mercoledì 29 settembre 2021

LA MAGGIORANZA SILENZIOSA

 

 

I
Lunedì mattina: non un giorno come gli altri.

 Gallo aveva smesso di respirare. Due mani insanguinate intorno al collo lo stavano soffocando: erano quelle grandi e forti del sergente Arioli che gli urlava in faccia tutto il suo odio. "Ti ammazzo brutto bastardo... ti ammazzo". Con un ultimo sforzo riuscì a liberarsi dalla stretta mortale, imbracciò l'arma e fece fuoco.  La raffica del mitra lo costrinse ad aprire gli occhi. Allungò un braccio sulla sua sinistra: il letto era vuoto e le lenzuola ancora tiepide. Perché Cecilia non aveva spento quella maledetta sveglia?

Il dottore era abituato ad aprire gli occhi al suono rauco della caffettiera e al lieve ciabattare della moglie in cucina, risvegliarsi così bruscamente non era il modo migliore per incominciare la giornata, anzi, la settimana. Da molto tempo non aveva più quel sogno ricorrente e non gli sarebbe bastato alzarsi, buttarsi sotto la doccia e radersi per cancellare dalla mente il ricordo di quel tragico episodio di guerra. 

Uscì di casa alla solita ora e quando mise piede nel cortile del condominio, l’aria fredda di febbraio gli fece reclinare il capo sul petto. Ascoltando il rumore della neve dura e croccante sotto le suole delle scarpe, pensò che non fosse una buona idea usare l’automobile nuova, fiammante e ancora in rodaggio. Del resto, avventurarsi sul tram a quell’ora del mattino era sconsigliabile, quindi non gli restava altra scelta che farsela a piedi. Tuttavia, dopo le recenti nevicate anche i marciapiedi non erano molto sicuri, soprattutto dopo una nottata in cui il termometro era sceso di qualche grado sotto lo zero. Si avvicinò pertanto al suo posto macchina, rassegnato a dover guidare nella bolgia dell'ora di punta sull'asfalto scivoloso per il ghiaccio. In questi casi rimpiangeva il suo vecchio Millecento, con il quale si tuffava nel traffico più intenso senza alcun timore di rovinare la carrozzeria.

Dopo una breve occhiata al parabrezza ghiacciato, mentre infilava la chiave nella portiera, si rese conto che la ruota posteriore era completamente sgonfia. Non gli ci volle molto tempo per scoprire che anche l’altra ruota posteriore era nelle stesse condizioni. I segni sui copertoni erano troppo evidenti e non lasciavano alcun dubbio in proposito: durante la notte qualcuno si era divertito a sforacchiare le gomme della sua automobile.

"Perché soltanto a me?" si domandò Gallo sbigottito, constatando che le altre vetture ancora posteggiate sotto la tettoia non sembravano aver ricevuto la stessa attenzione. Si guardò intorno sconsolato. Indugiò ancora qualche istante, poi, con in testa un solo proposito: scoprire al più presto il delinquente che gli aveva fatto quello scherzetto, si diresse verso l’officina del gommista che, fortunatamente, distava a non più di duecento metri.

«Eh… dottore!» fece il gommista con la faccia di circostanza. «Lo fanno… lo fanno… e più sono nuove le macchine, più ci provano gusto. Capelloni, drogati e teppisti, ormai è pieno anche da queste parti.»

«Ah… un balordo? Lei pensa che…» l’idea che si trattasse solo di un gesto vandalico, tutto sommato non spiaceva a Gallo, gli evitava di pensare che qualcuno ce l’avesse proprio con lui.

«Ma certo, non sarebbe la prima volta. Prima l’era divers… Prima si rubava per il pane, ma adèss se capìs pü nagòt! Senta, dottore, mi lasci pure le chiavi, ci pensiamo noi alla sua macchina, non si preoccupi. Mi telefoni prima di mezzogiorno… le saprò dire in che condizioni sono le gomme.»

Gallo arrivò in ambulatorio con un buon quarto d’ora di ritardo, ponendo fine al brusio dei pazienti in sala d'attesa.
« Buongiorno dottore.» disse Lucia ch impaziente l'attendeva sulla soglia dello studio. All’assistente di origini siciliane, bastò uno sguardo per capire che il dottore non era del solito umore e decise lì per lì di non aggiungere altro. Tuttavia resistette alla curiosità soltanto pochi secondi, poi, la lingua partì cedendo a un impulso irrefrenabile.
«Tutto bene, dottore?» sottovoce, per mitigare l’impertinenza e, mentre l’aiutava ad infilarsi il camice: «È successo qualcosa? Ha una faccia stamattina…»

Il grugnito di Gallo convinse definitivamente Lucia a non insistere. Ma la mattinata era lunga e lei non era tipo da mollare la presa tanto facilmente.

 

 

II
La maggioranza silenziosa in marcia.

«Le manifestazioni di piazza», disse Schininà con un filo di voce, per non farsi sentire dai clienti del tavolo vicino e con la pedanteria di sempre, «sono diventate uno sfogo per repressi.»
«Repressi?» ripeté il geometra Caputo, senza perdere di vista il cameriere.
«Certamente! Sono degli scalmanati che liberano i propri istinti velleitari… come i tifosi allo stadio.»
«Di quale partita stiamo parlando?» domandò Caputo.
«Caro geometra, lei non mi ascolta! Non c’è stata nessuna partita, mi riferivo alle manifestazioni di protesta in generale, a quelle di sabato in particolare.»
«Ah sì… I cortei di protesta, gli scioperi, le manifestazioni di piazza», fece Caputo, rasserenato per l’arrivo di Gallo che, proprio in quel momento, si stava avvicinando al loro tavolo, «non me ne parli Schininà, un vero disastro.» Aggiunse.
«Scusate il ritardo.» Gallo prese posto al tavolo scegliendo la sedia contro il muro. «Potevate incominciare anche senza di me.»
«Infatti!» rispose Caputo, «Noi abbiamo già ordinato. Schininà, lei che ha preso, tagliatelle o risotto?»
«Non prendo mai il primo. Oggi il geometra è distratto, deve avere qualche pensiero in testa.»
«Ma no, ma no, caro Schininà... Non ho niente in testa.» ribadì il geometra Caputo, mostrando chiari segni d’impazienza.
«Il fatto è che sono stanco di questi discorsi… Che diamine! Non si fa che parlare d’altro. Non sono il solo, mi creda, ad averne abbastanza. La gente si è rotta le scatole, anche di quelli che adesso sfilano in silenzio sventolando il tricolore. Ma che vogliono questi? Chi sono?»
«È gente come lei e come me! Persone del ceto medio, colletti bianchi, anche operai, tutta gente per bene stanca di questa politica, dei partiti e, anche del governo. Ma soprattutto dicono di no al…»
«Alla guerra in Vietnam?»
«Anche, non per nulla il movimento è nato negli Stati Uniti, però volevo dire: no al compromesso.»
«Compromesso di che? Non la sento Schininà, parli più forte.»
«Non posso mettermi a gridare, è lei che non vuol capire.»
«Compromesso storico?  Questo che intendeva dire? Tranquillo Schininà, i comunisti non vinceranno mai le elezioni in Italia.»
«Se lo dice lei…».
L’arrivo del cameriere posticipò solo di qualche secondo la domanda che era nell’aria. Gallo la sentì arrivare ancora prima che questa gli sbattesse in fronte con la violenza di un tram in corsa.
«E tu, Gallo, che ne pensi di questo nuovo movimento di protesta? La cosiddetta “maggioranza si-len-zio-sa”?» fiatò Schininà, sillabando l’ultima parola, mentre con fare indifferente ispezionava l’arrosto di vitello nel piatto.
Gallo, come d'abitudine, tergiversò abilmente spostando la conversazione sul tempo. Disse che la situazione sulle strade cittadine e sui marciapiedi era scandalosa, parlò dell’aumento dei prezzi, dell’inflazione arrivata al cinque per cento, del caro benzina, e parlò d’altro ancora, ma una risposta vera a Schininà non la diede mai. Il tipografo con la passione per la politica, alla velocità di sempre vuotò il piatto e senza perdere altro tempo si dileguò, non senza aver salutato cordialmente gli amici al tavolo.
«Oggi aveva veramente fretta!» disse Caputo. «Povero Schininà, hai sentito come parla? Ripete a memoria gli articoli che legge sui giornali. Si dice in giro che faccia il galoppino dell’onorevole.»
«Ma di quale onorevole stai parlando? Ah… Ho capito, ho capito.» fece Gallo, dando il benvenuto al cameriere in arrivo con la sua porzione di tagliatelle alla bolognese. «Per il momento è soltanto assessore alla cultura, poi, alle prossime elezioni… Si vedrà.»
«Che ci vuoi fare, avranno la loro convenienza.»
«Che intendi dire? Continua!» domandò Caputo, ansioso di conoscere il resto della frase. Gallo invece rifletteva sul ragù: forse era un po’ acido, forse le carote, di certo non era il solito gusto e con quel dubbio non era facile rispondere al geometra.
«Ah be’, niente di particolarmente scandaloso, la mattina di buon’ora, Schininà recapita sulla scrivania dell’assessore i ritagli dei giornali con le notizie del giorno più importanti. Insomma, lo tiene informato sui fatti e in cambio la tipografia rimedia qualche lavoretto per il comune, e poi…» mormorò Gallo di nuovo sovrappensiero, questa volta per il conto salato del gommista.
«E poi?» lo incalzò Caputo, un po’ spazientito.
«E poi niente! Schininà in fondo è una brava persona, un uomo che non farebbe male a una mosca. Lo conosco da molti anni, mi pare di avertelo già detto che frequentavamo lo stesso oratorio. Io sono di qualche anno più giovane, ma lui non è cambiato poi molto da allora… È rimasto sempre lo stesso e non è il tipo che dà confidenza a tutti.»
«Per carità!» fece Caputo alzando le mani, «Io dicevo tanto per dire…ma tu, piuttosto, che ti è successo? Hai una faccia...»

Era la seconda volta, a distanza di poche ore, che qualcuno faceva delle considerazioni esplicite sulla sua faccia. In tutta la mattinata non aveva fatto altro che rimuginare sul fattaccio, ma non aveva ancora aperto bocca con nessuno, quasi si vergognasse di essere stato oggetto di una simile mascalzonata; pensò così che fosse arrivato il momento di vuotare il sacco. E chi meglio del geometra Caputo, avrebbe potuto comprendere il disprezzo che nutriva nei confronti di colui che aveva osato mettere le mani sulla sua automobile, ancora fresca di fabbrica?
«Questa notte», disse, con la gravità e la compostezza dei momenti gravi, «qualcuno…» e qui avrebbe voluto aggiungere ad alta voce ciò che stava pensando ma si trattenne, «qualcuno si è divertito a sforacchiare le gomme della mia automobile. Un lavoretto a regola d’arte secondo il gommista. Un cacciavite o un punteruolo l’arma del delitto, e la mano? Quella di un figlio di… puttana!»
La parolaccia alla fine era scappata; quasi con un soffio, appena accennata, ma con una tale veemenza da far impallidire il geometra.
«Cazzo!» fece Caputo di rimando, per nulla scandalizzato dal linguaggio, ma seriamente preoccupato per il fegato dell’amico.
«Ti costerà una tombola.» rincarando la dose.
«Non me ne parlare.»
«Hai fatto la denuncia?»
«La cosa?»
«Hai denunciato il fatto? Sei andato dai carabinieri, alla polizia, all’assicurazione, insomma, hai fatto qualcosa?»
Solo in quel momento Gallo si rese conto di non aver mai preso in considerazione la possibilità di denunciare il fatto alle autorità competenti. Non ci aveva mai pensato e si stava domandando se ne valesse la pena.
«Ah…Tu dici che…»
«Ma certo, che ti costa, non si sa mai. E poi, scusa, non sei curioso di sapere chi è stato e perché l’ha fatto?»
«Anche di spedirlo in galera, se è per questo, ma non sono sicuro che serva a qualcosa. Con tutto quello che succede in città e di questi tempi, un paio di gomme sforacchiate, non frega niente a nessuno.»
«In ogni caso, pensaci.» Concluse il geometra.

 Gallo si scervellò inutilmente tutto il pomeriggio, cercando di individuare qualcuno tra i suoi pazienti che potesse odiarlo a tal punto da fargli quella carognata. Per la verità, in passato, lamentele ne aveva anche ricevute. Niente di grave, ma gli si rimproverava troppa parsimonia nel prescrivere medicine, una eccessiva prudenza nel formulare diagnosi, nonché una certa riluttanza nel concedere giorni di malattia.  Gallo non era un dottore da lasciarti a casa per un raffreddore o per un mal di denti, ma era coscienzioso e ascoltava tutti senza mai perdere la pazienza. E non poteva escludere che, tra le centinaia di pazienti, qualcuno potesse nutrire risentimento nei suoi confronti. Non gli restava che concentrarsi sui vicini di casa, tuttavia nemmeno tra i più antipatici e riottosi della scala era riuscito ad individuare una persona meritevole di sospetto. Pertanto preferiva pensare che il gesto, seppur vile e odioso, non fosse diretto proprio alla sua persona. Del resto, anche Caputo era del parere che doveva trattarsi di una vigliaccata commessa da qualche capellone e che il gesto avesse in qualche modo una radice politica.

