido, non gli hanno fatto il lavaggio del cervello e nemmeno un elettrochoc. Anche i dolori e i forti mal di testa sono quasi scomparsi… ci vuole pazienza. Una operazione al cervello non è mai uno scherzo.»
«Lo credo bene.».
«Meno male che te ne sei accorto in tempo.»
No, non ce l’avrebbe fatta a finire il capitolo. Appoggiò il libro sul comodino, si rimbocco le coperte e solo dopo aver spento la luce si decise a rispondere:
«Guarda che il merito non è mio.»
«Sì, sì, d’accordo, che avesse un tumore al cervello lo hanno accertato all’ospedale Niguarda, ma tu come l’avevi capito?»
«Be’, non sono un indovino e non so leggere la sfera di cristallo. Però avevo dei sospetti e li ho manifestati al medico che lo ha in cura da molti anni. Del resto, i sintomi erano abbastanza chiari: vertigini, mal di testa, disturbi dell'equilibrio. Negli ultimi tempi era cambiato… anche nel vestire, molto più trasandato del solito. Alternava momenti di lucidità, in cui era capace di ripetere a memoria interi articoli di politica, ad altri dove appariva apatico, estraneo al mondo. Poi cambiava d’umore spesso, improvvisamente diventava loquace e passava da un argomento all’altro senza alcuna connessione. Insomma, si esprimeva in modo strano e, soprattutto, non sapeva più scherzare. A tavola con Caputo, non ti dico, certe litigate…»
«E gli acufeni, e la sindrome di Ménièr?»
«Gli acufeni? Le rane nelle orecchie? Una pietosa bugia per tenere a bada la curiosità del geometra. Se avesse saputo la verità si sarebbe spaventato a morte. Lui è fatto così, è un fifone! Se la fa sotto al primo starnuto. Adesso ha dei rimorsi e che ti devo dire… mi fa un po’ pena anche lui.»
«A me no! Si può sapere che ci trovi in quella specie di ometto?»
«Ossignur! Ancora con questa storia. Dormiamo va, che è meglio. Buonanotte.»


