mercoledì 6 ottobre 2021

YEEEHHH...

 Sotto il sole ancora alto e minaccioso, il suono della sirena scuote l’aria immobile, calda e soffocante di un pomeriggio d’estate. Lentamente la fabbrica si svuota, rigurgitando nella città un nugolo di uomini spenti da rigenerare nella notte. Operai della fonderia varcano silenziosi i cancelli della fabbrica. Spalle curve e occhi bassi si disperdono veloci sull’asfalto bollente, a quell’ora sempre intasato dal traffico.
Anche Giorgio sembra impaziente di montare sulla sua vettura ‒ una Fiat 600 Abarth, assetto ribassato, motore elaborato 1000cc doppio carburatore.
È nervoso, si muove a scatti, controlla ripetutamente l’orologio al polso. Scruta lo sciame in uscita dietro le lenti color malva dei suoi occhiali da sole ‒ Ray Ban Aviator a goccia.

Quando apre la portiera, una vampata d’aria densa e bollente gli esplode sulla faccia ossuta. Prima d’infilare le gambe secche sotto il volante si toglie la giacca a quadretti bianchi e blu; la piega meticolosamente senza staccare gli occhi dalla strada e poi la depone con cura sul sedile posteriore. Un’ultima veloce occhiata in giro e quindi scivola agilmente sulle foderine color aragosta. Piccole gocce di sudore gli imperlano la fronte sotto il pesante ciuffo di capelli neri, che controlla di sfuggita nello specchietto retrovisore. Accende una Muratti, quindi allunga una mano sotto il sedile e spinge a fondo un quarantacinque giri di vinile nel mangiadischi:

yeeehhh…

i tuoi occhi sono fari abbaglianti

io ci sono davanti, sì

Un tale dai capelli lunghi spalanca la portiera e si getta a peso morto sul sedile. Giorgio lo guarda bieco senza parlare, poi solleva la capote e ritorna a guardarlo obliquo. 
«Minchia, Ettore! Sei arrivato, finalmente.», fa Giorgio incazzato e con le mani serrate al volante in pelle. 
Ettore è alto e grosso, molto più alto e più grosso di lui. Indossa solo un paio di jeans aderenti, una maglietta a maniche corte a righe ed è sudato. Molto più sudato di lui. Giorgio mette in moto la vettura senza rispondere, scuote la testa e parte sgasando con la marmitta cromata scoppiettante.

yeeehhh…

le tue labbra sono un grosso richiamo

per me che ti amo, certo

 «Certo, certo… ma che musica è questa?» domanda Ettore con la faccia schifata, mentre l’auto procede a singhiozzi nel traffico. 
«Ignorante!» sibila Giorgio, «Sei sempre il solito cafone, lascia perdere non è roba per te… Piuttosto… è tutto in ordine?»
«A posto, stai tranquillo, pensa a guidare tu!» risponde Ettore a denti stretti, come se avesse paura di farsi sentire dal ghisa fermo al semaforo. 
«Stai attento!» aggiunge irrigidendosi e puntando i piedi come se volesse frenare, «Vai piano, rallenta, Non vedi che è giallo? Fa balà l’öcc…Non facciamoci beccare prima del tempo.»

ma io non devo bruciarmi

con una come te

non devo bruciarmi

con una come te, basta

 «Basta?» fa Ettore sbuffando. «Uè, cambia disco… ma chi è questo qui? Si può sapere chi è che canta?» 
«Uffa…Lascia stare, non è musica per te. Dimmi della roba invece, hai buttato il sacco oltre il muro di cinta? Allo stesso posto, vicino alla pianta? E cosa hai messo dentro questa volta?» 
«Quello che ho trovato: un bel toch di rame, due tubi d’acciaio inox e qualche tondino in ottone.»
«Tutto qua?»
«Che ti credi, l’è minga inscì facil, rimediare roba buona.»
Ettore mastica rumorosamente una gomma americana, mentre osserva l’amico dalla testa ai piedi:
«Sembri un manichino della Standa.» aggiunge scuotendo il capo.

yeeehhh.

ma io non devo bruciarmi

con una come te basta


«Che cavolo dice questo qui? Ma, basta…basta…» 
«Minchia, ma proprio ignorante sei,» fa Giorgio esasperato e scuotendo il ciuffo, «È Mal dei Primitives! Ma tu cosa ascolti? Orietta Berti? Gigliola Cinquetti?»

«È questa la pianta?» 
«Sì.» 
«Mi fermo?» 
«Sì, dai, frena...»
«Dai, muoviti! Scendiiii…»

Ettore balza sul ciglio della strada e fruga con i piedi tra l’erba alta, all’ombra del muro di cinta della fabbrica. Quando sente arrivare un’automobile, finge di fare la pipì contro il platano. Finalmente raccatta il sacco di tela juta pesante, lo stesso che aveva fatto volare altre il muro poche ore prima e lo scaraventa a fatica nella macchina, poi salta sul sedile con l’auto già in movimento: «Vai… Vai… Ma piano, non sgommare!» grida, «Non diamo troppo nell’occhio.»

Yeeehhh….

Yeeehhh….

Yeeehhh…. 

«Eh vai... anche questa volta è andata bene ma è l’ultima però, hai capito?»
Giorgio annuisce freneticamente col capo e intanto guida in scioltezza, ha il gomito fuori dal finestrino e in bocca un’altra Muratti.
«Vai cazzo, vai via così… però tranquillo,» Biascica Ettore, masticando nervosamente la gomma, «Non passare ancora davanti al vigile, non fare il pirla, cambia strada.» 
«Mi hai preso per uno scemo?». 
Ettore sputa la gomma fuori dal finestrino, quindi respira a pieni polmoni l’aria che gli scompiglia i lunghi capelli biondi. È allegro, soddisfatto, e con la coda dell’occhio lancia frequenti occhiate all’amico che guida e fischietta. 
«Uè Giorgio, com’è che dice quello là… i tuoi occhi… sono proprio… fari abbaglianti e io…?» 
«Yeeehhh…» Urla Giorgio contento, infilando la mano sotto il sedile e facendo ripartire il disco. 
«Ma sì, dai, dai…» fa Ettore, anche lui su di giri, «Fammela sentire un’altra volta, ‘sta cazzata.»


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