«Sarà la bravata di uno studentello che abita nel palazzo, un figlio di papà, uno di quelli che protesta in piazza contro i ricchi, i padroni e la proprietà in quanto tale. Non lo sai che per queste teste di cazzo la proprietà adesso è un furto?» aveva concluso Caputo, interpretando solo in parte il pensiero del dottore che di quella macchina così costosa e appariscente, avrebbe fatto volentieri a meno. Lui si sarebbe accontentato di una automobile molto più modesta, anche la nuova Giulietta gli pareva già un lusso. Invece aveva ceduto alle insistenze della sua signora che si era invaghita, chissà perché, di quel carrozzone francese. La riteneva in cuor suo responsabile di quanto era avvenuto. Forse per questo motivo non le aveva detto ancora nulla, e nemmeno nelle due telefonate che aveva ricevuto in mattinata, aveva accennato al fatto.

La prima chiamata di Cecilia, infatti, era arrivata intorno alle dieci. «Non ti dimenticare di passare dal sarto per la seconda prova dell’abito!» aveva detto Cecilia con il tono grave delle grandi occasioni. «Non te lo scordare, altrimenti rischi di andare al matrimonio di tua nipote con l’abito vecchio, che adesso ti va anche stretto.» Gallo aveva mantenuto il silenzio anche durante la seconda telefonata, quella delle undici e trenta: «…allora se vai a pranzo al ristorante mi raccomando, non ti abbuffare come al solito!» aveva concluso la moglie. Aveva taciuto anche per non farsi sentire da Lucia: molto più abile e svelta di lingua che con la siringa in mano. La notizia sulla sua bocca avrebbe fatto il giro del quartiere in un baleno, e Gallo temeva questo più di ogni altra cosa.

E nonostante il desiderio di sfogare la rabbia con qualcuno, aumentasse col passare delle ore, per uno strano presentimento non cedette alla tentazione di prendere in mano il telefono e di protestare con l’amministratore del condomino o di chiedere spiegazioni al portiere. Il Beppe, custode in quella casa da decenni, si occupava soltanto delle scale e della portineria. Non aveva nessuna competenza sul cortile adibito negli ultimi anni a parcheggio, tuttavia restava la persona meglio informata sui fatti di tutto il condominio. Del resto, era sicuro che la notizia del fattaccio avrebbe fatto il giro del caseggiato anche senza il suo intervento e attendeva lo sviluppo dei fatti con apprensione.

 

III

I sette vizi capitali. «Sciur dutur, l’è tüta invidia!»

 Prima di sera, dopo aver ridotto le visite a domicilio soltanto a quelle che riteneva più urgenti, trovò il tempo di passare dal sarto, ritirare la macchina dal gommista e portarla in un’autorimessa. Il garage era un po’ fuori mano, non proprio a metà strada tra la casa e lo studio, ma in attesa di trovare un box libero in un’altra zona e, nonostante il costo dell’affitto esorbitante, quella gli era sembrata la soluzione più giusta.

Al telefono il custode del garage si era dimostrato molto più disponibile, ma non si aspettava di dover fare spazio a una macchina di tali dimensioni e pertanto, il paventato sconticino sulla tariffa base era sfumato dietro una valanga di scuse.

«Mi porta via un sacco di posto, capisce dottore? L’è minga pusìbil, chichinscì ci stanno due Cinquecento, mi spiego?»

Gallo accettò senza discutere, anche se il cambio degli pneumatici gli era già costato una tombola. Pagò soltanto per il primo mese e poi si avviò verso casa, convinto che quella giornata di merda non fosse ancora finita.

Il brutto presentimento si trasformò in certezza soltanto una ventina di minuti più tardi quando, varcato il portone del palazzo, si trovò di fronte la faccia aguzza e smunta del Beppe. Il portiere stava piantato a gambe larghe nel bel mezzo dell’androne e dal modo con cui teneva le braccia allargate e la piega triste della bocca si capiva che il buonuomo stesse aspettando proprio lui.

«Dottore, quanto mi dispiace.» esordì Beppe, piagnucolando dal gran dispiacere. Sembrava sincero il suo sdegno, mentre lanciava ingiurie e anatemi contro l’autore del misfatto, ma subito dopo aver invocato la galera per tutti i mascalzoni in circolazione, si disse pronto a giurare che il colpevole fosse estraneo al palazzo. «È gente di fuori quella lì, mi creda dottore. Il cancello è sempre aperto, nessuno lo chiude mai e così tutti possono entrare. Tutto il mondo è paese e le teste matte ci sono in tutte le famiglie, sem d'acord, ma una roba inscì, chi denter, la s’era mai vista.»

«Lei si starà domandando», continuò il portiere sullo stesso tono, «perché proprio a lei, e anch’io è tutto il giorno che ci penso. Ma per una volta ha ragione mia moglie: «Han catà la machina pusè bela! Proprio così ha detto la mia signora, e mi dia retta sciur dutur, la sua l’è una gran bela machina e l’invidia… Si sa! L’è propri ‘na bruta bestia.»

Appurato che si dovesse addebitare all’invidia il movente del fattaccio, dopo le ultime parole di circostanza del portiere, Gallo si trovò faccia a faccia con Pizzuto, l’inquilino dell’ultimo piano. Il colonnello dell’esercito in pensione e di origini calabresi, si era materializzato dietro la porta dell’ascensore e l’espressione arcigna stampata sul volto del militare, non lasciava presagire nulla di buono.

«Io… a questa gente… saprei insegnare come stare al mondo!» Esordì il vecchio militare senza preamboli. Con solennità portò l’indice alla tempia e fece fuoco premendo il cane con il pollice per ben tre volte.

«Comunque, dottore, prima o poi lo prenderemo questo delinquente. Non si preoccupi! Perché questa è una gioventù bruciata, piena di odio e di rabbia contro tutti e tutto.»

Pizzuto disse molte altre cose, prima che il dottore riuscisse ad entrare a sua volta nell’ascensore, ma era chiaro che anche secondo lui il colpevole doveva ricercarsi in altro loco.

Gallo varcò la soglia di casa con la testa ai Sette Vizi Capitali. Non se li ricordava tutti, ne mancava ancora uno all’appello. All’Ira e all’Invidia aveva aggiunto d’impeto la Lussuria, sul pianerottolo del terzo piano si era ricordato anche di Gola e Superbia, e solo quando vide la faccia di Cecilia, rammentò l’Accidia. 

 

IV

Quattro fascisti del cazzo!

 

Ornella sentì la porta d’ingresso chiudersi pesantemente e solo allora decise di uscire dalla sua stanza. Era sveglia da un pezzo, ma dopo tutta la confusione del giorno prima, per quel paio di gomme sforacchiate, non era ancora sicura di poter guardare negli occhi suo padre senza arrossire. Evitata la cena con la scusa di un compito in classe di latino, si era buttata sul letto con lo stereo a palla per non sentire le discussioni dei genitori. Una lagna insopportabile i cui frammenti arrivavano indenni, tra un disco e l’altro, attraverso la porta e le pareti. Sua madre, soprattutto, non si dava pace. «Ma perché bucare due ruote?» si domandava ostinatamente. «Una non bastava? Una gomma danneggiata era già un gran dispetto, ma due… proprio una cattiveria, un vandalismo, proprio una vigliaccata.»

Dopo il telegiornale e prima del Carosello, Cecilia non aveva più dubbi in proposito: lo stronzo alloggiava nel condominio. Soltanto nella scala “A”, aveva scovato una decina di potenziali delinquenti e, prima della fine del film di Don Camillo, gli indiziati erano saliti a trenta e passa, considerando anche gli inquilini delle scale “B” e “C”. Praticamente quasi tutti i maschi compresi tra i quindici e i settant’anni che, secondo lei, avevano in un modo o in un altro, un motivo valido per forare le gomme della macchina di famiglia.

«Perché solo gli uomini?» aveva chiesto suo padre.

«Non è un lavoro da donna, quello!» aveva risposto sua madre. «Ci vuole troppa forza. Se è vero quanto dici, anche con un arnese affilato non è facile squartare gli pneumatici in quel modo. Però, quel rincoglionito del Beppe, su una cosa ha ragione: è tutta colpa dell’invidia! Sì, perché la nostra, questo è sicuro, è la più bella macchina del cortile.»

«Eh già, l’invidia, è una brutta bestia!» mormorò Gallo, mentre pensava al Mercedes del notaio, al Porsche di quel finocchio del direttore di banca, al Duetto del fidanzato della signorina Lanzi, e a tutte le altre automobili che facevano la nanna nei loro box privati e riscaldati. Perfino il figlio del macellaio, quel balordo, aveva un Jaguarino nuovo di pacca, nel garage annesso al negozio di papà. Adesso anche la sua stava al sicuro, ma a caro prezzo e di questa faccenda aveva preferito tenere ancora all’oscuro sua moglie.

Ornella li aveva sentiti discutere anche nel lettone. Non riusciva a prendere sonno, anche per quel chiodo fisso che aveva in testa, e la paura di sapere a chi attribuire tutto quel casino.

Le sarebbe bastato guardarlo negli occhi per avere la conferma dei suoi dubbi. Forse le sue erano soltanto paure, forse Andrea non c’entrava nulla in tutta quella storia. Era possibile che lui volesse solo spaventarla… No, più ci pensava e più si convinceva che non poteva essere lui il colpevole.

Le sette erano passate da quasi un quarto d’ora e adesso doveva far presto se voleva incontrare Andrea prima del suono della campanella. Le restavano soltanto dieci minuti per lavarsi e vestirsi, ma se si dava una mossa poteva farcela. Si precipitò in bagno e quando uscì trovò sua madre che l’aspettava: in una mano la scodella del caffelatte e sulla faccia un sorriso conciliante che la diceva lunga sulle sue intenzioni.

«Bevi almeno questo, è caldo, non puoi uscire così a stomaco vuoto.»

Bevve il latte senza discutere e se la cavò con un bacio in fronte. Con lei almeno non aveva bisogno di parlare, non era costretta a fingere. Anche la sera prima Cecilia non aveva fatto storie.

«Mamma, fammi un paio di toast al formaggio», le aveva detto, «scusami con papà se non vengo a cena, ma ho un sacco di cose da studiare e domani c’è il compito di latino.»

Cecilia era stata di parola e l’aveva lasciata in pace tutta la sera, ma che avrebbe detto se avesse saputo di quella storia con Andrea? Il suo compagno di classe, il somaro in matematica che ogni tanto telefonava a casa con la scusa dei compiti.

Il tram era sempre affollato a quell’ora, tuttavia Ornella non poteva permettersi di perdere quella corsa. Con il pacco di libri ben saldo sul grembo, si lasciò trascinare dalla folla che la sospinse dentro la vettura, poco prima che la porta a ventaglio si chiudesse alle sue spalle. Non aveva molta strada da fare, soltanto tre fermate per arrivare all’incrocio di viale Romagna, e se non voleva restare imbottigliata, doveva in qualche modo farsi largo tra la gente. A nulla serviva chiedere permesso, non restava altro che spingere e sfruttare la sua agilità per infilarsi in ogni pertugio. C’erano dei vantaggi ad essere bassette; alle maniglie appese lei non arrivava, ma sui tram affollati, perlomeno, non rischiava mai di cadere.

Quando scese davanti all’edicola, l’orologio al semaforo segnava le sette e trentacinque minuti. Ne restavano ancora dieci scarsi, poi avrebbe dovuto fare tutta la strada di corsa per non arrivare tardi a scuola. Si fermò sotto il platano davanti al portone e aspettò con ansia che questo si aprisse.

Andrea sarebbe uscito di casa a momenti, di solito era sempre in ritardo, però quella mattina non avevano un appuntamento e con lui non si poteva mai essere mai certi di nulla. Poteva essere ancora nel letto, oppure davanti a qualche fabbrica a distribuire volantini. In quel caso sarebbe stata costretta ad avvicinarlo in corridoio durante l’intervallo, anche se avrebbe preferito non arrivare a tanto. Per la maggior parte degli studenti, Andrea Cucchi era un elemento da evitare, uno di quelli neri, uno di destra e parlare con lui in pubblico, voleva dire compromettersi per sempre.

«Ti fanno a pezzi!» le diceva sempre Andrea. «Se vengono a sapere che te la fai con un mezzo fascista.»

Una donna di mezza età con la borsa della spesa fu la prima ad uscire dal portoncino di vetro e alluminio, poi fu la volta di un commenda con la borsa di cuoio marrone e subito dopo un bambino con la cartella a tracolla. Dopo un paio di minuti si affacciò anche il portiere con la scopa in mano, ma di Andrea nessuna traccia.

A quel punto decise a malincuore di avviarsi verso l’istituto. Due isolati quasi di corsa, una veloce occhiata all’orologio e al semaforo di via Bologna, avvertì una presenza alle spalle. Era Savelli: un compagno di quelli tosti dell’ultimo anno che, dall’alto del suo metro e ottanta, la guardava con la solita faccia schifata.

«Quanta fretta, perché corri tanto?» La cicca all’angolo della bocca, una copia del Manifesto sotto il braccio, si guardava in giro con occhi sonnacchiosi, e l’aria di chi ha ben altro da fare che perdere tempo con una ragazzina. «Non lo sai che stamattina si sciopera? Prima c’è l’assemblea. Bisogna rispondere all’aggressione fascista… Perché mi guardi con quella faccia? I compagni e i fascisti, ieri pomeriggio, se le sono date di santa ragione. Un paio sono finiti anche all’ospedale… Ciccina. Ma tu dove vivi?, non sai proprio niente? È intervenuta anche la polizia e sono volate manganellate… Tutta colpa di quei quattro fascisti del cazzo! 

 

V

Martedì alla stessa ora, nello studio del dottore.