10
Quel volpino del sciur Augusto

 Aveva posteggiato la Mini all’ombra dei platani. Forse non erano proprio platani, e nemmeno ippocastani. Potevano essere faggi, aceri, olmi, querce o di qualunque altra specie, tanto lui non avrebbe saputo attribuirgli un nome. A malapena distingueva il salice piangente dalla robinia e sulle varietà degli abeti aveva in testa una gran confusione. Sua moglie invece conosceva la differenza tra il peccio, cioè l’abete rosso, e quello più comune detto bianco o avezzo. Perfino Beppe, il portiere del condominio ne sapeva più di lui. Dalla finestra del suo soggiorno poteva ammirare una fila di piante d’alto fusto che andavano su dritte in cielo come fossero cipressi. Ma cipressi non erano, quelli li conosceva bene. Come i pioppi in primavera riempivano l’aria di piumini, però non erano pioppi.
«Sono albere quelle lì.»
Lo vedeva anche lui che erano alberi, insomma piante e non tralicci della corrente. 
«No sciur dutur, si chiama così: “al-be-ra”. I pioppi sono diversi.»
In ogni caso, le piante dei giardinetti di piazza Gobetti facevano una bella ombra, e gli venne voglia di sedersi e prendere un po’ di fresco su di una panchina. La casa di Schininà stava a due passi e non erano ancora le tre: forse un po’ presto per fare una visita. A questo stava pensando quando alzò gli occhi. La panchina più vicina era occupata da una persona anziana che guardava fisso la punta del suo bastone. Il rumore dei passi sul ghiaietto lo avvertì della sua presenza e istintivamente, di scatto, il vecchio alzò la testa.
Che si trattasse proprio del Poletti, il dottore lo capì all’istante.
Il mitico droghiere si sentì osservato e strizzò gli occhietti a sua volta. La facciona sorridente che aveva di fronte non gli diceva nulla. Era disorientato, ma nel dubbio taceva… Chissà che gli passava per la mente in quel momento?
«’ngiorno sciur Augusto» forse la voce lo avrebbe aiutato a ricordare.
«Buongiorno… buongiorno…»
«Non mi riconosce? Sono il figlio di Giulio – Giulio Gallo – il sarto.»
«Ossignur…» Poletti spalancò gli occhi e rimase senza fiato, era finito a testa in giù nel pozzo dei ricordi e adesso rischiava di affogare. Gallo gli allungò una mano.
«Ma sì, sono il Geronzio, non si ricorda di me?»
Finalmente vide i suoi occhietti gialli brillare. Aveva ancora l’espressione felina di un tempo. La faccia del furbetto si era raggrinzita ma, nonostante l’età, giudicò che doveva essere ancora in buona salute.
Gli venne in mente quando sua madre lo mandava in drogheria a prendere un etto di mortadella per la merenda.
«Stai attento a non farti fregare, che l’Augusto è un bel volpino.»
«’Na faina» aggiungeva suo padre, rincarando la dose.
E volpini erano anche i suoi bambini che avevano la stessa faccetta furba del padre. Della moglie invece ricordava solo il gran pancione. Lui pensava che fosse così grassa di natura, del resto con tutto quel ben di Dio che aveva nel negozio se lo poteva permettere, ma a un certo punto capì da solo la ragione di quel perenne gonfiore in vita.
«Ah… te saresti il Geronzio? Ma pensa te… Che razza di omone che sei diventato. L’ultima volta che ti ho visto eri magro come una saracca. E invece varda adess. Ma ti posso dare ancora del tu, oppure…»
Gallo gli appoggiò una mano sulla spalla e dopo averlo tranquillizzato, si sedette anche lui sulla panchina.
«Ho saputo che sei diventato un dottore, uno di quelli bravi.»
«Ma no, ma no, che dice, sono un medico della mutua.»
«Allora te sei quello che ha salvato la pelle al tipografo? Come si chiama quel signore lì? Non mi viene in mente il nome.»
«Forse Schininà?»
«Sì, proprio lui. È un mio vicino di casa. La sua signora è una persona tanto gentile. La incontro ogni tanto qui ai giardinetti col nipotino, adesso però è un po’ di tempo che non la vedo più. Ma come sta il marito?»
Gallo stava beneficiando nel quartiere di una notorietà immeritata, se ne rendeva conto, ma era difficile dissuadere Tilde, la moglie di Schininà e tutti i suoi familiari, amici compresi, che lui non aveva particolari meriti nella guarigione di Francesco.
«Ah, che peccato» esclamò il Poletti, alla notizia della morte recente dello zio Giacomo.
« Allora se n'è andato anche il Giacomino. Lui è stato l’ultimo ad andare via dal negozio. Sunt restà duma mi, l’ultimo della vecchia guardia…»

