L’automobile
scendeva a valle snocciolando senza fretta le curve sul dorso tortuoso della
collina, illuminando piante d’ulivo cariche di drupe acerbe, vigneti aggrappati
a invisibili fili e campi d’orzo maturo.
L’uomo alla guida le accompagnava con un divertito dondolio delle
spalle, assecondando il volante che pareva riconoscere la strada e rifiutava
sdegnoso alcun aiuto, anticipando, tagliando e disegnando le curve a suo
piacimento.
Dopo
tanti giorni di oblio, Gianni si sentiva finalmente in pace con se stesso.
Era
orgoglioso di avere saputo resistere alla tentazione di bere e si compiaceva di
quello stato di grazia che finalmente non doveva attribuire solo all’alcool
nelle vene. Da
un paio di settimane, forse meno, non eccedeva più come prima e anche quella
sera si era concesso solo un paio di bicchieri… forse tre.
Sì,
l’ultimo era stato quello della staffa, tanto per non dispiacere i nuovi amici;
quelli che chissà perché, ci tenevano tanto che anche lui bevesse. Era sempre
la solita storia, “Chi non beve in compagnia…” sempre la stessa canzone, “Bevi
un altro bicchiere con noi, non te ne puoi andare via così, con l’odio, ci vuoi
offendere per caso?”
Negli
ultimi mesi si era lasciato trascinare colpevolmente in quella situazione senza
reagire e la colpa di tutto era soltanto sua. Gli amici, la compagnia, lui lo
sapeva, erano un alibi al quale aggrapparsi, ma non c’era ragione perché lui si
comportasse così. Forse era stata la noia di tutti i giorni a spingerlo sempre
più spesso fuori di casa. Forse anche per il piacere di bere, perché no… E
proprio adesso che tutto, anche gli affari, sembrava girare per il giusto
verso. No, non se lo sapeva spiegare perché si era cacciato in quel labirinto,
dove l’entrata aveva sempre l’insegna luminosa di un pub, di un bar, o di un
ristorante e l’uscita era un pertugio nascosto in qualche parte del suo
cervello.
Quella
sera, tuttavia, sperava tanto che sua moglie fosse ancora sveglia. Era certo
che se lo avesse guardato in viso, anche lei si sarebbe accorta che non aveva
bevuto e che non era ubriaco. Forse
avrebbero fatto anche l’amore. Sì, si sentiva in grado di poterlo fare e quella
notte non sarebbe finita come tante altre. No, non doveva finire così!
Lei
sentì girare la chiave nella toppa, mentre se ne stava raggomitolata sulla
poltrona in salotto. Guardava un film alla televisione e non si aspettava di
vederlo tornare a casa così presto; ne fu sorpresa ed anche infastidita. Di
solito preferiva farsi trovare già a letto quando lui rientrava a notte fonda,
molto spesso ubriaco fradicio, barcollante e con delle strane idee in testa. Spegneva
la luce ancora prima che la porta si aprisse e fingeva di dormire. Era l’unico
modo di evitare che suo marito si lasciasse cadere sul suo corpo e si addormentasse
sopra di lei, sfinito, dopo aver tentato di spogliarla… inutilmente.
Ma
quella sera Gianni era diverso e arrivò silenzioso alle spalle della moglie, le
scostò delicatamente i capelli dal collo, ma prima che le sue labbra potessero
sfiorare la sua pelle delicata e profumata, lei si ritrasse energicamente.
«Hai
bevuto!» disse alzandosi di scatto in piedi e guardandolo fisso negli occhi.
«Lo sento dall’odore, non negarlo!»
Sbigottito,
con le mani protese verso di lei, incapace di parlare Gianni balbettò: ma no
che dici...
Lei
non stette ad ascoltarlo e scappò in camera da letto. Umiliato e senza parole,
Gianni si ritrovò senza rendersene conto con la faccia illuminata dentro il
frigorifero a cercare disperatamente qualcosa da bere.
Una
cosa qualunque, sentiva il bisogno straziargli lo stomaco e in quel momento
avrebbe dato l’anima per una goccia di alcool. In
casa non c’era nulla di simile, anche la birra era finita. Freneticamente
cominciò a rovistare in tutti i posti della cucina spalancando le ante degli
armadietti, cercando perfino nei cassetti e nei posti più impensati. Rovistò
tra i pacchi di pasta, tra i barattoli di pelati, sottaceti e di marmellata.