 

Nel frattempo Gallo, in un altro quartiere, ma a poche fermate del tram, riceveva nello studio il primo paziente della giornata. Lucia, stranamente più silenziosa e meno effervescente del solito, aveva aperto senza entusiasmo la porta alla signora Miragoli: donna dalla salute di ferro e madre premurosa di un giovane studente lavoratore che, nonostante la notevole stazza fisica, stentava a conciliare la fatica del lavoro in fabbrica e l’impegno per lo studio.

«Dottore, siamo alle solite!» esordì la sciura piagnucolando. «Quel ragazzo non mi sta bene di stomaco. A pranzo mangia alla mensa in fabbrica, ma la cena me la salta. Arriva a casa che è quasi mezzanotte, manda giù un boccone col nervoso, poi va a letto con quel poco sullo stomaco e non mi digerisce. La mattina poi, non ce la fa ad andare al lavoro… Poverino, l’è minga culpa sua, se è ridotto uno straccio.»

«Poverino sì!» disse Gallo, che non aveva bisogno di sentire altro per conoscere la situazione. «Lo credo bene», aggiunse con fermezza, «il lavoro di giorno e la scuola di sera, i pasti fuori orario e lo stress, non sono una passeggiata, me ne rendo conto, ma… che mestiere fa? Ah sì adesso ricordo, il tornitore alla Brown Boveri? Però non posso tenerlo a casa dal lavoro per un semplice mal di stomaco.»

«Ha ragione dottore, ma ormai è all’ultimo anno. Quest’anno si diploma, e in ditta gli hanno promesso una promozione. Come si fa a rinunciare al lavoro… è un posto sicuro. E la scuola? Il diploma? Dopo tutti questi sacrifici.»

«Perché non è venuto lui stamattina, magari gli davo un’occhiata… ma così che posso fare?»

«Lui sarebbe anche venuto, sono stata io che non ho avuto il coraggio di svegliarlo. Ho fatto male, dottore?»

«Un giorno!» tagliò corto Gallo, senza farsi intenerire dall’espressione afflitta della donna. «Di più non posso.»

«E se domani sta ancora male?»

«Lo porti qui da me, o vada al pronto soccorso.»

Quella storia andava avanti da troppo tempo e Gallo, anche se a malincuore, non era più disposto a chiudere un occhio. Il figlio della Miragoli poi, non si faceva quasi mai vedere. Di solito preferiva mandare la mamma con qualche scusa. Era brava la Miragoli, ci sapeva fare e riusciva sempre a strappargli qualche giornata di riposo per il figlio.

Poi fu la volta di un operaio della Borletti, un mingherlino di mezz’età che dormiva troppo poco e aveva sempre la schiena a pezzi. «Colpa della pressa! Otto ore, più gli straordinari, sempre nella stessa posizione. Ce l’ho detto al mio capo di cambiarmi posto, meglio scopare il reparto che fare questa vita.»

La signora Masiero invece ingrassava anche con l’aria per via della tiroide, una brutta bestia che le gonfiava il gozzo.  Peccato! ancora una bella donna nonostante tutto, e dopo le emorroidi del ragionier Rossi, che si era deciso a farle operare e voleva la carta per il ricovero, finalmente, intorno alle undici, arrivò la telefonata di Caputo.

«Ciao Gallo, ti vanno gli gnocchi al gorgonzola?»

«Perché, mica è giovedì oggi?»

«Ma piantala, ormai gli gnocchi si mangiano tutti i giorni. Passo a prenderti alla solita ora. Non farmi aspettare, altrimenti ti faccio pagare il conto.»

Caputo invece arrivò con la vettura dell’agenzia immobiliare per cui lavorava, in ritardo di quasi dieci minuti e trovò Gallo sul marciapiede che lo aspettava, già con il muso lungo.

«Ma non fare quella faccia lì. Non vedi che traffico stamattina?! Sai che ho rischiato di non venire? Eh… sì, una telefonata all’ultimo minuto. Un cliente maledetto che voleva disdire il contratto. Rob de matt. Dice che l’appartamento non lo vuole più. Come se si potesse fare. Ma io ce l’ho detto chiaro e tondo: “Perde la caparra”. Sissignore, cinque milioncini e passa il dolore. Ué dutur, ma te non dici niente, sarai mica arrabbiato ancora per la faccenda delle gomme? Ma sei andato alla polizia a fare la denuncia?

«No!»

«E perché?»

«Perché… Non lo so, ci devo ancora pensare.»

«Ma cosa c’è da pensare? Se hai tempo, dopo pranzo, ti accompagno io al commissariato di zona. Lambrate è qui vicino, che ci vuole.»

«Non è per questo, il fatto è che…»

E adesso come lo diceva a Caputo, che il motivo della mancata denuncia era un altro? Il tempo lo avrebbe trovato, ma prima di fare quel passo, doveva rifletterci ancora. Per la verità, anche se non sarebbe stato facile per lui ammetterlo, non aspettava altro che l’occasione buona per confidarsi con l’amico, e forse quello era il momento giusto.

«C’è una cosa che non ti ho mai detto.» fece cenno a Caputo di partire, poi aggiunse: «Se stai zitto… forse… dopo gli gnocchi ne parliamo, ma adesso muoviti, che ho una fame boia.»

Caputo svoltò a destra dopo il semaforo senza mettere la freccia, mandò al paese il pistola che gli suonava il clacson e, dopo aver gettato la cicca dal deflettore, con la faccia da carbonaro che assumeva in quei frangenti, disse l’unica cosa che Gallo non voleva sentire: «El savevi mi! Che sotto c’era qualcosa!»

Il ristorante non era proprio a due passi come aveva promesso l'amico. Per la verità il localino non era nemmeno un vero ristorante, assomigliava a una trattoria ma non lo era, infatti, era una latteria.

«Ma si mangia qui?» domandò Gallo, che non si voleva nemmeno sedere in quel posto così squallido. «Che hanno nel menù del giorno: caffelatte con la rosetta, una fetta di stracchino e per dessert, uno yogurt integrale con un po’ di zucchero?»

«Stai buono… Fidati» gli suggerì Caputo.

La situazione peggiorò ancora, quando al tavolo si avvicinò con passo risoluto, una mora triste in volto, ma con un petto così prorompente da mettere in soggezione anche un volpino come il geometra. Il sospetto che quel paio di tette fosse il vero obbiettivo dell’amico, turbò il dottore fino a quando, dalla tenda che occultava la cucina sul retro, apparvero miracolosamente due piatti fumanti di gnocchi, immersi in una cremina verdognola tendente all’azzurrino.

«Che ti dicevo?» azzardò Caputo, in attesa della sentenza.

«Ottimi, veramente buoni, ma…»

«Ma che cosa… Cosa c’è che non va?»

«Niente, mi domandavo soltanto, se siamo qui per gli gnocchi, oppure per la… gnocca!»

«Zitto e mangia! Ma sei pazzo? Non lo vedi quel bestione che sta sulla porta del retro? È il marito. Potrebbe uccidermi con un pugno e già mi guarda male.»

Dopo il caffè, senza il solito grappino, ché il locale non aveva nemmeno la licenza per i superalcolici, Gallo propose di fare un salto al Bar Motta.

«Ci beviamo qualcosa, e parliamo della faccenda»

«Di cosa si tratta?» domandò Caputo, che già smaniava e dava segni di impazienza. «Quanti misteri, mi stai preoccupando.»

«Non è semplice da spiegare, ma ho il sospetto che qualcuno, di notte, si introduca nella mia automobile. Non è una certezza, è poco più di un presentimento, però... è una sensazione spiacevole… come se qualcuno mi frugasse nelle tasche.»

«Hanno tentato di rubarti la macchina? Ti manca qualcosa, ti hanno fregato la radio?»

«No, non credo; non si vedono segni di scasso e non manca mai nulla, ma nell’abitacolo si sente uno strano odore.»

«Ma chi sei, un segugio? Tutte le automobili hanno un diverso odore la mattina, sentissi la mia… Dipende dalla temperatura esterna e da come reagiscono i materiali gommosi dell’interno. Senza contare che il motore raffreddandosi, rilascia fumi e puzzette varie. Dovresti lasciare il finestrino leggermente aperto.»

«No, no… non è puzza di chiuso, è un altro genere di odore. Direi piuttosto che è un profumo, o un deodorante, forse brillantina o una lozione dopo barba; insomma qualcosa del genere. Anzi, potrei dire quasi con certezza di averlo già sentito addosso a un mio paziente.»

«E pensi che sia stato lui?»

«Non dire sciocchezze! Tuttavia di una cosa sono sicuro: è un profumo di colonia.»

«Ah…be’, allora…»

«Lo so, non è un grande indizio», osservò Gallo, alzandosi dal tavolo, «ma la cosa esclude mia moglie e mia figlia: le uniche due persone che, fino a prova contraria, sono salite a bordo dell’automobile.»

«E io? Non dimenticare che anch’io ho avuto l’onore di salire.»

«Sì è vero, ma la tua puzza la conosco sin troppo bene.»

Gallo non rinunciava mai alla battuta, ma quella volta era serio, e alludeva soltanto al numero impressionante di sigarette che il ragioniere fumava nell’arco della giornata. Del resto il geometra era abituato al sarcasmo, talvolta pesante dell’amico, ma sentendosi in colpa, a malincuore spense la cicca nel portacenere. Per consolazione, spostò d’incanto tutta la sua attenzione sulla moglie del lattaio.

«Come latteria, non c’è male!» disse Gallo, a bordo della Lancia.

«Sì, non è male… e poi, quanto abbiamo speso?, una vera miseria.»

«Non dicevo del locale, e nemmeno del conto, mi riferivo alla lattaia.»

«Menomale!» esclamò Caputo, sbigottito e sorpreso per la battutaccia del dottore. «Vedo che non hai perso il buonumore.»

Gallo invece non era affatto allegro, ma dopo la confidenza fatta all’amico si sentiva meglio. Certo non gli aveva ancora detto tutto. Aveva taciuto sul biglietto del tram trovato sotto il tappetino, e di un capello lungo e nero rinvenuto sul sedile posteriore. Là, dove sedeva sempre Ornella, ma sua figlia portava i capelli corti ed era quasi bionda e…

«Uè dutur.» disse in quell’istante Caputo, fermo al semaforo di Piazza Argentina. «Le chiavi della macchina, quando sei a casa, dove le lasci di solito?»

«Sul tavolino all’entrata, perché mi fai questa domanda?»

«E quelle di scorta?»

«Ah… Quelle? Dovrebbero stare nel cassetto del mio studio. Ma non sono sicuro, finora non ho mai avuto bisogno di usarle. Questa sera controllo anche se, ancora non capisco dove vuoi arrivare. 

 

 

VI

Una notte in carcere

 

Poco prima di mezzogiorno, Andrea usciva dalla questura con gli occhi pesti, qualche livido sul corpo e una macchia, meno dolorosa ma ben più grave, sulla fedina penale. Scortato dal suo avvocato e dal povero signor Cucchi, che dei tre sembrava il più malconcio, il giovanotto si reggeva a malapena sulle gambe e aveva l’espressione stordita di uno appena sceso dalle montagne russe o dal calcinculo. Il giudice preliminare, per sua fortuna e in virtù della giovane età dello studente, aveva convertito l’accusa da resistenza a pubblico ufficiale, in partecipazione a manifestazione non autorizzata, e non aveva confermato l’arresto.

«La cosa però, purtroppo, non finisce qui!» gli rammentò l’avvocato prima di affidarlo alle cure del padre che, lontano dalla questura, si era ringalluzzito e lanciava pesanti anatemi contro il figlio, la società e il mondo intero.

«Ti è andata bene che sei ancora minorenne, ma… Adèss te sistemi mi!» ripeteva al volante della Cinquecento, mentre Andrea guardava il traffico sui bastioni di Porta Venezia senza battere ciglio.

«Che vergogna… dopo cinque anni di guerra, di cui tre passati in prigionia, tanti sacrifici per farti studiare… e tu cosa fai? Ti fai arrestare. Ma dico io, che ne sapete voi della politica, del fascismo? Rispondi, che ne sai te di Mussolini, delle camice nere e di tutto il resto?»

«Ne so abbastanza, papà… Ma come te lo devo ripetere che non sono fascista.» rispose Andrea con un filo di voce, cercando di non perdere la pazienza.

«Allora cosa sei, perché stavi in mezzo a quelli là?»

«Se non sei un compagno, allora sei per forza un fascista di merda! Non hai scelta. È un po’ come ai tuoi tempi, quando avevate tutti la tessera del fascio, altrimenti erano manganellate. Adesso però... Sono tutti di sinistra e, se apri bocca… sono cazzi. Non che gli altri siano migliori, anzi… Ma nel nostro istituto non c’è nessuna camicia nera, nessun terrorista di destra…».

«La polizia non la pensa così. Perché tutte quelle domande su “Ordine Nuovo” e…Mi hanno fatto un sacco domande sui tuoi amici. Volevano sapere cosa fai quando esci, dove vai… Hanno perquisito la casa da cima a fondo. Tua madre è sconvolta, non ti dico la faccia dei vicini di casa. Che figura di merda».

«E che hanno trovato?»

«Hanno portato via un paio di libri, non chiedermi quali».

«Teste di cazzo… Non fa niente, ho capito! Adesso portami a casa e stai un po’ zitto, per favore. Devo dormire. Lo capisci che voglio solo andare a letto, lo capisci che ho bisogno di chiudere gli occhi?». 

 

 

VII

Il dottor Gallo ancora a piedi.