Gallo si dovette sciroppare il lungo elenco delle perdite familiari, prima su tutte quella della moglie, la più dolorosa, che lo aveva lasciato solo da pochi anni. Un bollettino di guerra, una vera ecatombe negli ultimi trent’anni. Tuttavia non aveva ragione alcuna di lamentarsene, era stato lui ad aprire l’album dei ricordi e adesso aveva anche trovato il modo di riesumare la famosa fotografia che custodiva nel portafogli. Non se l’era affatto dimenticata, anzi, non aveva pensato ad altro dal primo momento che aveva riconosciuto il Poletti. Temeva che la vista del vecchio droghiere non fosse all’altezza della sua memoria, invece, quel volpino del sciur Augusto, lo stupì un’altra volta; con la fotografia in mano cacciò un paio di occhialini dalla tasca interna della giacca e, dopo averli inforcati, dedicò tutta la sua attenzione all’immagine.
«Orcaloca, varda… varda… Questo qui sulla porta della bottega sono proprio io, e là, davanti alla vetrina della sartoria c’è proprio tutta la tua famiglia.» Elencò tutti i nomi, uno per uno senza tentennamenti o salti di memoria, aggiungendo qua e là informazioni e note curiose di cui lui stesso non era a conoscenza o ne serbava un vago ricordo. Soltanto alla fine pronunciò un nome che non aveva mai sentito.
«Questa qui invece è… l’Esterina!»
La sartina della premiata ditta G&G, quella figura esile dal volto delicato e sorridente, la giovane ragazza della foto adesso aveva un nome. Lui non ne aveva mai sentito parlare. Era troppo piccolo in quel periodo per ricordare.
«Esterina? Me la ricordo bene quella ragassa. L’era na brava tusa. Ha lavorato lì un paio d’anni, forse meno, poi è andata via e non l’ho vista più.»
«Quindi non si sa che fine abbia fatto?»
«No, no, non ho saputo più niente.»
«Si ricorda per caso il cognome di questa signorina?»
«Ossignur… una volta forse lo sapevo, ma adesso con i nomi faccio confusione, le facce invece quelle sì, non le dimentico mai.»
Gallo ripose la foto nel portafogli, senza nascondere la sua delusione.
«Però… adesso che ci penso, a quel tempo c’erano state molte chiacchiere su questa ragassa. Io non ci davo retta a queste storie, ma mia moglie sì, alla mia Gisella non scappava nulla. Anche perché il quartiere di quegli anni era come un grande paese, e le faccende degli altri si venivano sempre a sapere. Insomma, per farla breve, la ragassa si era messa in un brutto pasticcio… Una roba di quel genere lì… non so se mi spiego. Oggi non ci fanno nemmeno più caso a queste cose, ma una volta – se una restava incinta prima del matrimonio – era un mezzo scandalo.»
«Sì, capisco. Però, anche a quei tempi, le cose poi si aggiustavano. Di solito finiva con un matrimonio riparatore.»
«Eh già… hai ragione, anche quella volta sarà finita proprio così. Però non mi pare che avesse il moroso. Era così giovane: avrà avuto sedici, forse diciotto anni, ma non di più.»
«Epperò! Era proprio giovane la ragassa
Gallo aveva già fatto troppe domande su questa Esterina, pensò che non fosse il caso di insistere sull’argomento, ma all’ultimo istante non seppe resistere.
«Dove abitava questa Esterina? Se lo ricorda?»
«Oh bella…»
Il signor Augusto si scansò per guardarlo bene negli occhi. Poi, lentamente, spense il sorriso e aggiunse: «Non ti ricordi proprio niente, vero?»
«No, ero troppo piccolo. Se la data dietro la fotografia è corretta, allora avevo circa quattro o cinque anni.»
«Eh già, ecco perché non ti ricordi niente. Te non sei nato sopra la sartoria; tuo padre e tua madre si erano già accasati da un’altra parte.»
«Essì!» confermò il dottore, con un’altra domanda in canna, ma deciso questa volta a soprassedere.


11
Questa specie d’amore

Augusto, il vecchio droghiere della Bovisa, non aveva risposto all’ultima domanda. La memoria del Poletti si era inceppata proprio sul più bello, oppure il volpino aveva taciuto di proposito? Se lo domandò giusto il tempo dei saluti, poi sposò la seconda ipotesi, e decise all’istante che la questione Esterina andava approfondita. A chi poteva rivolgere la stessa domanda? La prima persona che gli venne in mente fu la zia Marina. La sorella minore della mamma, era una donna suscettibile, pettegola di natura, prevenuta nei confronti di suo padre e di tutta la famiglia Gallo. Incarognita dagli acciacchi e dalle disgrazie della vita, era un soggetto da prendere con le molle, tuttavia l’ultraottantenne restava, se non l’unica, la più lucida e attendibile fonte d’informazione su tutta la piazza.
I rapporti con la zia Marina non erano dei migliori in quel momento, ma forse quella era l’occasione buona per normalizzare le relazioni con il ramo materno della famiglia. Certo la faccenda avrebbe richiesto tempo e molto tatto, perché nel dissotterrare l’ascia di guerra doveva stare attento a non concedere troppa soddisfazione alla zia, che tendeva ad essere invadente e aveva una naturale predisposizione a rompere i cosiddetti di chiunque le capitasse a tiro.

