mercoledì 6 ottobre 2021

SANTO DOMINGO

Quando Mario mi presentò Maurin, eravamo solo all’inizio della stagione: sul lungomare circolavano frotte d'anziani con le tasche vuote, lungagnoni pallidi dell’est vagavano senza meta con la bocca cucita, convinti che anche respirare fosse troppo caro e, soprattutto, il mio ristorante andava di merda.
«Che vuoi?» gli dissi, buttando gli occhi sulla giovane magrolina al suo fianco.
«Niente, passavo da queste parti e volevo salutarti.»Anche la sua faccia non prometteva niente di buono. Gli occhi erano cerchiati di rosso e la voce impastata di sonno e sigarette. Aveva il collo della camicia sgualcito, la cravatta di traverso, la barba del giorno prima e tutto mi diceva, anche il suo odore di whisky, che aveva passato l'intera notte al night.

Allora ciao, sono di fretta.»
«Calmati, sono qui anche per lei: la ragazza cerca lavoro!»
Lo guardai meglio negli occhi, a lungo, volevo essere sicuro che non scherzasse e poi dedicai tutta la mia attenzione a quel ragnetto dalla pelle color cioccolato al latte, appoggiata alla porta d’ingresso. Aveva i capelli raccolti dietro la nuca di un bel castano scuro, gli occhi verdi e un faccino pulito e serio.  
«E lo cerca proprio qui? Nel mio ristorante?» gli domandai senza preoccuparmi di abbassare il tono della voce. «Per favore non scherzare. Lo sai anche tu, ho bisogno di gente che possa lavorare duro per l’intera stagione e poi… forse non ha nemmeno i documenti in regola?» Aggiunsi, sicuro di aver trovato il modo più sbrigativo di liberarmi di quel problema.
«Documenti? Certo, ma certo... ha il permesso di soggiorno! Maurin, vero che hai il permesso? Faglielo vedere, dai, tiralo fuori, altrimenti questo qui non ci crede che…»
«Scaduto!» ammise candidamente la ragazza. Alzò lo sguardo e mi guardò dritto negli occhi senza battere ciglio. Aveva il viso rotondo, la bocca grande e due labbra ben disegnate di colore viola pallido.
A quel punto avrei voluto essere veramente altrove, invece mi lasciai trascinare senza opporre resistenza davanti al bancone del bar. Eravamo abbastanza lontani perché lei non ci potesse sentire, anche se non avevo avuto l’impressione che fosse molto interessata alla nostra conversazione. Aspettava seduta sulla poltroncina con il viso rivolto alla pineta e pareva avere occhi solo per le nuvole in cielo.
«Senti,» mi disse con il fiato sul collo, «è un’amica di… il direttore de… è stato lui a farmi il tuo nome, altrimenti non mi sarei permesso. E poi, non vorrai che la porti al night, vero? Non vedi quant’è giovane e carina? Non è mica una di quelle… che ti credi?»
«Allora perché sta con te?»
«È venuta al locale da sola, dice che ha bisogno di lavorare. Ho capito subito che non è del mestiere e le ho detto che avevo un amico, che forse, ma lascia stare, mi sono sbagliato.»
Il bastardo sapeva come prendermi, mi fece sentire in colpa e mi strappò una vaga promessa:
«Ripassa fra qualche giorno, adesso non ho tempo.»
Ero sicuro di rivederlo presto, ciò che invece ancora non mi convinceva, era come mai si facesse tanti scrupoli con quella ragazza. La possibilità che si trattasse davvero di un’amica del direttore della mia banca, mi preoccupava. Conoscendo il soggetto mi pareva anche possibile, ma che lui avesse fatto davvero il mio nome, questo mi sembrava davvero troppo. Si trattava senza dubbio di una delle solite cazzate di Mario. Tuttavia avevo pur sempre un mutuo che tutti i mesi mi mordeva alle caviglie come un pitbull e mi costringeva a muovere il culo tutti i giorni dalla mattina alla sera. Per tacere di un conto corrente ballerino che con troppa frequenza si macchiava di rosso. No, nella mia situazione non potevo permettermi di sottovalutare la cosa e decisi di fare almeno una telefonata.
«Chi, Maurin? Ma certo che la conosco.» confermò il dottore senza un attimo di esitazione, quasi si aspettasse quella domanda. «L’ho aiutata perché mi faceva pena e perché non potevo rifiutare un favore a un amico. Adesso però ho bisogno dell’appartamento. Era una soluzione provvisoria, l’avevo avvisata, ma la settimana prossima mi arriva la solita famiglia di Torino, stanno qui tutta la stagione e che posso fare? Lei e suo figlio devono trovare un’altra sistemazione. Almeno sino alla fine della stagione, poi si vedrà.»
«Suo figlio? Non sapevo che ne avesse uno.»
«Ma certo, ha un bel bambino. Senta, Raimondi, se vuole maggiori informazioni sulla ragazza, le chieda al vice… Sa, dopotutto il professore l’ha conosciuta prima di me. Ancora prima che partorisse. Eh… ma caro Raimondi, lei sa meglio di me come sono fatte queste ragazze straniere… lei è uomo di mondo e certamente sa, come vanno queste cose.»
Cazzo! Sì che lo sapevo come andavano quelle cose, ma non immaginavo che ci fosse di mezzo anche il vice sindaco.
Avevo persino timore a pronunciare quel nome. Dovevo immaginare che la faccenda fosse delicata. Solo così si spiegavano le particolari attenzioni del mio amico Mario nei confronti di quella ragazza.
Al professore in persona non ci potevo arrivare, ma sapevo come fare e dove rivolgermi per saperne di più su quella faccenda. Al bar dove si riunivano i sudamericani della zona, non mi fu difficile incontrare un tale che la conosceva e che sembrava essere bene informato.
«No, non lavorava per il vice sindaco, almeno non mi pare.» disse uno che tutti chiamavano il gordo. «Stava in casa di una vecchia signora e faceva la domestica, poi ha avuto il bambino e la vecchia l’ha mandata via.»
«Non ce l’ha un padre, ‘sto bambino?»
Il gordo mi rispose, jo non se, stringendosi nelle spalle e il suo sorriso mi fece capire che se anche lo avesse saputo, non lo avrebbe rivelato a un cogno come me.
Mi sarei accontentato di domandarlo a Mario, invece la risposta me la diede direttamente lei qualche giorno dopo, quando si presentò al ristorante con il bambino in braccio.
«Suo padre è sepolto a Santo Domingo. Un incidente. Non sapevo nemmeno di essere incinta quando sono venuta in Italia. Tutti mi hanno dato una mano, ma se adesso non trovo lavoro sarò costretta a rimpatriare e rischio di perdere anche mio figlio.»
Adagiò il bambino sulla poltrona e questi, lo ricordo ancora come fosse oggi, sgattaiolò sotto il tavolino e cominciò a mettere le manine dappertutto… lascia stare quel portacenere… attento a quel vaso. Era un vero birbante e combinò subito un gran casino e mise scompiglio nel ristorante e nella mia vita… proprio come in questo istante:
«Miguel, smettila di fare chiasso, abbassa la televisione e finisci di fare i compiti! Lasciami in pace un momento, sto scrivendo di quando io e la mamma ci siamo conosciuti.»

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