 

Una pioggia sottile e insistente aveva sciolto la neve sui tetti, sui marciapiedi, nei cortili e trasformato le strade in enormi acquitrini, dove il traffico sembrava essersi impantanato irrimediabilmente. Gallo, prima di uscire di casa, meditò di prendere il tram, poi, si rassegnò all’idea di farsela a piedi fino allo studio sotto l’ombrello. Cosa che odiava quasi quanto prendere i mezzi pubblici nei giorni di pioggia. La puzza di cane bagnato gli ricordava l’odore delle caserme, l’olezzo di coperte stantie e di pagliericci ammuffiti.   Per dimostrare alla moglie e un po’ anche a sé stesso che poteva fare benissimo a meno dell’automobile, era uscito di casa alla solita ora, pertanto, per arrivare puntuale sapeva di dover rinunciare alla consueta colazione al bar. Decisione sofferta ma inevitabile, se voleva evitare ulteriori discussioni con la moglie.

Infatti a Cecilia, la soluzione del garage, e la decisione del marito di usare la macchina solo il sabato e la domenica, non andava proprio a genio. Pensava fosse una precauzione eccessiva ma, dal momento che il colpevole non era saltato fuori, si limitava a brontolare di tanto in tanto. Dal canto suo, Gallo, sosteneva che con l’auto in cortile non sarebbe riuscito a prendere sonno. La cosa era ancora troppo fresca e poi, Cecilia, non sapeva nulla della faccenda del capello ritrovato sul sedile posteriore, del profumo di colonia e del biglietto del tram, e soprattutto ignorava che le chiavi di scorta dell’automobile erano scomparse dal cassetto. Le aveva cercate di nascosto anche nei posti più impensabili, ma niente, quelle chiavi sembravano volatilizzate.

«Se le chiavi sono ancora in casa», aveva detto Caputo, l’ultima volta che si erano incontrati al bar, «soltanto tua moglie può ritrovarle: le donne sono molto più brave di noi in queste cose. A meno che…»

Gallo stava valutando tutte le ipotesi, ma allo stesso tempo indugiava e non voleva spingersi troppo in là con la fantasia, come se temesse di dover scoprire qualcosa di molto spiacevole. Del resto, se le chiavi erano scomparse, la colpa era soltanto sua. Cosa potevano mai farsene sua moglie o sua figlia delle chiavi?, dal momento che nessuna delle due aveva la patente: la prima perché aveva deciso che guidare era troppo pericoloso, e la seconda perché ancora troppo giovane per queste cose.

Caputo nel frattempo, vulcanico come sempre, gli aveva proposto un paio di soluzioni che lui stava valutando seriamente. La più stuzzicante delle due era quella di acquistare una vetturetta di seconda mano, qualcosa di economico e di adatto alla città. La cinquecento gli pareva troppo piccola per la sua stazza, ma una Mini Minor sembrava più adatta. Veloce, scattante e soprattutto facile da parcheggiare.

 

Il sorriso di Lucia lo accolse sulla porta dello studio in perfetto orario, ma in bocca aveva ancora il sapore del caffè della moglie, una ciofeca tristemente famosa anche oltre i confini domestici, e lo stomaco avvilito per la rinuncia alla bella e soffice veneziana.

«Dottore buongiorno… è venuto a piedi anche stamattina? Ha fatto bene, con questo traffico.»

«Sì, me la sono fatta a piedi, ma tu come lo sai?»

«L’ombrello, dottore, quando viene in automobile non lo porta mai, non è vero?»

«Ah già, l’ombrello.» rispose Gallo, con un sospiro di sollievo. Per un momento aveva temuto che la notizia del fattaccio fosse già arrivata anche lì. Prima o poi lei l’avrebbe saputo. Non aveva dubbi in proposito: niente sfuggiva alle antenne della sua assistente. Del resto la finta infermiera, con un passato recente dietro la cassa dell’Onestà, passava l’intera giornata a spettegolare con i clienti dello studio, tutta gente che abitava nella stessa zona e tra questi, anche in una città che diventava ogni giorno più grande e caotica, non mancavano mai i bene informati e le lingue lunghe. L’intraprendenza e lo zelo di Lucia erano fuori discussione, anche se il suo temperamento esuberante la portava talvolta ad impicciarsi un po’ troppo dei fatti altrui. Senza contare che non di rado si sostituiva volentieri al dottore, dispensando consigli ai pazienti e indicando antichi rimedi che aveva imparato dalla nonna in quel di Agrigento.

«Cosa ci sto a fare io qui?» sbottava il medico, costretto a richiamare l’assistente ad una maggiore professionalità, ma mai seriamente preoccupato per la particolare predisposizione alla medicina popolare della simpatica ed estroversa siciliana.

Lucia sgranava gli occhioni nivuri, e invariabilmente rispondeva: «Be’, che ci rissi di male a quel povero cristiano che ave sempre mal di pancia? Lei ci ha fatto fare le lastre, ma è sicuro che si vedono i vermi così? Mia nonna invece, come ti guardava negli occhi, già sapeva che li tenevi. Poi prendeva un bicchiere d’acqua di fonte, ci tagliava dentro del filo da cucire e te li faceva bere.»

«E funzionava sempre, vero?»

«Sempre!» rispondeva Lucia. «Però bisogna recitare la preghiera giusta. Purtroppo io, dopo tanti anni, me la sono dimenticata e perciò… non è che posso garantire il risultato, ma di sicuro male non fa.»

Pressappoco quello era il senso della risposta che il dottore invariabilmente riceveva, e a lui non dispiaceva ascoltare la Lucia, mentre raccontava le storie della sua infanzia.

 

«Due Ramazzotti?»

«Due.» rispose Gallo al barman sollevando la manona.

Il bar a quell’ora era sempre affollato, ma un tavolino libero, con un po’ di pazienza, si riusciva sempre a trovarlo. La gente infatti si fermava poco dentro il locale: entrava, consumava e usciva in fretta. A Gallo piaceva nascondersi in mezzo alla confusione, si sentiva protetto dall’indifferenza della folla. Poteva parlare senza timore di essere ascoltato, e la sua unica preoccupazione era quella di passare inosservato. Cosa che non sempre gli riusciva bene, soprattutto quando si accoppiava con il geometra, al quale era praticamente impossibile fare due passi, senza salutare qualcuno.

«Allora, cosa intendi fare?» domandò Caputo.

«A proposito di che?» rispose Gallo, deciso a prendere tempo. Sapeva molto bene a cosa alludesse l’amico, ma si divertiva a tenerlo sulle spine. Adesso sapeva cosa fare. La decisione era maturata nell’arco della mattina, in quei pochi attimi in cui aveva potuto pensare ai fatti propri. Erano state ore intense, e il pomeriggio prometteva di non essere migliore. L’influenza che in quei giorni di freddo intenso, aveva raggiunto il picco massimo, sembrava aver messo a letto molti dei suoi pazienti, soprattutto i più piccoli e gli anziani. Forse sarebbe arrivato a casa molto tardi, ma era ben deciso a parlare di tutta la faccenda con sua moglie. C’era da decidere su molte cose e non poteva fare tutto da solo. Caputo proponeva l’acquisto di un garage a pochi passi da casa. “Un vero affare”, secondo il geometra che del settore era un vero esperto. Un investimento sicuro, un immobile che si rivalutava nel tempo.

«Perché tenere l’auto in garage che ti costa un occhio, quando con quella cifra puoi restituire i soldi del capitale alla banca?» La proposta sembrava ragionevole, anche se la cifra da sborsare inizialmente era considerevole. Anche l’acquisto della seconda macchina si poteva affrontare senza grandi sacrifici. Bastava rinunciare alla settimana bianca di Pasqua. Lui e sua moglie sarebbero andati dai suoceri a Bobbio. Ornella si sarebbe rassegnata, oppure… oh be’, un’altra soluzione si sarebbe trovata.

Il regalo di nozze! Per esempio, anche quella spesa andava rivista. Perché spendere tanti soldi per un nipote che non vedeva mai? La scelta era stata di Cecilia, non aveva nemmeno ben capito di cosa si trattasse, forse qualcosa in argento ma, perbacco, se ne poteva riparlare.

«A proposito della partita» disse Caputo a sorpresa. «Ci vieni domenica a vedere il Milan, oppure vado da solo?»

«Contro chi gioca?»

«C’è la Juventus.»

«Ma sei pazzo?! Ne prendiamo tre, come minimo. No grazie, vai pure da solo».

 

 

VIII

Andrea, Ornella, la Susi e le chiavi di scorta.

 

Cecilia capì che Ornella stava uscendo di casa dai guaiti e dai salti di gioia di Susi, la piccola barboncina di casa. Istintivamente alzò gli occhi sull’orologio appeso alla parete della cucina, registrò mentalmente l’ora e continuò a stirare una camicia da uomo azzurra, grande almeno quanto una tovaglia.

«Va bene», rispose Cecilia, «copriti bene che fuori fa un freddo ca…».

Si rifiutò di concludere la frase, quel cane non sopportava affatto il freddo, anzi, qualche volta dubitava che sotto quei riccioli soffici e candidi, si celasse un animale degno di questo nome. Lei era cresciuta in cascina e i cani, che ci fosse il sole o la neve, stavano giorno e notte legati alla catena. Talvolta, quando il gelo pendeva dalle grondaie e nei fossi si poteva camminare, suo padre li metteva in stalla insieme alle mucche, e dormire sulla paglia al calduccio, anche per un cane era considerato un vero lusso. Non per nulla i cani viziati dei signori venivano chiamati in senso dispregiativo: cani da pagliaio per distinguerli da quelli da caccia e da guardia.

«Non stare fuori troppo tempo.» gridò, mentre la porta si chiudeva.

Ornella uscì dal portone che aveva appena smesso di piovere. Alle tre del pomeriggio il cielo grigio e gonfio sfiorava i tetti e non prometteva niente di buono. Del resto, alla fine di febbraio, nessuno si meravigliava che facesse tanto freddo. Anche Ornella sembrava avere altro per la testa e, mentre il cane cercava il ciuffo d’erba migliore per i suoi bisognini, lei non perdeva d’occhio il tram che si stava avvicinando. Vide la testa di Andrea sbucare sopra le altre, ancora prima che questi rallentasse per la fermata. Chiamò il cane, gli asciugò le zampette con un fazzoletto di carta e se lo infilò sotto il montgomery. Anche Susi guaì all’arrivo di Andrea. Lo aveva riconosciuto e smaniava per farsi accarezzare. Lui allungò la mano, prima sulla guancia di Ornella e poi la fece scendere fino a toccare la testa del cane che faceva capolino tra i bottoni del cappotto.

«Andiamo al bar, non la vuoi una cioccolata calda?»

«Non posso stare fuori molto. Ho detto a mia madre che portavo fuori il cane.»

«Le dirai che hai incontrato un’amica, è così grave?»

«No.» rispose Ornella, avviandosi verso il Caffè Bellini, l’unico bar della zona frequentato da giovani. Quattro ragazzini giocavano accanitamente una partita al calcio balilla, mentre altri due clienti più grandi, in piedi e davanti al bancone discutevano col barista di calcio. Un secondo gruppetto, quasi tutti con i capelli lunghi e la sigaretta tra le mani, intorno al jukebox ascoltavano una canzone dell’Equipe84.»

«La senti?» disse Ornella, sedendosi nell’unico angolo libero del locale «È quella del festival di Sanremo, l’hai visto anche tu?»

«No, non ho visto il Festival, ma in giro non si sente altro che la canzone di Gesù Bambino, impossibile ignorarla.»

«Quattro marzo e qualcosa» lo corresse lei, e subito di seguito: «Le hai portate?»

«Eccole.» Andrea appoggiò sul tavolino due chiavi unite da un anello di acciaio, che Ornella fece sparire in fretta nella tasca senza dire nulla.

«Adesso che fai?»

«Che vuoi che faccia, le rimetto nel cassetto, anche se ho paura che sia troppo tardi.»

«Pensi si sia accorto? Che motivo avrebbe avuto tuo padre di cercare le chiavi di scorta della macchina.»

«Non so, ma da un paio di giorni non mi guarda in faccia e non mi rivolge la parola.»

«Sarà ancora arrabbiato per le ruote.»

«Non solo, adesso non vuole più lasciare la macchina in cortile. Non si fida, ha paura, e il pensiero che qualcuno ce l’abbia con lui, lo fa stare male.»

«Lo posso capire, al suo posto sarei anch’io molto incazzato.»

«Ha trovato un garage qui vicino, però è costretto ad andare a piedi. Lui si rifiuta di prendere il tram. Se sono affollati poi, non ne parliamo proprio.»

«Perché?»

«Lo vuoi proprio sapere?» Per la prima volta gli occhi di Ornella si illuminarono e sul viso pallido apparve la piega di un sorriso.

«No, non me lo dire, ma resta così. È tanto tempo che non ti vedevo sorridere.»

Ornella abbassò gli occhi e si sentì arrossire. Aveva voglia di abbracciarlo e di mettersi a piangere sulla sua spalla, invece si fece forza e disse:

«Lo so che non sei stato tu, e non ti devi preoccupare per me. Anche se scoprono che ti facevo salire sulla macchina di papà, cosa mi possono fare? Ma tu piuttosto, con tutti i casini che hai, con la polizia che… Oh be’, se salta fuori la faccenda, daranno di sicuro la colpa a te.»

«È proprio quello che vogliono.» disse Andrea, accarezzando la testa di Susi che spuntava dal cappotto di Ornella.

«Che vuoi dire?»

