Giacomo era strano sin dalla nascita e bastava guardarlo negli occhi, anche adesso che aveva quasi cinquanta primavere sulle spalle e una barba grigia lunga un palmo sotto il mento, per capire quanto fosse bislacco. Qualcuno in paese però sosteneva che a ridurlo in quelle condizioni era stato l’uso eccessivo dei semi di papavero, che la madre, pace all’anima sua, gli metteva sempre nel latte per tenerlo buono nella culla e farlo dormire la notte. A ogni buon conto, vere o false che fossero quelle voci, quella mattina Mimì, così lo chiamavano tutti, mi aveva incastrato sul secondo binario della stazione, mentre aspettavo un maledetto treno sempre in ritardo e non avevo avuto scampo. Anche il tentativo puerile di nascondermi dietro le pagine del giornale era miseramente fallito.
La
sua era una vera vocazione. Passava il suo tempo raccogliendo e distribuendo
storie a tutti quelli che incontrava. La gente del luogo, la maggioranza
almeno, lo lasciava fare ma non mancavano i soliti burloni che si divertivano a
diffondere attraverso la sua voce: dicerie, pettegolezzi, cattiverie e
maldicenze di ogni genere. Pertanto non era possibile prevedere, incontrandolo
sul lungomare o molto spesso alla stazione, cosa potesse uscire da quella bocca
sdentata. Nel
tentativo goffo di farsi notare cominciò a girare intorno alla mia panchina,
agitando il suo vecchio ombrello che non abbandonava mai, anche nella buona
stagione. Gli feci cenno col capo che poteva avvicinarsi e sedersi al mio
fianco, ma lui preferì restare in piedi, ponendosi a gambe larghe davanti a me.
«Cosa
mi racconti, Mimì?» gli domandai, sperando che il treno si decidesse ad
arrivare in fretta.
«Senti
questa!» Fece lui con tono grave, ciondolando il testone avanti e indietro, e
con gli occhi rivolti al cielo, «Una donna esce di casa per fare la spesa e
chiude la porta con tre mandate.»
E
qui si fermò la prima volta, per mostrarmi le tre dita della mano sinistra e
per essere sicuro che avessi ben capito. Poi si chiarì la voce e proseguì
spedito:
«Compra
il pane, il latte e i biscotti Creutzer per la colazione del marito. Poi torna
a casa e apre la porta con due sole mandate!»
E
le dita alzate della mano sinistra, questa volta, erano soltanto due.
«Cristo!»
disse Mimì sbarrando gli occhi, e simulando una voce femminile, «Qualcuno è
entrato in casa.»
«Devi
sapere…» aggiunse a quel punto Mimì e dopo una pausa di riflessione, «Che non
era la prima volta che succedeva un fatto simile, perciò la signora andò subito
a controllare se i soldi, quelli che teneva in un posto segreto, fossero ancora
tutti lì. Li contò e li ricontò e si accorse che mancava un biglietto da
cento.»
Anche
questa volta la mano sinistra era tesa e mostrava solo l’indice.
«Cazzo!»
fece Mimì con la stessa espressione di prima e la voce in farsetto. «Adesso chi
lo dice a mio marito che mi hanno fregato i soldi? E poi, lui non mi crede e
nemmeno mi ascolta. Adesso ha ben altro nella testa…»
A
quel punto della storia il treno entrò in stazione. Mi alzai dalla panchina e
aspettando che questi si fermasse gli domandai incuriosito: «Sì va bene… il
resto me lo racconti un’altra volta, ma chi è stato a rubare i soldi?»
Lui
si strinse nelle spalle, mi guardò mentre aprivo la portiera e mi salutò con la
mano sinistra tesa. Questa volta le dita alzate erano l’indice e il mignolo
insieme. Mi stava dando del cornuto, oppure mi voleva dire che si trattava di
una semplice storia di corna? Il dubbio mi accompagnò fino ad Ancona, poi
scelsi la seconda soluzione, quella che mi faceva stare meglio sulla fronte.
Alcuni
giorni dopo, mentre tornavo da uno dei miei soliti viaggi di lavoro, incontrai
alla stazione anche il mio amico Mario, il quale non mi parve particolarmente
contento di vedermi. Forse era soltanto arrabbiato perché il treno in arrivo
era in ritardo, ma di recente si era fatto molto scontroso. Al
bar circolavano già chiacchiere sul suo conto. Per alcuni pareva che ci fosse
di mezzo una donna, altri invece si dicevano sicuri che non era vero niente.
Tutti però concordavano sul fatto che Rosa, la moglie, fosse uscita di senno.
Si diceva che avesse paura dei ladri e per questo motivo si barricava dentro
casa. Talvolta si rifiutava di aprire la porta perfino a suo marito, il quale,
meschino, si vedeva costretto a procurarsi un altro letto per la notte. Mi
disse che aspettava la cognata di Francavilla, la sorella maggiore di sua
moglie Rosa. Mentre sbuffava, perché secondo lui aveva ben altro da fare che
passare il tempo alla stazione ad aspettare, rammentai per incanto la storia di
Mimì, e mi meravigliai di me stesso per non aver capito subito che l’uomo dei
biscotti Creutzer, doveva essere proprio lui: il mio amico Mario. Il
suo sguardo impaziente, mentre gli parlavo, era rivolto a sud e non staccava
gli occhi dai binari deserti. Guardavo la sua bella testa riccioluta e nera
annuire freneticamente e avevo la spiacevole impressione che non mi ascoltasse.