Qualche giorno dopo ricevette una telefonata che gli fece cambiare idea. Dal fronte di Lambrate arrivarono notizie che di fatto bloccarono sul nascere le manovre di avvicinamento alla famiglia Bortolotti. La pace con la zia Marina poteva attendere!
Schininà, per conto del signor Augusto, al quale era ritornata improvvisamente la memoria, gli faceva sapere che il cognome di una certa Esterina, poteva essere Tagnin. Proprio come il calciatore dell’Inter di Herrera e su quest’ultimo particolare non aveva dubbi.
«Tutto qua? Non ti ha detto altro l’Augusto?
«Altroché, ha parlato per un’ora della sua bottega e della sartoria dei Gallo, mi ha fatto una testa che non ti dico e mi ha pregato di telefonarti subito. È molto contento di averti rivisto… Ma si può sapere perché ti interessa tanto questa Esterina?»
«Non ho nessun interesse particolare su questa persona, fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno chi fosse. Adesso, grazie al Poletti, so che era una sartina, una signorina che lavorava nella sartoria di famiglia.»
«Eh già, hai ragione. Me ne avevi già parlato, adesso ricordo. La ragazza della fotografia? Ma non mi dire, tuttavia, deve avere le idee un po’ confuse questo Augusto, perché a me ha raccontato un’altra cosa?»
«Ma va? E cosa ha detto?»
«La serva! Mi pare che abbia detto proprio così. “Esterina era la servetta dei Gallo!”. Ha anche aggiunto che arrivava dal veneto, che era sola, e che praticamente viveva in casa dei tuoi nonni.»
Nei giorni successivi cercò inutilmente di dimenticare l’intera faccenda. Dopo le ultime rivelazioni del Poletti, la storia aveva preso una piega inaspettata e poteva rivelare spiacevoli sorprese. Il pensiero che uno scandalo avesse potuto, anche soltanto sfiorare la sua famiglia, ipotesi inaccettabile e assurda all’inizio, adesso gli appariva più verosimile. Forse era meglio non indagare, restare nel dubbio, non approfondire e accontentarsi di quel poco che sapeva.
A complicare ulteriormente la faccenda ci pensò la cugina Luisa, e questa volta con la complicità di sua moglie.
«Che palle questo romanzo!» Cecilia allontanò il libro con un gesto di fastidio, spense la lampada sul comodino, e dalla sponda del letto lanciò la buonanotte.
«Che stavi leggendo?»
«Un romanzo di Bevilacqua: “Questa specie d’amore”»
«Per forza,» brontolò Gallo «non si dovrebbe mai leggere il libro dopo aver visto il film al cinema.»
«Mi era piaciuto tanto, invece il romanzo è noioso ma, forse, sono io che non sono in vena di leggere.»
Gallo risistemò il cuscino, poi riprese la lettura.
«Tu invece che stai leggendo? Sempre i soliti gialli americani?»
«No, questo è di un italiano, anzi, un concittadino.»
«Ma va? E come si chiama?»
«Scerbanenco… Giorgio Scerbanenco.»
«L’ho già sentito questo nome… se non sbaglio scrive storie d’amore su “Confidenze” e pensavo fosse russo, con quel nome…»
«Non sapevo che leggessi riviste di quel genere, non le vedo in giro per casa.»
«La mia parrucchiera è fornitissima, non le manca niente.»
«Ah… ecco. Volevo ben dire. Comunque, questo Scerbanenco adesso scrive anche gialli.»
L’avverbio tanto caro a Caputo lo perseguitava, era contagioso, doveva smettere di ripeterlo in continuazione.»
«Non lo sapevo. E come sono?»
«Sono soltanto all’inizio, comunque…» Ci era ricascato, «Chi va al mulino s’infarina» ciancicò tra sé.
«Che dicevi?»
«Niente… tu non volevi dormire?»
«Mi è passato il sonno e poi ti devo dire una cosa… altrimenti me la dimentico.»
«Non me la potresti dire domani?»
«No, adesso è meglio, però mi devi promettere che non ti arrabbi.»
«Un po’ già lo sono, quindi non ti prometto nulla.»
Silenzio.
«Ha telefonato Luisa… oggi… pomeriggio…»
«A proposito di che? Dell’appartamento? Non lo vuole più vendere? Tanto piacere! Sai che gliene importa a Caputo?»
«No, non era questo l’argomento.»
«E quindi? Di cosa voleva parlare?»
«Sempre della solita storia, di suo padre, dello scippo, delle fotografie e di tutto il resto. Sai, lei se lo immaginava che di mezzo ci fosse una donna. Ha sempre avuto il sospetto che il padre avesse una relazione segreta. Lo sospettava anche la moglie, perché mancavano sempre dei soldi in casa e lui si comportava in modo strano. Il conto in banca era intestato solo a lui e la pensione la voleva ritirare personalmente in posta. Non ha mai fatto mancare niente a nessuno, ma i conti non tornavano mai. E anche quella volta dello scippo, lei pensa che le cose siano andate diversamente, e che i soldi della pensione li abbia dati volontariamente a quella persona.»