«Non so chi ha tagliato le gomme della macchina, ma qualche testa di cazzo potrebbe approfittarne per dare la colpa a me.»

Ornella annuì, era proprio ciò che temeva.

«La cosa migliore sarebbe confessare tutto a mio padre, prima che…»

«Sì, forse faresti meglio, almeno tu ti toglieresti dai guai. Anzi, sarà bene che non ci si veda per un po’ di tempo. Non fosse stato per le chiavi, non sarei venuto nemmeno oggi.»

«Che cavolo dici…» il cuore di Ornella si fermò per un secondo, nemmeno le lacrime trovarono la forza di salire agli occhi. Appoggiò la tazza ancora fumante sul piattino e si rassegnò ad ascoltare le ultime parole di Andrea.

«Dico che è meglio se non ci vediamo per un po’.  Adesso mi tengono d’occhio, e non voglio che tu ci vada di mezzo. Non mi chiamare più, anche il mio telefono potrebbe essere sotto controllo.»

Le parole si accavallarono nella mente di Ornella, ma dalla bocca non uscì che un timido:

«Come vuoi tu, ma adesso che intendi fare?»

«Devo cambiare aria. Se resto qui va a finire male.»

«E la scuola? Quest’anno hai gli esami».

«Posso darli come privatista, oppure…»

Andrea invece non aggiunse altro, forse si aspettava una reazione diversa da parte di Ornella e, per qualche istante, si sentì assalire dalla delusione.

Uscirono insieme, e qualcuno dal jukebox, mentre Claudia Mori cantava "non succederà più che torni alle tre…" alzò lo sguardo verso la porta a vetro. Aspettò che la coppia attraversasse la strada, poi si avvicinò al telefono alla parete, staccò la cornetta e introdusse un gettone.

 

Quando Cecilia sentì il rumore della chiave nella toppa, alzò ancora gli occhi all’orologio: erano passati tre quarti d’ora e di camicie ne aveva già stirate tre, quella era l’ultima e per qualche giorno, avrebbe lasciato il resto della biancheria alla brava Luciana, che se la cavava altrettanto bene con il ferro da stiro tra le mani, ma si rifiutava di metterle sulle camicie del dottore:

«Se stiro quelle camicie», diceva convinta, «non mi resta il tempo di fare altro. «E poi» aggiungeva, con un pizzico di malizia «nessuno le sa stirare meglio di lei.»

 

Susi arrivò in cucina tutta festosa e per niente infreddolita, era tanto tempo che non vedeva la sua padrona e voleva due coccole. Al contrario di sua figlia, che diventava giorno dopo giorno sempre più scontrosa e anche adesso era entrata in casa senza salutare.

Si affacciò in anticamera e, attraverso lo specchiera del porta abiti, la vide entrare nello studio e soffermarsi intorno alla scrivania.

«Ha telefonato Laura.» gridò, rientrando in cucina.

«Che voleva?» rispose Ornella pochi secondi dopo, già sulla soglia della sua cameretta.

«Non so», rispose Cecilia, «voleva parlare con te, perché non la richiami?»

«Faccio prima ad andare da lei, tanto era per questo che mi chiamava. Dobbiamo preparare il compito di matematica.»

Quando fu uscita, Cecilia entrò a sua volta nello studio, aprì il secondo cassetto della scrivania e vide quello che temeva: le chiavi di scorta dell’automobile erano di nuovo al loro posto. 

 

 

IX

4 marzo 1943 e Que sera, sera…

 

«Scandaloso?» ripeté Caputo, senza perdere di vista il cameriere.

«Pare di sì.» rispose Schininà, mostrando l’articolo sul giornale. «È scritto qua: la Rai subissata dalle proteste per la canzone di Lucio Dalla»

«Sa che le dico, caro Schininà: questo è un paese di bigotti, di baciapile e il vero scandalo è che, con tutte le belle canzoni in finale, abbia vinto… Come si chiama… Mi aiuti.»

«Il cuore è uno zingaro?»

«Ecco, proprio quella lì… Bella roba!»

«Sì, sì, d’accordo.» Schininà ripiegò il giornale, fece la solita smorfia di disappunto e aggiunse: «Però me lo lasci dire, nella storia di una ragazza madre, parlare di Gesù, mi sembra inopportuno.»

«Perché mai, non era forse anche Maria una ragazza madre?»

«Ecco, vede… È proprio per evitare questo genere di discussioni, che era meglio evitare il riferimento a Gesù bambino… Ma lei, geometra, mi ascolta?»

«L’ascolto, l’ascolto, ma non vede, è arrivato il dottore e mi sono alzato per farlo passare. Lui preferisce stare con le spalle al muro.»

«Di cosa stavate parlando?» domandò Gallo, dopo i convenevoli e mentre dava un’occhiata al menù del giorno.

«Si stava parlando del Festival di Sanremo.» aggiunse Schininà: «Immagino che tu non l’abbia visto.»

«Ma certo che l’ho visto. Con due donne in casa e con un solo televisore, che potevo guardare mai? Ma non chiedetemi un parere sulle canzoni. Quando le senti per la prima volta in televisione, sembrano tutte uguali. Però, stamattina alla radio, ne ho sentita una niente male. Mia moglie già la canticchiava: “che sarà, sarà quel che sarà…” mi pare dicesse proprio così.»

Schininà ripiegò il giornale, prese una rosetta dal cestino del pane e la spezzò: «Non mi sembra nuova questa canzone.» disse. «L’ho già sentita da qualche parte»

«Forse ti riferisci a quella di Doris Day.» precisò Gallo, con evidente rassegnazione. «È la colonna sonora del film di Hitchcock: L’uomo che sapeva troppo. Anche quella diceva: que sera, sera… Ma è tutta un’altra cosa.»

«La conosco anch’io» intervenne Caputo. «Ma non sapevo che fossi così informato sulla musica leggera.»

«Non lo sono infatti. Mi piacciono i film di Hitchcock. Tutto qua.»

Schininà invece non era molto convinto.

«A me sembrano troppo simili.» ribadì. «In questo caso si tratta di plagio, mi meraviglio che non se ne sia accorto nessuno.»

A quel punto Gallo prese in mano la situazione, portando abilmente la discussione sul tempo, poi si prese una pausa per ordinare le pietanze, e infine deviò strategicamente sul tema principe del lunedì: il calcio, argomento che metteva definitivamente fuori campo Schininà.

«Pareggio ingiusto!» disse Caputo, che aveva notizie fresche e dirette da San Siro «Con un po’ di fortuna si poteva battere la Juventus – Uno a uno – autorete di Anquilletti nel primo tempo e gol di Pierino Prati nel secondo. Insomma, i gol li abbiamo fatti tutti e due noi, te capì?!»

«Si poteva anche perdere.» replicò Gallo, che allo stadio non c’era stato, ma non aveva perso il servizio della Domenica Sportiva.

La discussione proseguì sullo stesso binario per altri tre minuti esatti, il tempo impiegato da Schininà per divorare la fettina impanata con insalatina mista di contorno, alzarsi dal tavolo, pagare il conto e uscire dalla trattoria.

«Allora che mi racconti?» domandò Caputo, impaziente. «Hai parlato con tua moglie?»

«Abbiamo parlato, certo che sì, ma a proposito di che?» Rispose Gallo, che non aveva nessuna intenzione di vuotare il sacco prima del caffè, e si teneva il meglio per il grappino.»

«Mia moglie ha trovato le chiavi.» disse, mentre Caputo sbucciava con cura un a pera golden.

«Che ti dicevo… Dove le avevi lasciate?»

«Dice di averle trovate in giro per casa tanto tempo fa, e di averle poi dimenticate nella tasca del grembiule.»

«Ah…» fece Caputo. «Le hai parlato del biglietto del tram, del capello trovato sul sedile e di tutto il resto?»

«Aveva una spiegazione per tutto. Non era affatto meravigliata, anzi… Pare che un numero imprecisato di amici, parenti e vicini di casa, siano finiti a turno nella nostra automobile. Sembra ci fosse la fila per entrare e constatare di persona quanto fosse bella, comoda, spaziosa e ben rifinita. E questo succedeva tutte le volte che lasciavo la macchina in cortile.»

«Ma va… E tu le credi?»

«No, ma fa lo stesso», rispose pacato il dottore. «È evidente che sta coprendo qualcuno.»

«Chi secondo te?»

«Mia figlia, naturalmente e… Il suo ragazzo.»

«Non sapevo che ne avesse uno.»

«Nemmeno io, fino a un po’ di tempo fa. Sai come vanno queste cose… Improvvisamente, da un giorno all’altro, ti accorgi che la bambina è cresciuta, che tua figlia entra ed esce di casa sempre più spesso, rincasa sempre più tardi e che incomincia a vestirsi in modo diverso. Insomma, cose di questo genere.»

Caputo allungò una mano per toccargli la spalla.

«Succede a tutti.» disse. Non ti preoccupare Gallo, non sei il solo.»

«Le aveva prese Ornella quelle chiavi», proseguì Gallo, quasi divertito e per niente preoccupato. «L’automobile era diventata il loro rifugio d’amore. Mica male come idea, lo devo ammettere. Lo sospettavo, ma adesso ne sono certo.»

«Senti, senti…» disse Caputo, anche lui col sorriso sulle labbra.

«Anche mia figlia ha il ragazzo, però è più grande e ha già la macchina. Sono fortunati adesso. Non come noi, che andavamo in camporella negli orti.»

Caputo si accese un’altra sigaretta e prima di parlare si fece di nuovo serio.

«E adesso, cosa intendi fare?»

«Assolutamente nulla. La conosco bene mia moglie: se Ornella ha fatto qualcosa di male, se per caso, lei e il suo fidanzatino, hanno a che fare con il taglio delle gomme, ebbene lei lo scoprirà di sicuro e allora saranno dolori per entrambi. Io ho fatto solo finta di credere a tutto quello che mi diceva, e lei non ha avuto il coraggio di fiatare, quando le ho detto che avevo intenzione di acquistare una seconda automobile. Le ho parlato anche del box ed è d’accordo. Pensa, è disposta persino a rinunciare alla settimana bianca e a risparmiare su altre cosucce.»

«Sei un grande Gallo, un colpo da maestro, ma…»

«Smettila con questi ma, altrimenti mi fai venire dei dubbi. Ho deciso di metterci una pietra sopra e di non pensare più al taglio delle gomme. Adesso devo preoccuparmi di mia figlia.»

«Non hai detto che ci pensa tua moglie?»

«Che centra, non vado in vacanza. Sono sempre suo padre, oppure no?»

«Hai ragione Gallo, hai proprio ragione, sei sempre il padre. Lo sei, eccome.»

 

 

X

Una telefonata anonima

 

“Misura l’altezza della mente dall’ombra che proietta” Rex Stout, nell’ennesimo giallo di Nero Wolfe, attribuiva il pensiero a Robert Browning. Gallo rammentava il teorema di Talete, e di come si potesse calcolare l’altezza di una piramide, misurando l’ombra che la stessa proietta. Inoltre si domandava se il Carneade anglosassone di turno, meritasse una citazione, dal momento che a lui, l’aforisma in questione, non sembrava particolarmente brillante. In quel momento squillò il telefono:

«Pronto.»

«Parlo con il dottor Gallo?» La voce era quella di un uomo, giovane, e il rumore di sottofondo: il traffico.

«Sì…», rispose: «Sono io, chi parla?»

«Se vuole sapere chi le ha fatto quel danno alla macchina…» una pausa di qualche secondo. «Lo chieda a sua figlia, lei lo sa chi è stato!»

«Pron…»

La comunicazione era stata interrotta. Gallo aveva ancora la cornetta in mano, quando Cecilia, distesa nel letto al suo fianco gli chiese, con la voce impastata di sonno, chi fosse al telefono a quell’ora.

«Nessuno» disse. «Hanno sbagliato numero, dormi.»

«E tu spegni quella luce… smettila di leggere.»

Gallo accettò il consiglio, ma prendere sonno non fu facile. Durante la notte si svegliò molte volte, con la sensazione spiacevole di aver sognato paurosi e catastrofici incidenti stradali, dai quali era uscito sempre miracolosamente illeso. Si tastava il corpo al buio per accertare eventuali ferite e gli pareva perfino di sentire distintamente l’odore di benzina. Quella che bruciava nel rogo in fondo a una scarpata era la sua automobile e l’uomo che la guardava impotente, ai margini della strada, era lui. Ma molto, molto più giovane di adesso. Nel dormiveglia sentì un’altra volta il telefono squillare, allungò il braccio sul comodino ma, prima di sganciare la cornetta, si accorse che il suono nella sua testa era quello delle sirene della polizia. Nel sogno infatti, era finalmente morto.

 

Quando uscì dal bagno domandò di Ornella. Cecilia gli rispose che era già uscita. «C’è lo sciopero dei mezzi pubblici, stamattina» disse. «La porta a scuola il papà di Laura con la sua macchina. Il signor Bortolotti lavora alla Bovisa, è di strada, ma parte presto la mattina.»

«Se l’avessi saputo…»

«Cosa avresti fatto?»

«Niente, niente hai ragione… Questa storia va risolta al più presto. Non possiamo stare senza automobile per…»

Cecilia lo guardò di traverso, mentre versava il caffè nella tazzina.

«Lo penso anch’io.» Disse abbassando il volume della radio: segno inequivocabile che si preparava a discutere. La situazione però non era ancora grave, se l’avesse spenta, allora sì che sarebbe stata una vera dichiarazione di guerra. In questo modo voleva dire: parla che ti ascolto. E lui non si fece pregare.