Fu così, quasi per ripicca, che mi venne il desiderio di soddisfare la mia
curiosità.
«Senti
Mario,» gli domandai senza preamboli, «la mattina fai sempre colazione con i
soliti biscotti?»
Lui
mi guardò spalancando gli occhi, e prima che potesse riaversi dallo stupore
aggiunsi: «Te lo domando perché ultimamente ho dei seri problemi allo stomaco,
soprattutto la mattina…»
Lui
cambiò leggermente espressione, e dopo un attimo d’esitazione mi rispose
semplicemente di sì col capo.
«Bene,
bene,» gli dissi, «devo provarli anch’io!» e lo salutai, lasciandolo solo sulla
banchina a riflettere sul mio precario stato di salute mentale. Giunto
a casa, contrariamente alle mie abitudini, raccontai a mia moglie di avere
incontrato Mario alla stazione e le accennai della storia che avevo sentito
dalla bocca di Domenico. Conoscendo la sua poca propensione ai pettegolezzi, mi
aspettavo un’alzata di spalle e perfino una risata, tuttavia mai avrei
immaginato di scatenare tanto rumore per una simile bazzecola. Invece mi
aggredì senza ritegno e mi ammonì di farmi gli affari miei, pena: incalcolabili
conseguenze e sciagure di ogni tipo. Su quest’ultimo consiglio ero
completamente d’accordo con lei e mi pentii d’avere abbandonato per un momento,
la vecchia e saggia abitudine di tacere.
Perché
mai mia moglie avesse reagito così energicamente a uno stupido pettegolezzo,
era un problema sul quale non mi volevo assolutamente soffermare, e neppure
sentivo il bisogno di domandarmi per quale motivo si fosse tanto adirata sulla
faccenda dei biscotti. Non ne voleva proprio sentir parlare dei portentosi
wafer di produzione tedesca. Approfittai pertanto del suo malumore per uscire
di casa subito dopo cena e senza bisogno di trovare una scusa.
La
stagione estiva era agli inizi e sul lungomare si poteva passeggiare senza il
pericolo di inciampare in sbadati turisti alla deriva, o di essere travolti da
biciclette errabonde e aggressivi risciò. Non avevo una meta precisa, volevo
solo fare quattro passi e rilassarmi, ma era quasi impossibile percorrere quel
viale senza incontrare qualche conoscente. Alcuni li salutai e tirai diritto,
altri finsi di non vederli, ma un mio vicino di casa, coriaceo e testardo,
seduto su di una panchina nei pressi della rotonda, sembrava proprio mi
aspettasse e riuscì in qualche modo a fermarmi.
«Senti,»
mi disse ridacchiando «Hai sentito l’ultima di Mimì?»
«Quale?»
domandai, assalito da un brutto presentimento.
Fortunatamente
si trattava di un’altra storia e approfittai dell’arrivo di una terza persona
per svignarmela. Ero contento di non aver sentito parlare dei famosi biscotti
Creutzer, anche perché temevo che di questa storia si conoscessero già i nomi
dei protagonisti ed io avevo giurato a me stesso di farmi gli affari miei.
Forse la ragione era un’altra, inconfessata, scomoda, e non nascondo che tutte
le volte che pensavo a Mario avevo un tuffo al cuore. Di sua moglie si diceva
che fosse caduta in una sorta di misteriosa e profonda depressione. Con me non
si confidava e ogni volta che gli chiedevo di Rosa, si stringeva nelle spalle e
abbassava il capo.
Poi
avvenne che Berlusconi vinse le elezioni e l’Inter perse un altro scudetto.
Nello stesso periodo mio figlio acciuffò la maturità per i capelli e mio
cognato invece, che di capelli non ne aveva proprio, acchiappò la pensione a
soli cinquantasette anni. Poi l’estate arrivò portando un caldo infernale e un
giorno particolarmente afoso, Rosa si tolse la vita.
La
trovarono i vicini di casa appesa al cordone della tenda del salotto. Il
tappezziere, in quel caso e per fatalità, aveva fatto un ottimo lavoro e ci fu
perfino qualcuno che osò domandare il suo numero di telefono.
Al
funerale non partecipai perché in quei giorni mi trovavo fuori sede per lavoro
ma ricordo che telefonai a Mario per le condoglianze e riuscimmo a parlare
quasi serenamente. Anche la mia signora, con l’arrivo dei primi temporali,
sembrava decisa a sotterrare l’ascia di guerra. Più che altro m’ignorava e quando
smise anche di chiedermi soldi, perché sembravano bastare quelli che gli davo
ogni mese, pensai che fosse arrivato il momento di ricucire il nostro rapporto.
Invece, al ritorno da uno dei miei soliti lunghi viaggi di lavoro, trovai la
casa vuota. Anche mio figlio era scomparso e sul tavolo della cucina trovai un
biglietto con un numero di telefono e poche parole scritte. La calligrafia era
quella inconfondibile di mia moglie.
“Se
vuoi… Chiamami a questo numero!”
Ci
pensai per molte ore, incapace di prendere una decisione, infine, a notte fonda
mi alzai dal letto e presi in mano il telefono:
«Pronto…
Chi parla?» mi rispose un uomo, con la voce impastata dal sonno.
Riattaccai
immediatamente. Maledizione! Era proprio come pensavo, era la voce di Mario.
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