Gallo attese qualche secondo prima di rispondere.
«Lo zio Giacomo? Un’amante? No, non ce lo vedo! Tuttavia, non dimentichiamo che era vedovo da dieci anni, perbacco, e aveva ben diritto di trovarsi una donna.»
«È quello che ho pensato anch’io… ma che gli potevo dire? Luisa è pur sempre la figlia.»
Gallo si sentì più sollevato, le rivelazioni di Luisa non erano poi così sconvolgenti, ma non sapeva che il peggio doveva ancora arrivare.
«Tutto qui?» domandò, riprendendo in mano il libro.
«No, c’è dell’altro»
«Ah… ecco. Mi sembrava strano che non ci fosse dell’altro.»
«Dice che le fotografie te le puoi tenere, anche se adesso è sicura che non fossero destinate a te. Suo padre le aveva accantonate, ma non voleva affatto conservare quelle vecchie istantanee, anzi, è convinta del contrario.»
«Che voleva farne di quelle foto? Spiegati meglio!»
«Distruggerle, liberarsene… Proprio questo intendeva fare, toglierle di mezzo. Ma non ha fatto in tempo…»
Prima che Gallo potesse dire qualcosa, Cecilia aggiunse: «E per quanto riguarda la tua presunta somiglianza con il ladro…»
«Ma non era una ladra?»
«Uomo o donna ormai non ha più importanza.»
Pausa.
«Va bene, continua! Perché ti fermi?»
«Dammi tempo, non mi mettere fretta, e ricordati che hai promesso di non arrabbiarti.»
«No, non ho promesso nulla, ma se lo dici un’altra volta…»
«Vabbè, vabbè… Luisa adesso sostiene che la parola pronunciata dal padre, potrebbe non essere “delinquente” bensì, “demente”.»
Silenzio.
«La frase esatta sarebbe: “Geronzio è tale quale a quel povero demente”.»
«A chi si riferiva?»
«Non l’ha detto, ma… adesso che fai? Perché hai spento la luce? Lo sapevo… el savevi mi che ti saresti arrabbiato. Guarda che non è colpa mia, e per favore non te la prendere con tua cugina; lasciala in pace, e smettila di fare domande su questa storia.