La informò della telefonata anonima e questa volta Cecilia accusò il colpo. Si fece scura in volto, passò una mano sui capelli e sospirò forte prima di parlare.

«Sentimi bene» disse. «Se mi prometti di stare calmo… ti spiego come stanno le cose.»

Gallo si agitò sulla sedia, ma senza aprire bocca.

«È inutile che lo chiedi a lei. Ornella non può sapere chi è stato a tagliare le gomme della nostra auto, perché quando è avvenuto il fatto, lei era in casa con noi. Se stai pensando invece al suo ragazzo, ebbene sappi che… Cecilia tentennò ancora qualche secondo, poi si fece coraggio: «Non può essere stato lui, perché quella sera stava in carcere!»

Il biscotto secco sfuggì dalle mani di Gallo, precipitando nella tazza sottostante. Con la cravatta irrimediabilmente sporca di caffelatte, gli occhi spalancati e il sangue che gli affluiva veloce al cervello, ma ancora incredulo, cercò una conferma prima di esplodere.

«In car - ce - re?» sillabò.

«Sì, ma soltanto per una notte.» si affrettò ad aggiungere Cecilia. «Non è mica un delinquente. Era stato fermato per… per scontri con la polizia, manifestazioni in strada, scioperi, insomma… Cose di questo genere. Non ci capisco niente io di politica. Comunque, Ornella dice che non è niente di grave e io non ho motivo di dubitare.»

«Ah…» fece Gallo, per nulla rinfrancato. «Non è un delinquente, soltanto una testa calda. Cos’è, un compagno, per caso? Va in giro con l’eschimo, ha la barba e i capelli lunghi? Oppure porta il baschetto come Che Guevara?»

«Non lo so come si veste.» rispose Cecilia, con molta pazienza. «L’importante è che non sia stato lui a fare quella mascalzonata.»

«Allora pensi che qualcuno voglia attribuirgli la colpa?»

«Esatto. Le stesse parole che ha detto Ornella. Si è fatto dei nemici a scuola, credo per le sue idee politiche, e vogliono fargliela pagare.»

«Tu pensi che la persona al telefono sia la stessa che ha tagliato le gomme della nostra macchina?»

«Qualcosa del genere.»

Gallo rifletté qualche secondo, e Cecilia ne approfittò per alzare il volume della radio. Il peggio era passato, a giudicare dalla faccia del marito, che rapidamente andava riprendendo un colorito normale.

«Allora posso fare la denuncia!» Si guardò desolato la cravatta e cercò di pulirla con un tovagliolo di carta.

«Lascia stare, è inutile.»

«Se non è stato lui e se Ornella non c'entra, posso denunciare il fatto alla polizia.»

«Non sei tenuto a farlo, ma se ci tieni tanto…».

Prima d’uscire di casa, Cecilia vuotò il sacco e raccontò tutto quello che sapeva e che ancora non aveva confessato. Ormai era inutile continuare a mentire sulle chiavi e su tutto il resto. Si lasciarono con la promessa di non dire nulla a Ornella per non peggiorare la situazione.

La faccenda tuttavia si stava complicando. Anche le ultime rivelazioni di Cecilia, non lo tranquillizzavano affatto.

 

I primi giorni di marzo erano stati ancora terribili. Una eccezionale ondata di gelo aveva messo in ginocchio gran parte dell’Italia. Si era rivista la neve anche in pianura, e l’imperturbabile colonnello Bernacca, illuso da un mite inizio di febbraio, aveva annunciato una precoce primavera, e adesso si vedeva costretto ad arrampicarsi sugli specchi, per spiegare il comportamento anomalo dell’anticiclone delle Azzorre. Finalmente, dopo l’otto di marzo, il tempo cambiò ancora improvvisamente puntando decisamente al bello. Il cielo in città era di un azzurro pallido, ma era confortante vederlo ancora lì, ben al disopra dei tetti, anche l’aria era meno pungente. Si poteva camminare con il cappotto slacciato e la sciarpa era del tutto inutile. Gallo pensò al suo trench preferito rinchiuso nell’armadio e si vergognò di riflettere su cose tanto frivole.

Adesso era venuto il momento di prendere una decisione in merito all’automobile che ristagnava in garage. Doveva delle risposte a Caputo che si era interessato per il box e soprattutto non aveva ancora fatto la denuncia presso le autorità. Non era più sicuro di volerla fare, anche se qualche giorno prima gli sembrava una cosa non soltanto utile, ma persino doverosa. Soltanto un obbligo morale, o qualcosa di più? Un dubbio che doveva togliersi a tutti i costi.

A metà mattina, approfittando dell’assenza momentanea di Lucia, telefonò a un giovane avvocato che aveva in cura sin dall’infanzia.

 

«Di che si tratta, dottore?»

«Ma niente… niente di grave. Mi hanno tagliato due gomme dell’automobile e volevo sapere se sono tenuto a fare la denuncia.»

«Dov’è successo?»

«Nel cortile del condominio.»

«Sta pensando a un risarcimento dei danni? Dovrebbe denunciare prima l’amministrazione, verificare a chi è affidata la custodia dell’auto, dimostrare che il danno si è verificato all’interno dell’abitato. Insomma, cose di questo genere. »

«Per carità! Niente di tutto questo. Mi domandavo soltanto se fosse un dovere. Mi devi scusare, ma con tutte queste nuove leggi… Volevo stare tranquillo.»

Dall’altro capo si sentì una risata trattenuta:

«Dottore mi perdoni, lei non cambierà mai. La cosa le fa molto onore, ma questi sono reati perseguibili solo a querela di parte. Insomma, lo Stato dice: la gomma è tua, se non interessa a te, lascia perdere.»

«Ah… Bene, molto meglio. Ecco… Lo supponevo, ma non ne ero sicuro, quindi adesso che faccio?»

«Vuole un consiglio? La faccia pure questa denuncia, così si toglie il peso. Ha novanta giorni di tempo, ci pensi.»

Gallo aveva sentito abbastanza, tre mesi di tempo erano più che sufficienti per prendere una decisione.

«Ha un’idea di chi possa essere stato?»

«No, non ho sospetti, ma mi accontenterei di sapere, perché?»

«La capisco. Un furto si sopporta meglio, invece questa è una vigliaccata che fa male!»

«È proprio così.» In gamba il ragazzo, pensò Gallo. Sorpreso dal linguaggio franco e immediato del giovanotto.

«Stia tranquillo», aggiunse l’avvocato Cardelli, Giovanni per il dottore, «se non si sa chi è il responsabile, di solito le forze dell’ordine archiviano il caso già in sede di indagine. E se un giorno si dovesse scoprire il colpevole, cosa molto improbabile, prima di procedere, si tenta sempre una conciliazione. Insomma, prima di sbatterlo dentro, lo inviterebbero a risarcire il danneggiato.»

«Senti Giovanni…» Il tono sereno del giovane avvocato, la semplicità dei modi, e l’amicizia che lo legava alla famiglia, stavano convincendo il dottore a parlare anche della telefonata anonima. Non era più sicuro che si trattasse di una ragazzata. Tuttavia non voleva coinvolgere sua figlia. Doveva lasciarla fuori a tutti i costi, e all’ultimo momento decise di tacere.

 

 

XI

La torta sbrisolona e… Miragoli

 

La cena di quella sera si svolse in un’atmosfera serena. Cecilia mise in tavola i piatti preferiti di Ornella: bresaola di cavallo in carpaccio, cotoletta, patatine fritte e per finire torta sbrisolona, specialità della casa riservata alle grandi occasioni. Contrariamente alle abitudini, la televisione rimase accesa tutta la sera. Gallo si limitò a non contestare ogni notizia del telegiornale, a mangiare tutto senza protestare e di tanto in tanto riuscì perfino a sorridere. La cosa passò inosservata, ma lui si alzò da tavola convinto di avere fatto del suo meglio. Si gratificò con due dita di Vecchia Romagna e al massimo dell’euforia, si offrì di portare fuori il cane, ma prima di andare a letto e non subito.

«Voglio fare due passi.» disse, accomodandosi in poltrona.

Cecilia era pronta a misurargli la febbre, ma all’ultimo momento si ricordò che era un dottore e finse di non averlo sentito. Ornella invece, per non essere da meno, finse di arrabbiarsi perché quella sera toccava lei far pisciare il cane. Poi le donne sparirono in cucina a lavare in fretta i piatti per non perdere l’inizio del Rischiatutto di Mike Bongiorno e Gallo si trovò solo, a gustarsi il programma preferito: Carosello.

 

Susi non mostrò una particolare gratitudine nei confronti del capofamiglia. Ma alla vista del guinzaglio saltellò e guaì gioiosa e si lasciò portare a passeggio, sull’unico spiazzo verde della zona, senza farsi trascinare. Anche Gallo, nonostante la stanchezza per la giornata di lavoro intensa, sentiva ancora voglia di camminare e decise di fare il giro dell’isolato intero. Non usciva spesso la sera. Al cinema soltanto il sabato o la domenica, il ristorante solo nelle grandi occasioni, e di recente aveva anche smesso di andare dai frati. Meditava da tempo però di riprendere i contatti con don Giulio, il prete della parrocchia che organizzava il volontariato. Arrivò senza fatica fino alla fermata del tram. Il tredici barrato stava ripartendo proprio in quel momento. Davanti alla saracinesca abbassata del bar era sceso soltanto un giovanotto con una sacca a tracolla. Di foggia militare e color cachi, la borsa ricordava il classico tascapane in dotazione all’esercito. In quegli anni era molto diffuso tra gli studenti e di fatto aveva sostituito la classica cartella di cuoio. Lo seguì con lo sguardo mentre attraversava la strada e soltanto quando la figura passò sotto il lampione lo riconobbe. Non fu difficile distinguere la sagoma poderosa del giovane Miragoli, anche se non si aspettava di vederlo da quelle parti. Non abitava molto lontano da lì, ma se non ricordava male, sarebbe dovuto scendere due fermate più avanti. Invece lo vide spingere il cancello del cortile del condominio e scomparire dietro la lamiera di ferro dipinta di azzurro. Sempre aperto quel cazzo di cancello! Quella fu la prima cosa che pensò, poi, si fece un sacco di altre domande e alla fine decise di seguirlo. Attraversò il cortile fino a metà, passò davanti al suo posto macchina vuoto e, seguendo il proprio istinto perché di Miragoli non c’era più traccia, inforcò il portoncino interno della scala “C”. Attraversò l’androne, uscì dal portone e si ritrovò sul marciapiede dal lato opposto del caseggiato. Davanti a lui, a non più di centro metri, Miragoli scompariva un’altra volta dentro una via stretta che portava ai palazzi nuovi. Adesso aveva capito. Miragoli era già avanti un bel pezzo quando sulla sua sinistra si sentì sferragliare il tram che ritornava in centro. Era tutto chiaro. Con quel percorso, il giovanotto guadagnava qualche minuto. Guardò l’ora: mancava un quarto alle undici.

Rientrò in fretta, Cecilia era già a letto, ma ancora sveglia.

«Hai fatto un giro lungo.»

«Sì, ho avuto un incontro molto interessante.»

«Non mi dire… a quest’ora?»

«Ho incontrato un mio paziente.»

«Capirai… dov’è la novità?»

A quell’ora Cecilia diventava intrattabile, cadeva dal sonno e di parlare non ne aveva voglia.

«È un giovanotto, un lavoratore studente. Abita ai palazzi nuovi e sai che strada fa per andare a casa?»

«Passa dal cortile.»

«E tu come lo sai?»

«Lo fanno tutti quelli che abitano da quelle parti, soprattutto da quando hanno allungato di due fermate il tragitto del tredici.»

«Non lo sapevo.»

«E quando mai…»

Che il ragazzo non fosse il solo ad attraversare il cortile, non cambiava nulla, ma rendeva la cosa meno insolita.

«Stavo pensando che…»

«Smettila di pensare e… lasciami dormire. Me lo dici domani mattina.»

 

Quella notte Gallo fece uno strano sogno.

Il dottore era seduto dietro la scrivania dello studio, in piedi e di fronte a lui, una bella donna. Giovane. Attraente. Era la mamma di Miragoli con vent’anni di meno. Aveva due tette dure e gonfie come quelle della lattaia, e si stava spogliando in silenzio. Gallo ripeteva no, non lo faccia, non si spogli… ma non faceva nulla per impedirle di togliersi, uno ad uno tutti gli indumenti.

Quando Lucia aprì la porta, la signora Miragoli era completamente nuda e sussurrava con voce calda ma ferma: “scopami se sei un uomo, scopami se hai coraggio...” L’urlo della sua assistente, lo sorprese mentre stava facendo l’amore.

Che l’ultima parte del sogno, si fosse concretizzata nel talamo, lo capì al mattino, ma non subito. La prova che qualcosa di bello era successo, stava sul vassoio accanto alla caffettiera. Al posto dei soliti biscotti secchi e le fette biscottate, due veneziane gonfie, lucide e zuccherate.

«Ho portato fuori il cane presto stamattina, sono entrata dal fornaio, mi è venuta voglia di una veneziana e... ‘zio, ne vuoi una anche tu?».

 

 

XII

Una Mini Minor del 68 per il dottore

 

«Ha detto proprio così? Forte!»

Caputo voleva il numero dell’avvocato Cardelli. «Quando parlano difficile, cioè quasi sempre, io non li capisco mai. Questo almeno mi sembra un umano. Non sarà per caso un penalista?»

«Non mi pare, anzi, sono sicuro di no.»