Improvvisamente si ricordò che da qualche parte doveva pur esserci ancora una
bottiglia di nocino nostrano, un liquore che qualcuno aveva portato in casa
prima di Natale.
Sua
suocera? Sì, adesso lo ricordava, ma… dove l’aveva messa? Dove
era finita quella maledetta bottiglia? Non se lo ricordava, o forse l’aveva
nascosta sua moglie… quella stronza! La
odiava in quel momento, ma soprattutto era profondamente deluso di se stesso e
non si perdonava di avere creduto che le cose potessero cambiare così in
fretta. Cercò
inutilmente ancora quella piccola bottiglia in tutti gli angoli della cucina e
del salotto e alla fine si accasciò stremato sulla poltrona e pianse. Prima
silenziosamente a lungo, poi singhiozzò a dirotto e temette che lo stomaco
assetato gli ingoiasse anche il cuore. Quando
le lacrime cessarono, senza nemmeno rendersi conto del tempo che aveva
trascorso sulla poltrona e di che ora fosse, si chiuse dentro il bagno e
s’infilò sotto la doccia. Lasciò scorrere sul suo corpo l’acqua bollente, sin
quando sentì che il respiro gli era tornato quasi normale. Poi
si asciugò, senza fretta. Si spalmò sul viso la crema da barba e cominciò a
radersi con molto impegno, accuratamente. La concentrazione su quei gesti
meccanici lo aiutava a distendere i nervi e gli impediva di riflettere. Non
pensare! In quel momento non desiderava altro.
Si
profumò con il dopobarba che lei gli aveva regalato per Natale. Asciugò i
capelli e si pettinò a lungo. Dopo aver indossato un pigiama pulito, ebbe
finalmente il coraggio di guardarsi dentro lo specchio e si sorprese di vedere
sul viso rasato e pulito la piega di uno strano sorriso.
«Imbecille!»
si disse guardandosi meglio nello specchio e cercando di assumere
un’espressione più seria e composta.
«Perché
ridi? La tua è stata solo fortuna… Per puro caso non hai trovato nulla da bere,
altrimenti… ora… Non saresti nemmeno qui a guardare la tua stupida faccia.»
«Che
ridi?» ripeté un’altra volta a voce alta, rivolto a quel tale dentro lo
specchio che lo osservava con un’espressione beffarda. Il tipo indossava un
pigiama identico al suo e aveva lo stesso naso, si passò la mano tra i capelli
con un gesto consueto, lo guardò dritto negli occhi e scomparve.
«Dove
hai messo quella maledetta bottiglia di nocino!» ringhiò a denti stretti ai
piedi del letto e serrando i pugni con fare minaccioso. Gianni non era mai
stato un violento, ma in quell’attimo lei ebbe paura di quello sguardo deciso e
senza farselo ripetere gli indicò l’armadio.
Non
ebbe neppure bisogno di frugare molto per trovarla. Prese la bottiglia che gli
parve subito più piccola di quanto ricordasse, la portò in cucina, la depositò
sul tavolo e poi si sedette di fronte. Fissava il liquido giallognolo con gli
occhi sbarrati, senza battere ciglio e lo spazio tra il suo volto e il collo
della bottiglia era breve ma colmo di cattivi presagi.
Gli
sarebbe bastato chiamando. Era solo il suo nome, non diceva altro, ma quella
voce, incerta e spaventata bastò a non farlo sentire più solo in quella
partita, che si stava mettendo maledettamente male per lui. Gli venne l’impulso
di finirla subito svuotando il contenuto nel lavandino, ma capì che sarebbe
stata un’altra mezza sconfitta, allora la prese tra le mani, la soppesò e senza
fretta la depose sullo scaffale. Prima
di raggiungere sua moglie entrò di nuovo in bagno; aveva ancora una cosa da
fare, altrimenti sentiva che non sarebbe riuscito a prendere sonno.
Si
pose davanti allo specchio guardandosi attentamente e solo quando fu sicuro che
sul volto fosse scomparso quel sorrisetto strano, si decise ad andare a letto.
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