12
Lei lo chiamava Peppino e diceva che era un militare.

 Valeri era molto più giovane di quanto avesse immaginato al telefono, ad ingannarlo era stata la voce: così bene impostata, e priva d'accento. Il giovanotto che gli stava seduto di fronte invece poteva avere al massimo trent’anni: era alto e magro, portava le basette lunghe e indossava una giacca a quadretti stretta di spalle e troppo corta di maniche.
«No, no… dottore, non c’è stato nessun furto ai danni di questa persona.»
Aprì il taccuino e lesse il nome ad alta voce: “Giacomo Gallo, residente in Milano, via…Un parente? Forse un amico?» aggiunse.
«Sì, era mio zio» rispose asciutto. Avrebbe evitato volentieri ogni spiegazione, ma si rendeva conto che non poteva essere del tutto reticente e, dopotutto, era stato lui a volere quell’incontro.
«Era?»
«Purtroppo è deceduto qualche mese fa.»
«Ah… mi dispiace.» Valeri rimise in tasca il taccuino e continuò guardando fuori dalla vetrina del Bar Vittoria.
«Direi che si è trattato di un diverbio, anzi di un vero e proprio litigio avvenuto per strada, in pieno giorno e alla presenza di tanti testimoni. La gazzarra era stata tale da richiamare l’intervento di due agenti della polizia. È così che sono finiti entrambi sul taccuino dell’ispettore Fresca.»
Gallo ordinò al cameriere un Cynar con scorzetta di limone e una spruzzata di selz, e per il cronista un bicchiere di Coca Cola. Mentre sorseggiava il suo digestivo, Gallo non poté fare a meno di osservare l’enorme nodo della cravatta di Valeri, dal quale faceva capolino un pomo d’Adamo altrettanto pronunciato. Smise di pensare alla laringe del giornalista e annuì ampiamente col capo.
«Dalla notizia ne ricavai un trafiletto di poche righe del tipo: due anziani si prendono a botte per pochi spiccioli davanti all’ufficio postale. Non avevo elementi e ci ricamai sopra: tentata rapina, estorsione o questioni personali? Parlai anche di circonvenzione d’incapace, è un termine che fa sempre un certo effetto, e non era completamente campato in aria…»
Si fermò per accendere una sigaretta e dare una sbirciatina alle gambe di una cliente seduta sullo sgabello davanti al bancone.
«…ma questo lo appurai solo in seguito.» concluse il giornalista.
«Mio zio soffriva della sindrome di Alzheimer, è probabile che desse già segni di squilibrio. La perdita della memoria è uno dei sintomi più frequenti in questi soggetti.»
«Esatto! Intendevo dire proprio questo. La perdita della memoria è stata la causa di tutto. Se quella mattina, suo zio Giacomo avesse riconosciuto la persona che lo aveva avvicinato, tutto questo non sarebbe successo. Non era la prima volta che quella donna gli spillava soldi. La storia andava avanti da anni, ma non mi chieda il perché.»
Si era arrivati un’altra volta a un punto morto. Valeri sembrava avere la testa altrove e poca voglia di vuotare completamente il sacco.
«Brutta malattia.» disse il dottore per rompere il silenzio.
Il giornalista sembrò risvegliarsi dal torpore e con piglio nuovo, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, riprese il racconto.
«In seguito riuscii a ottenere l’indirizzo di questa donna. Non era stato difficile, in questura abbiamo da sempre qualche aggancio… Sa, fa parte del nostro lavoro. Al telefono però non ci ricavai nulla, così decisi di andare direttamente a casa sua. Abitava alla Bovisa, in un vecchio palazzo con il cortile interno e le ringhiere di ferro. L’appartamento era piccolissimo: due stanzette con le pareti ammuffite e senza servizi igienici. Viveva sola. No, non del tutto, aveva anche due gatti e una gabbia con tanti pappagallini. Ricordo ancora la puzza degli escrementi e il rumore infernale delle cocorite. Nel mezzo della cucina non aveva un tavolo, ma una macchina da cucire e il pavimento sconnesso era completamente ricoperto da pezze e ritagli di stoffa. La prima volta non mi fece nemmeno entrare e mi mandò al diavolo. Mi presentai ancora alla sua porta, ma questa volta non ero solo, con me avevo due magnifiche bottiglie di rosso. Mio padre diceva che niente scioglie la lingua più del Barolo se è buono e sincero e, perbacco, aveva ragione.»
Si fermò per riprendere fiato e bere il resto della bibita.
«Le va un caffè?»
«No, grazie, semmai un’altra Coca.»
«Ne beve tanta di quella roba?»
«Moltissima, bevo solo questo durante il giorno.»
Parlarono di altro in attesa delle consumazioni, poi Valeri si fece pensieroso. E con quella voce da attore consumato, disse: «Lo so, lei si sta domandando perché tanto interesse da parte mia, perché tanto accanimento intorno a un fatterello di cronaca di poca importanza. Dottore, deve sapere che in quel periodo mi guadagnavo da vivere facendo il cronista, e nel tempo libero scrivevo racconti. Ero sempre a caccia di buone storie.»
«Perché ha smesso di scrivere?»
«Non ho smesso, scrivo per il giornale, ma mi occupo di economia e di politica.»
«Già, la politica» ripeté Gallo riflettendo. «Era una buona storia quella di Ester?»
«Oh… sì. Eccome se lo era.»
«E l’ha poi scritta?»
«No, non l’ho mai scritta, mi mancavano dei tasselli e poi… Adesso che Ester non c’è più, sarebbe difficile colmare le lacune, dovrei lavorare di fantasia, ma forse lei, adesso, potrebbe darmi una mano a rimettere insieme tutta la storia.»
Gallo preferì rispondere con una domanda:
«Com’è morta?»
«È precipitata dalla ringhiera: un volo di dieci metri. Non l’ha vista nessuno cadere, era notte e c’era il temporale. Nessuno l’ha sentita gridare. Hanno trovato il corpo soltanto la mattina. L’autopsia ha stabilito che al momento del decesso il tasso alcolico era altissimo.»
«Suicidio, disgrazia, oppure…?»
«Omicidio? No, non credo. Anche quelli della questura propendono per una disgrazia. Beveva molto, soprattutto da quando i servizi sociali le avevano sottratto la custodia di suo figlio. Io non l’ho mai visto, ma se sta al Don Orione, tanto normale non dev’essere.»
«Aveva un figlio?» Gallo temeva questa notizia, ed esitò nel formulare la domanda. «Un figlio in collegio?»
«Così mi disse. Sono passati cinque o sei anni da allora e dopo il funerale, non ho saputo più nulla.»
«Dove l’hanno sepolta?»
«A Musocco se non ricordo male. In ogni caso non aveva ancora molto da campare. Le condizioni del suo fegato erano pessime. La cirrosi se la sarebbe portata via in breve tempo.»
Adesso tutta l’attenzione del Valeri sembrava concentrata sul sedere di una bionda alla cassa, ma si sbagliava.
«Non mi occupo più della cronaca,» disse Valeri, «ma sono ancora interessato a questa storia. Mi parli di suo zio e della sartoria del nonno.»
«Non credo ci sia molto da dire su mio zio Giacomo, e…»
«No, dottore,» lo interruppe Valeri scuotendo la testa, «non è di questo zio che dobbiamo parlare, ma di quell’altro fratello. Lei lo chiamava Peppino, suppongo che il suo nome fosse Giuseppe e, se non ricordo male, era un militare.»