Gallo, al termine del pranzo e ancora con mezza grappa nel bicchiere, si fece offrire una sigaretta. Gli capitava di rado di aver voglia di fumare. Gli bastava lo smog e il fumo degli altri che era costretto a mandare giù nei polmoni tutti i giorni ma, talvolta, sentiva la mancanza del gesto che lo aveva confortato fino ai quaranta suonati. Adesso la nicotina gli dava subito alla testa, quindi stava attento a non respirare il fumo, per cui pippava come un ragazzo inesperto. 

Caputo lo seguiva con la coda dell’occhio e disapprovava in silenzio. Una sigaretta sprecata! Questo pensava, anche se non lo avrebbe mai detto davanti al dottore. L’argomento del giorno era ancora la sua macchina. Tutto ‘sto casino per una cazzata. Se si fosse almeno deciso a comprare il box, lui ci avrebbe guadagnato anche due lirette. Al dottore non avrebbe chiesto un soldo, ma si sarebbe rifatto con gli interessi con la controparte. Invece di metterci una pietra sopra, l’amico preferiva tenere la macchina al caldo, andare in giro a piedi e fare congetture strane sul movente e sul colpevole. Ma chi crede di essere, Sherlock Holmes? Oh be’, questo vizietto l’aveva sempre avuto, non per niente leggeva solo gialli e non disdegnava la cronaca nera. I processi da prima pagina lo interessavano più della politica, dello sport e di ogni altra cosa. Ora nel duplice delitto dei radiali Michelin, c’era un nuovo indiziato: un povero lavoratore studente, un giovanotto che si faceva un culo tanto per un pezzo di carta, un tipo pericolosissimo, incattivito da una probabile gastrite cronica, offeso per giorni di malattia negati, che di notte si aggirava con un coltellaccio nascosto nel tascapane, per tagliare le gomme alla cazzo di macchina del dottore.

«Ed è pure un tuo cliente!» esclamò al termine della lunga riflessione. «Povero cristo, magari non c’entra nulla.»

«Non dico che sia stato lui, ma potrebbe aver visto qualcuno o qualcosa.»

«Chi?»

«Mia figlia e il suo ragazzo nella macchina, tanto per fare un esempio.»

«Ah… ecco dove volevi arrivare.»

Gallo non parlò della telefonata anonima e si tenne per sé altri particolari. Non fece cenno neppure alla sera in cui i ragazzi, mentre stavano nella macchina - a sentire la musica alla radio, secondo la mamma, a limonare e anche peggio secondo lui - avevano sorpreso un tale che, furtivamente, si aggirava intorno all’automobile.

Cecilia ricordava ancora quella sera in cui Ornella era entrata in casa con il fiatone e la paura “stampata in faccia”. Sua moglie aveva detto proprio così, e lui la immaginava pallida e con gli occhioni sgranati. Ma la ragazza si era giustificata dicendo che aveva fatto le scale di corsa e sua madre aveva fatto finta di crederle. Che cosa avesse fatto Andrea in quell’occasione non lo sapeva nemmeno sua moglie, ma una cosa era certa: prima di tornarsene a casa, aveva chiuso la vettura e si era portato via le chiavi.

 

«Forse ho trovato la macchina che fa per me.»

«Dici davvero?» Caputo si scosse con un sobbalzo. Sgranchì le palpebre appesantite dalla sonnolenza e fece cenno al cameriere di portare il conto.

«Ho un paziente che ha un concessionario, gli ho telefonato e mi ha parlato di una Mini del sessantotto.»

«Buona, appena tre anni e…»

«E…?»

«E per il box cos’hai deciso?»

«Una cosa per volta, che diamine Caputo, fammi comprare prima la macchina e poi vedremo.»

 

«Che cosa racconto adesso alla vedova? Ha urgente bisogno di liquidi la signora Ceresa. Per questo motivo il prezzo è buono. Posso tenerla buona ancora per qualche giorno… ma poi ti dovrai decidere.»

«Dille che prima vorrei fare una prova» rispose il dottore infilandosi il soprabito. «Mi sembra un po’ piccolo per il mio carrozzone.»

«D’accordo!» disse Caputo. «Allora organizzo l’incontro… ti va bene di pomeriggio?».

 

 

XIII

Andrea e il Bestia

 

Mancavano dieci minuti alla campanella dell’intervallo. Dai banchi dell’ultima fila si alzò una mano. La prof d’inglese fece prima finta di non vederla, poi sospirò, scosse leggermente la testa, e infine puntò l’indice verso la porta:

«Vai… vai Sottura, ma fai presto.»

Il bestia invece, col cavolo che sarebbe rientrato in classe prima della fine della lezione. A metà mattina si sparava mezzo cannone e gli ci voleva giusto una mezzoretta di tempo per gustarselo per bene.

Angelo Sottura, detto il bestia - cento chili di lardo mal distribuiti, figlio di un partigiano con tanto di medaglia al valore e un cervello da pesciolino rosso -  attraversò la classe nascondendo il faccione dentro l’eskimo. Quel pastrano lercio e puzzolente era diventato la sua seconda pelle. Se lo portava addosso come un carapace e nessuno ricordava di averlo visto senza. Era nato così. In primavera l’esoscheletro del crostaceo si alleggeriva dello strato interno e le maniche si arricciavano sui gomiti. Il distacco spontaneo del copricapo peloso, completava la muta estiva della bestia. Con il passo da mastino napoletano, portò tutta la ciccia fino ai cessi delle femmine e ci si infilò come se fosse di casa.

In un’altra aula, due minuti esatti più tardi, mentre il prof di matematica scriveva alla lavagna, Andrea Cucchi si alzava dal banco in prima fila, raccoglieva tutti libri, depositava un foglietto sulla cattedra e usciva salutando con un cenno del capo.

Quel permesso d’uscita gli era costata una balla colossale con il preside, ma Cucchi era uno studente modello e se diceva che la nonna era molto malata e in gravi condizioni, nessuno aveva motivo di dubitare che non fosse vero.

Andrea depositò i libri e il giaccone sul termosifone del corridoio. Entrò dalla stessa porta in cui era passato due minuti prima il bestia, si calò sul volto il passamontagna di lana blu, raggiunse con sicurezza l’unica porta di legno chiusa, la sfondò con un calcio e prima che il ciccione si riavesse dalla sorpresa, lo riempi di calci e pugni, con determinazione, freddezza e precisione chirurgica. Pochi colpi ben assestati al volto, due calci dritti allo stomaco e, mentre il ciccione si piegava in due per il dolore, lo finì con una ginocchiata sul naso. Il bestia si insaccò, con il volto coperto di sangue e privo di conoscenza, tra il water e la parete di piastrelle rosa sabbia. Non aveva avuto il tempo di emettere un solo lamento. Per togliersi da quella posizione e trascinarsi fuori gli ci vollero cinque minuti buoni. Lo sorpresero dopo il suono della campanella, mentre si lavava la faccia nel lavandino. Perdeva molto sangue dal naso e le ragazze scappavano inorridite. Ai primi soccorritori disse di essere scivolato sul pavimento e di aver sbattuto il naso contro la tazza. Due bidelli lo accompagnarono in infermeria sorreggendolo a fatica, mentre il preside urlava in segreteria come un ossesso: «Voglio sapere che minchia ci faceva quel bestione nel bagno delle femmine. Ha rotto anche la porta, chiamatemi i genitori che se lo vengano a prendere… prima che chiami la polizia.»

Intanto Andrea era arrivato al deposito delle corriere di piazza Grandi. Il biglietto di sola andata per Spino d’Adda lo aveva già in tasca. Gli restavano dieci minuti alla partenza dell’autobus. Faceva ancora in tempo a fare una telefonata: «Nonna… Sì sono io. No, non è successo niente. Arrivo tra un’ora… No, non ho tanta fame… Nonn… Nonnaaaa! Vada per la polenta… Sì, anche il risotto… Nonnaaaaa!» 

 

 

XIV

Laura e Ornella

 

«Gli hanno dato una bella lezione.»

Laura sollevò la testa dal vocabolario di latino per sbirciare sul quaderno dell’amica. «Che hai scritto?»

«Accipere quam facere…» rispose Ornella. «Una lezione a chi?, parli del bestia?, ma non era caduto?»

«Lui dice così… Ma chi l’ha visto bene in faccia, pensa che sia stato malmenato.»

«Hanno fatto be…» Ornella chiuse il quaderno, guardò l’ora:

«Ah be’, io non ci credo. Perché dovrebbe mentire?»

«Perché è un bugiardo e pure un maiale… Stava sempre nel bagno delle femmine. Si chiudeva dentro e si toccava. Quando l’ho saputo, non ci crederai, ho pensato ad Andrea.»

«Perché Andrea?»

«Boh… Mi sembrava che tra loro due… Che ne so, stavano sempre a discutere di politica.»

«Veramente è il bestia, insieme a tutti i suoi compagnucci, che non lo possono vedere. Gli danno sempre del fascista perché si rifiuta di fare tutto quello che dice il comitato. Si svegliano la mattina e decidono di fare sciopero, e tutti gli altri zitti. Pecoroni! L’unico che ha il coraggio di protestare è proprio lui e i due tre amici che ancora si ritrova. E poi…»

Ornella si era accorta di aver parlato con troppa foga, Non era la prima volta che si sfogava con Laura, ma questi discorsi all’amica era meglio non farli. Così aveva detto Andrea, e lei voleva dargli retta.

«... Ma l’hai visto bene, Andrea è grosso la metà del bestia. No… non può essere, e te lo ripeto: lui stava a Spino, da sua nonna.»

Laura cominciò a frugare tra gli album sparsi sul tappeto della cameretta. Prese l’ultimo di John Lennon, Plastic Ono Band e prima di metterlo sul piatto aggiunse:

«Chissà perché il bestia ha fatto quella porcata?

«Quale?»

«Ma di bucare le ruote della tua macchina, no!»

«Mah.... Non credo abbia avuto il coraggio di fare una cosa simile. In fondo è un vigliacco. Quel pancione abita nel palazzo del gommista, avrà visto la macchina di papà. La conoscono tutti, ce l’ha solo lui in questa zona. Ha chiesto informazioni in giro, sapeva di me e Andrea perché ci ha visti insieme ai giardinetti, e poi ha pensato di fare uno scherzo cretino»

«Uno scherzo a chi? A te o ad Andrea?»

«A tutti e due, però… è a me che vuol fare del male»

«Ma perché, ci ha provato? Non mi dire che…»

«Ci ha provato sì. Mi segue ovunque, anche sul tram e allunga pure le mani.»

«Cavolo! Non me l’avevi mai detto… Che bastardo!»

 

Squillò il telefono. Laura si alzò per andare a rispondere:

«Forse è per me» fece Ornella, alzandosi in piedi di scatto. «Gli ho detto di chiamarmi qui… Ti dispiace?»

«No, ma va… Allora rispondi tu, fai in fretta però, perché tra un po’ torna mia madre, e se ti vede col telefono in mano, sono cazzi. Lei pensa ancora che una donna possa restare incinta, se sta troppo tempo con la cornetta in mano.»

 

 

XV

Il guardone

 

La Innocenti Mini Minor 850cc. - gennaio68 - ottime condizioni - unico proprietario - amaranto - tettuccio bianco - rivestimento finta pelle - pneumatici Pirelli - cerchi in lega - 43mila Km. - arrivò prima di Pasqua.

La macchina numero due fu parcheggiata in cortile, non senza qualche patema, al posto della numero uno e dopo pochi giorni, il dottore era così soddisfatto di lei, che si dispiacque per non averla acquistata prima.

Di ringraziare Caputo, dopotutto l’idea era stata sua, non ci pensava nemmeno, tanto più che adesso il geometra lo stava tampinando di brutto per quel box da acquistare, che era risultato sì un po’ stretto, ma davvero conveniente. L’affare si poteva fare, gli restavano ancora soldi sul conto sufficienti per non chiedere prestiti alla banca e, con l’inflazione che prometteva di fare un balzo nei prossimi mesi, pensava di fare un buon investimento.

Semmai lo rivendo, si diceva. Tuttavia voleva pensarci ancora un po’, senza contare che non gli dispiaceva affatto tenere l’amico sulle spine.

L’arrivo della primavera aveva registrato la quasi scontata vittoria di Mercks alla Milano-Sanremo. Alla sconfitta di Gimondi, si aggiungeva quella ben più grave del Milan nel derby, e il recente sorpasso al vertice della classifica da parte degli odiati nerazzurri lo aveva colto impreparato. Per dimenticare le cocenti delusioni sportive, al dottore non restava altro che seguire da vicino tutti gli sviluppi dei processi più scottanti del momento. Il delitto suicidio di via Puccini, con le foto imbarazzanti di Anna Fallarino, consorte del conte Camillo Casati Stampa, riempivano ancora le pagine di cronaca nera e non solo. Ma il caso era troppo semplice e di scarso interesse dal punto di vista processuale per stuzzicare a dovere la sue cellule grigie. La nuova passione di Gallo invece, erano gli ultimi romanzi di Scerbanenco. Il concittadino era scomparso di recente, ma lasciava in eredità numerosi racconti di carattere poliziesco, ambientati nella malavita milanese. Seguiva con particolare interesse le vicende di Duca Alberti, il medico investigatore, nato dalla fervida fantasia dello scrittore italo russo, un personaggio complesso, scorbutico ma affascinante nel quale, a differenza de vari Poirot, Marlowe e Maigret, riusciva senza fatica ad immedesimarsi.

Inoltre aveva preso l’abitudine di portare a spasso la cagnetta Susi. La passeggiata serale, oltre che favorire la digestione, lo alleggeriva dai sensi di colpa, per quei chili di troppo che si portava sulle gambe con sufficiente disinvoltura, ma che gli procuravano un certo imbarazzo, quando doveva dare ai suoi pazienti consigli sulla dieta da osservare. Senza contare che si guadagnava, con poco sforzo, la gratitudine di moglie e figlia in una botta sola. La Susi invece, preoccupata ad interpretare le puzzette degli altri cani e a non mettere le zampette in fallo, continuava a non curarsi di chi ci fosse all’altra estremità del guinzaglio.

E poi… per una donna, uscire di questi tempi tardi la sera, non è più sicuro nemmeno da queste parti.

Per prudenza Gallo non voleva contraddire la moglie, ma lui non era molto convinto che la città fosse diventata meno sicura di un tempo. La paura ad uscire di casa, in fondo non era altro che una scusa per nascondere le crescenti difficoltà economiche. Non il massimo dell’originalità, se ne rendeva conto, era un altro luogo comune, ma cominciava ad averne le scatole piene di tanto pessimismo che leggeva sui giornali. Il boom economico era finito da quasi dieci anni, però la gente campava molto meglio di prima e alla crisi annunciata, quella vera e più dura che stava sempre dietro l’angolo; che aveva sempre ragioni in fondo e a valle di qualcosa; una crisi profonda le cui origini andavano ricercate nella dottrina del capitalismo irresponsabile dell’occidente; che solo un cambiamento radicale della maggioranza politica, cioè, il sempre paventato “grande sorpasso”, avrebbe potuto scongiurare… eccetera eccetera, ormai non ci credeva più.

Pertanto si meravigliò abbastanza, quando vide lampeggiare la luce blu di una volante della polizia, proprio davanti al cancello del cortile. Nonostante l’ora tarda, intorno agli agenti in divisa si era formato un capannello di persone. La curiosità lo spinse ad avvicinarsi di qualche passo, mentre il cane e la sua naturale prudenza lo indussero a mantenersi a una certa distanza. In ogni caso, sotto i platani e vicino alle panchine dei giardinetti, poteva osservare la scena, e sotto la luce del lampione vedeva chiaramente la gente che discuteva animatamente. Il traffico intorno tuttavia gli impediva di sentire distintamente cosa si dicessero. In un altro gruppo di persone, che sostava più in disparte dal primo, riconobbe il figlio di Guarcilena e altra gente del condominio.

«Mi fanno schifo queste persone» disse un tale della scala B, che sembrava bene informato sui fatti.

«Bisogna sbatterli tutti in galera… questi schifosi.» gridò un altro che non conosceva. «Mi dia retta, domani, quel tipo lì è già fuori, vuole scommettere che non gli fanno niente.» replicò una faccia conosciuta, uno che abitava in zona.

«Invece a quel giovanotto… faranno passare tanti guai.»

«Dottore!» chiamò qualcuno alle sue spalle. Era il signor Goglio del primo piano che arrivava in quel momento accompagnato dalla moglie.

«Che succede?» domandò la signora ad alta voce.

«Hanno arrestato uno che dava fastidio alle coppiette.» rispose quello che la sapeva lunga. «È da un po’ di tempo che gli davano la caccia. L’ha beccato quel giovane lì, quello che sta parlando adesso con i poliziotti, mentre il depravato tagliava le ruote ad una macchina.»

Il cuore di Gallo ebbe un sobbalzo: «La macchina di chi?» domandò con evidente apprensione.

«Una cinquecento blu.» gli rispose Goglio. «L’auto della signorina Messaggio… Ecco, quella donna che sta parlando con l’altro agente.»

«E lui, il delinquente, dov’è?» 

«Lo hanno già portato via.»

Bastava fare una domanda a voce alta e c’era sempre qualcuno che aveva una risposta pronta. Gallo allora domandò chi avesse chiamato la polizia. Silenzio. Nessuno ne sapeva niente.

«Saranno capitati qui per caso.» azzardò un piccoletto con l’accento meridionale, subito zittito.

Poi, un tale che arrivava dal gruppo principale, rivelò che a telefonare alla polizia, era stato un inquilino del primo piano che aveva sentito gridare, giù in cortile.

Gallo intanto era arrivato a pochi metri dalla gazzella e non perdeva di vista la sagoma di un uomo che, al centro dell’assembramento, si stagliava nettamente al di sopra di tutti. La luce del lampione lo illuminava di traverso. Non si vedevano che le spalle robuste e quadrate, il viso giovane coperto dai lunghi capelli e i grandi occhi scuri che inquieti vagano intorno. Tuttavia Gallo non aveva più dubbi, quel giovanotto che adesso veniva invitato a salire sulla macchina della polizia, era il figlio della Miragoli.»

«Dove lo portano adesso?» protestò una signora in ciabatte e vestaglia con il soprabito buttato sulle spalle, mentre partivano insieme ai fischi i primi timidi applausi.

«Non ha fatto niente lui… Lasciatelo andare.» Tra i battimani più convinti nella confusione volarono anche delle parolacce all’indirizzo delle forze dell’ordine.

«Fascisti di merda!»

«Ma che dice quello?» mormorò qualcuno vicino a lui. «Deve fare la deposizione… È una cosa del tutto normale.»

 

 

XVI

Pasquetta: al ristorante “la Cascinetta”

 

Il giorno di Pasquetta Gallo portò tutta la famiglia al ristorante. Per la consueta gita fuori porta rispolverò il macchinone transalpino. La sgambata era breve: una ventina di chilometri appena, neanche il tempo di sgranchire i semiassi arrugginiti per la lunga inattività, ma in quei tempi di magra ci si doveva accontentare. Dopo le spese folli degli ultimi giorni: la seconda macchina e l’anticipo per il box auto, il risparmio era la nuova parola d’ordine del dottore.

«Invece di andare al ristorante tutti i giorni», gli disse la Cecilia indispettita. «Ti preparerò la schiscetta con gli avanzi della cena. Magari ci aggiungo un formaggino con la pera. Se te diset?».

Il ristorante La Cascinetta, sulle sponde cremasche dell’Adda, era un locale finto rustico, con tanto di pavimenti in cotto, travoni di pioppo contorti sul soffitto e muri scrostati ad arte alle pareti. La cucina non era all’altezza della fama, ma il locale aveva il pregio di essere immerso nel sottobosco dell’Adda e tutto sommato rappresentava un buon compromesso tra l’austerità imposta dal capofamiglia e la voglia di evadere dalla città delle donne di casa. Se il tempo è buono facciamo una camminata sul fiume. Per una volta, mamma e figlia erano completamente d’accordo: niente settimana bianca e no al raduno di famiglia a casa dei nonni materni, troppo lontano e troppi parenti intorno. La meta ambita invece era Spino d’Adda. A Gallo sfuggiva il motivo di tanto entusiasmo, ma a lui andava benissimo così e si guardò bene dal contestare tale decisione.

 

«Toh, guarda chi c’è!» Ornella alzò la mano per salutare qualcuno dall’altra parte della sala. Sembrava molto sorpresa, e perfino un po’ emozionata.

«Chi sono?» domandò Cecilia, voltandosi a sua volta da quella parte e allungando il collo. «Li conosci?»

«Conosco lui, il ragazzo… Veniva a scuola con me.»

«Come mai?» domandò Gallo, distrattamente e senza staccare gli occhi dal menu. «Ha smesso di studiare?»

«No, si è trasferito… Adesso frequenta il liceo di Lodi: quest’anno fa l’ultimo»

Il ristorante era affollato, e quasi tutti i clienti erano arrivati in quel momento. Se il servizio era come quello dell’ultima volta, nessuno si sarebbe schiodato dal tavolo prima delle tre.

«Posso andare a salutarlo?»

«Aspetta almeno il cameriere, non vuoi ordinare le…»

«No, non serve», fece Ornella già in piedi, «tanto oggi c’è menu fisso. Non lo sapevate?»

«Noi no!» disse Gallo guardando sua figlia, mentre si allontanava dal tavolo. «Tu lo sapevi?» rivolto alla moglie.

«Ah sì… l’avevo dimenticato. Ma non te l’avevo detto? Ma sì, te ne sarai scordato».

«Non dimentico mai cose di questo genere, ma… forse è meglio così, se questo menu è soltanto l’ordine delle portate: qui facciamo notte».

 

Agli antipasti Ornella fece ritorno al tavolo, e Gallo non poté fare a meno di notare il bel colorito di sua figlia. Si era fatta proprio una bella la ragazza: più rotondetta sui fianchi, anche il seno… be’, ancora non poteva reggere il confronto con quello di sua madre, ma prometteva bene e da qualche giorno mangiava anche con più appetito. Cecilia invece era stranamente silenziosa, teneva sempre gli occhi bassi sul piatto e quando alzava il capo, lo faceva per fissare un punto sul soffitto.

«Hai paura che ci caschi addosso?» le domandò, alzando anche lui lo sguardo.»

«Mi ricorda casa mia. Quando sono nata, il tetto della nostra stanza era pressappoco così.» e rivolta a tutti e due aggiunse: «Ma voi non potete capire, siete nati in città.»

«Tua madre ha nostalgia di temp indrè

«Ma va là… non sono queste le cose che mi mancano», e prima che suo marito gli chiedesse di nuovo spiegazione, aggiunse: «e se penso al freddo dell’inverno e al caldo che ci faceva sotto in estate: molto meglio adesso. Anche se…»

«Anche se?» domandò Ornella.

«Nessuno è mai morto per l’odore di stalla, sempre meglio dell’aria che respiriamo in città. Non vi pare?»

Cecilia continuò a sorridere, ma i suoi occhi tradivano una inquietudine insolita. Era sempre sul punto di aprire bocca, sembrava dovesse dire qualcosa ma poi, all’ultimo momento, taceva. Il contrasto d’umore tra la madre e la figlia era troppo evidente e Gallo scelse la via più breve per dare una risposta ai suoi dubbi. Lasciò che Ornella si alzasse nuovamente dal tavolo per raggiungere il suo amico e cominciò così:

«Per fortuna c’è questo suo amico, altrimenti si sarebbe annoiata a morte al tavolo con noi… Ma tu lo conosci questo… Come si chiama, lo sai?»

«No, non lo conosco, ma so che si chiama Andrea.»

«Ah… Quell’Andrea?»

«Sì, proprio lui. Ha deciso di cambiare aria e si è trasferito in casa dei nonni. Non ha problemi a scuola lui, pare sia un mezzo genio.»

«Ah be’, allora…» Gallo finse di essere molto sorpreso dalla notizia. Tuttavia, per non fare la figura dell’alloco: «Qualcosa avevo intuito, ma non volevo fare il guastafeste.»

«Pensi che oggi avremo l’onore di conoscere il giovanotto?» E lo disse con il tono sarcastico che tanto infastidiva Cecilia.

«Non dovrai aspettare molto», sbuffò, al limite della pazienza, «guarda, stanno venendo qua.»

«Papà. Mamma… Questo è Andrea, l’amico che vi dicevo.»

La stretta di mano, al dottore parve forte, energica e decisa a sufficienza. Certo la mano era ancora giovane, nella sua scompariva, ma trasmetteva forza e caparbietà. Non sfuggivano a Gallo certi particolari.

«Io e Andrea non abbiamo più appetito.»

«Andiamo a fare quattro passi al fiume…» disse il ragazzo, senza tradire alcuna emozione. «Non facciamo tardi, torniamo per il dolce.» Se l’era cavata bene il giovanotto, che a dispetto del fisico segaligno, aveva modi sicuri e una voce potente e maschia. “L’è propi vera,” mormorò Gallo, “i giovani d’oggi…g’han pü vergogna de nient!

«Cecilia, tu non ne sapevi niente?»

«Be’, insomma, qualcosa sì, ma non tutto. Però, mi sembra tanto un bravo ragazzo…»

«Tu mi nascondi qualcosa, vero?»

Cecilia mantenne alto lo sguardo, poi annuì ripetutamente e in tono di sfida rispose: «Indovina un po’! Vediamo quanto sei bravo.»

A quel punto Gallo si fece scuro in volto. Stava ancora riflettendo sui particolari, ma ormai aveva pochi dubbi e credeva di essere vicino alla soluzione. L’incontro era stato organizzato nei minimi dettagli; molto probabilmente anche i genitori di Andrea, non erano all’oscuro di tutto. Se a questi dettagli aggiungeva l’allegria insolita di Ornella, la faccia preoccupata e triste di Cecilia… Ma come aveva fatto a non capirlo prima? Dopotutto era un medico, mica un cretino qualunque. Non era un ginecologo, d’accordo, e nemmeno uno psicologo, ma aveva esperienza da vendere e facilità di pensiero:

«Nooo» esclamò, sbarrando gli occhi. «Non mi dire che…»

«Eh dai? Che aspetti? Perché non parli?» Cecilia credeva di sapere cosa passasse per la testa di suo marito in quel momento, però voleva che fosse lui a parlare per primo. «Ossignur…Non ci posso credere. Presto sarò nonno… È così vero?»

«Oh santo cielo…» esclamò Cecilia, scrollando il capo. Suo marito non aveva capito proprio nulla e adesso era davvero arrivato il momento di confessare tutto. Abbassò di nuovo gli occhi. Si prese del tempo, poi si fece coraggio:

«Ma no… Testone!» disse. «Che hai capito? Presto… Se Dio vorrà… Sarai di nuovo papà. Cuntènt ‘zio

 

 

FINE

 

 

 

 

 

 

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