13
Una buona forchetta.

 Per arrivare alla cascina di Marina Bortolotti, la via più breve era quella che passava davanti al cimitero del paese. La strada bianca infatti, incominciava proprio davanti alla cappella mortuaria. Il Camposanto, sin da quando era bambino, era sempre stata la prima tappa della gita in campagna. La mamma ci teneva molto e arrivava per l’occasione carica di lumini, ceri e fiori freschi. Gallo fece la stessa cosa che per tanti anni aveva visto fare a suo padre; anche lui arrestò la macchina davanti al cancello, spense il motore e si fece il segno della croce. Poi aiutò Guido a scendere dall’altra parte. Non c’era bisogno di tenerlo per mano, Guido lo seguiva docilmente senza mai perderlo di vista. Il rumore del ghiaietto sotto i piedi lo intimorì. Si sentì strattonare la giacca.
«Che c’è Guido? Non è niente, guarda, sono solo sassi. Non vuoi venire a conoscere i miei nonni? Anche la mia mamma è sepolta qui.»
I rumori insoliti lo spaventavano, ma bastava poco per tranquillizzarlo e vederlo sorridere.
Si fermarono qualche minuto nella cappella di famiglia. Accanto alle lapidi dei nonni, c’era anche quella più piccola di un fratellino della mamma: un neonato di pochi mesi morto di pertosse. La fotografia del bambino con gli occhi spalancati lo aveva sempre sconvolto. Sua madre diceva che era stata scattata quand’era già morto e che a quei tempi si usava così. Da bambino era convinto che ci volesse molta forza per fare una cosa del genere. Una volta aveva toccato un coniglio morto, era gonfio e rigido, e aveva gli occhi spalancati.  Da quella volta niente più coniglio nel suo piatto e mai avrebbe immaginato che da grande sarebbe diventato un medico, a quel tempo voleva fare il meccanico. 
Arrivarono alla cascina che era quasi mezzogiorno. Posteggiò il Citroen DS sull’aia accanto al trattore e altre macchine agricole, e guardandosi intorno si domandò chi avrebbe trovato a tavola. La zia Marina aveva avuto quattro figli, due maschi e due femmine, questi a loro volta avevano messo al mondo una bella schiera di nipoti, e anche se non tutti si erano dedicati alla campagna, la casa era sempre molto frequentata. La visita ai Bortolotti era un rito al quale pochi parenti si sottraevano. Dopo la scomparsa della mamma, sentiva di non far più parte della cerchia ristretta di quella grande famiglia, tuttavia aveva accettato quell’invito con molto piacere.
«Hai fatto bene a prenderti cura di lui.» le aveva detto al telefono. «Mi piacerebbe conoscerlo il figlio di Ester e di Peppino,» aveva aggiunto, «perché un giorno non me lo porti in campagna? Un po’ di aria buona gli farà bene.»

Guido percepì il muggito delle vacche ancora prima di scendere dalla macchina. Forse non l’aveva mai vista una mucca da vicino, in ogni caso non sembrava spaventato.
Sotto il portico incontrarono anche qualche gallina. Gallo cercò un soggetto con la cresta. Non li odiava più, ma un tempo era ossessionato da questi animali, e portare lo stesso nome del re del pollaio, non era stato sempre facile.
“Ti ci abituerai,” gli diceva sempre suo padre. “Se ti chiamavi Gallina, oppure Vacca, era molto peggio, dammi retta!”
Ma come poteva credere alle parole di un padre che aveva scelto per lui un nome così insolito, bizzarro, antico e difficile da portare; soprattutto per quella imbarazzante assonanza a “stronzo”, la parolaccia più usata, l’insulto per eccellenza.
«Siete arrivati, finalmente!» disse la zia, dal fondo di un divano enorme. «E questo sarebbe il Guido?» aggiunse, osservandolo al di sopra delle lenti che teneva sulla punta del naso.»
«Capisce quando parlo? Oppure…»
«È come un bambino di due anni, come un…»
«Come un vitellone? In effetti è bello grosso… ma lo sai che un po’ ti assomiglia davvero? Per la miseria, sembrate due fratelli… e invece è figlio di quel delinquente di tuo zio Peppino»
«Perché dici così?» protestò amabilmente Gallo. «Forse, se non fosse dovuto partire per l’Africa, le cose sarebbero andate diversamente. Forse lo zio Peppino l’avrebbe anche sposata Esterina, anche se…»
«Anche se?» ripeté sfidandolo con lo sguardo.
«Anche se era… omosessuale?»
«Ma smettila! Te non sai proprio niente. Tua madre con me si confidava e di questa storia ne abbiamo parlato tante volte. Tuo zio era un libertino e basta. Non so se gli piacessero anche gli uomini, di sicuro le donne sì, eccome se gli piacevano. Quando è tornato a casa in licenza, bello come il sole nella sua divisa da sottufficiale, non ha esitato ad approfittare di quella povera ragazza che si era invaghita di lui al primo sguardo. Praticamente se l’è trovata nel letto.»
Gallo annuì, era andato in pace e non voleva contraddire la vecchia zia.
«È stato un colpo di fulmine! Diceva la poverina. L’incontro fatale di una notte. Fatto sta che è rimasta subito incinta. Quando l’ha saputo, tuo nonno ha scritto al figlio ordinandogli di rientrare a casa e fare il suo dovere. Figurati! Tempo sprecato. Io l’avrei denunciato alle autorità militari e invece, la famiglia intera ha fatto quadrato, temevano lo scandalo, non volevano rovinargli la carriera e l’unica cosa che hanno saputo fare, è stata quella di procurarle in fretta un marito. Un vedovo che non vedeva l’ora di prendersi una donna in casa che si occupasse di lui e dei suoi figli.»
La zia parlò anche della brutta fine che aveva fatto quel matrimonio combinato in fretta e aggiunse anche dell’altro su Ester.
«Arrivava dal veneto e da una famiglia molto numerosa. Non aveva di che lamentarsi, in casa dei Gallo la trattavano bene, cibo ce n’era abbastanza per tutti e aveva imparato a cucire. Insomma, tua nonna era contenta di averla in casa.»
«E dello zio Giuseppe, poi, non si è saputo più niente?»
«Peppino? Chissà che fine ha fatto e se è veramente morto? L’hanno dato per disperso, ma il corpo non è mai stato restituito alla famiglia.»
Gallo si affacciò alla finestra. Guido era attorniato dai bambini che lo stavano portando in giro per la fattoria.
«Che avete detto a questi bambini? Non sembravano stupiti di fronte a Guido.»
«Gli abbiamo detto semplicemente che arrivava uno zio picchiatello. Che gli dovevamo dire, che quello che sembra normale in realtà è più matto dell’altro?»
«Ah… bene. Quindi il pazzo sarei io?»
«Be’, un po’ sì. Ti sei preso una bella responsabilità prendendo Guido in affidamento.»
«Se è per questo, anche lo zio Giacomo li ha sempre aiutati. Pensa che le figlie erano convinte che avesse un’amante, perché spendeva tanti soldi. Neppure loro sapevano niente di questa storia.»
«Oh sì, anche tuo padre, fin che è stato in vita, ha messo mano al portafoglio, ma adesso basta. Basta parlare di questa storia.»
«Aiutami ad alzarmi» aggiunse, allungando il braccio verso di lui. «Vai a riprendere Guido, è ora di andare a tavola. Lo senti che profumino arriva dalla cucina? È coniglio in umido con la polenta. Ti piace il coniglio, vero Geronzio? Ma certo che ti piace, te sei sempre stato una buona forchetta.»

 

FINE

 

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