La
moglie di Romolo il meccanico, anche detto il “governo”, per la sua proverbiale
avversione a tutti quelli che comandavano a Roma, bianchi, rossi o neri che
fossero, la notte di Santa Lucia mise al mondo due gemelli maschi: uno scuro
come il carbone e l’altro candido come lo zucchero.
«É
un segno della Santa!» disse Agnese, la madre della sposa. «Un regalo del
cielo.» aggiunse con gli occhi rivolti all’insù e le mani giunte.
«Quella
poveretta era cieca!» ribatté la suocera. «Si sarà sbagliata.»
«Sarai
contento, adesso?» fece invece uno tra quelli che menava grandi pacche sulle
povere spalle di Romolo. «Hai già due femmine, ora è pari e patta… puoi anche
chiudere la bottega.»
Il
paese quella mattina si svegliò con la notizia che Giovanna aveva dato alla
luce due gemelli: il primo scuro come il marito Romolo e l’altro biondo come…
«Come
chi?» si domandarono tutti i paesani, sottovoce.
Romolo
consumò l’intera nottata passando in rassegna parenti stretti e alla lontana,
senza riuscire a scovarne uno nella memoria con la chioma bionda. Anche nella
famiglia di Giovanna si dovette risalire a una prozia morta giovane di
spagnola, per trovare un antenato dalla pelle così chiara.
Se
si escludeva l’Agnese, nessuno ricordava quella bambina da viva. Di lei restava
soltanto una fotografia ingiallita, che lasciava ancora qualche dubbio sul
colore dei capelli e degli occhi.
«Bionda?»
domandò l’altra nonna, guardando la foto sbiadita, «Forse sì, ma brutta come il
peccato, poverina. Pace all’anima sua, speriamo proprio che il nostro
angioletto da grande non assomigli a questa qui».
Fu
così che per accontentare le due nonne, si decise di chiamare Angelo Lucia il
bambino dalla pelle chiara, mentre il primogenito, quello più scuro, si dovette
accontentare di un nome meno soave, Gioacchino, in memoria del nonno paterno,
scomparso da lungo tempo.
Romolo
intanto, che non aveva nessun motivo per dubitare dell’onestà della moglie,
dopo aver cercato inutilmente di addossare la responsabilità civile e morale
del fatto al presidente della repubblica, poiché padre putativo della patria e
di tutti gli italiani, si mise ben presto il cuore in pace e non tornò mai più
sull’argomento.
Anche
le nonne se ne andarono alla chetichella, poverine, da un giorno all’altro
senza fiatare e senza riuscire a vedere i gemelli indossare il grembiulino
della scuola. Già a quel tempo si stentava a credere che i gemelli fossero
soltanto fratelli. Più diversi tra loro non potevano essere e anche nel
carattere non si assomigliavano per niente. Gioacchino era schivo, corto di
gamba, tarchiato, cocciuto e scuro di pelle come il padre, mentre l’altro aveva
gli occhi colore del cielo di primavera e non stava mai zitto. Inoltre Angelo
Lucia era più alto e mingherlino del fratello e molti lo scambiavano per una
femminuccia, non soltanto per i lineamenti gentili del volto ma anche per la
testa piena di riccioli, di un biondo che non si era mai visto. Anche la pelle
era pallida e delicata come…
«Come
chi?» si domandavano sottovoce sempre le stesse persone di prima.
«Non
è albino!» disse il medico che lo visitò per primo. «È così di natura e non è
grave. Tenetelo all’ombra e non ci saranno problemi.»
E
problemi grossi non ce ne furono davvero per i gemelli. Gioacchino diede un
calcio alla cartella subito dopo la quinta elementare, ci prese gusto e finì
per correre in mutande dietro ad una palla di cuoio, prima per gioco e poi per
conto di una squadra di provincia. Poi si arruolò nell’esercito e continuò a
correre anche nel Kossovo, questa volta in tuta mimetica e non per
divertimento, ma per pararsi il culo.
Angelo
Lucia invece, vezzeggiato, coccolato e trattato dalle donne di casa come una
pigotta, continuò gli studi e senza fatica riuscì persino a ottenere il diploma
di ragioniere. Le sorelle per contro dovettero impegnarsi a fondo per trovare
uno straccio di marito e quando se ne andarono di casa, lo lasciarono che stava
giusto pensando cosa fare della propria vita.
«Potrebbe
fare il meccanico» propose Romolo, che non disperava ancora di vedere l’ultimo
dei suoi figli mettere piede nell’officina e di continuare la sua attività.
«Non
è un mestiere adatto a lui» lo zittì sua moglie, che si aspettava grandi cose
da suo figlio, bello come il sole. Poi passarono tanti anni senza che Angelo
Lucia riuscisse a trovare un impiego qualunque.
Finché
un giorno Giovanna annunciò con le lacrime agli occhi che il suo ragazzo, che
da poco aveva compiuto i trent’anni, se ne andava purtroppo da casa.
«Ha
trovato un lavoro!» disse Giovanna.
«E
che mestiere fa?» domandò Romolo a gran voce per la sorpresa, e più in sordina
i soliti di sempre, senza peraltro ottenere risposta.
***
Seduto sulla panchina, Romolo incominciava a sentire un gran freddo ma, nonostante la nebbia cominciasse a salire e l’orologio all’angolo della via segnasse quasi la mezzanotte, era ancora deciso ad aspettare. Anche tutta la notte, si era detto, dopo aver suonato inutilmente al campanello della casa di suo figlio. Per ingannare l’attesa e il freddo, ogni tanto beveva un goccetto di vino direttamente dal fiasco che si era portato da casa e ricordava il passato: precisamente il giorno in cui Angelo Lucia aveva fatto le valigie per trasferirsi in città. Vado a casa di un amico, disse la prima volta. Poi traslocò in casa di un altro, poi di un altro ancora e di casa in casa si perse il conto delle abitazioni, finché, dopo qualche annetto, il figliol prodigo si presentò al paesello rivestito di tutto punto e con un’automobile nuova fiammante sotto il culo. Quel giorno sì, che per le sorelle e la Giovanna, fu un momento di grande gioia.
Era
passato molto tempo da allora, ma lui ricordava benissimo quel momento, e la faccia
di tutti i paesani che chissà perché, invece di congratularsi con lui, avevano
smesso persino di sfotterlo e di domandare che mestiere facesse suo figlio. Romolo
invece voleva sapere come si guadagnasse da vivere Angelo Lucia, ma non
riceveva che risposte vaghe. Gli dissero che trafficava nel campo della moda ma
sarto non era. Poi sentì dire che faceva l’acconciatore ma parrucchiere
nemmeno. Forse faceva il maggiordomo, il cameriere, il cuoco e forse…
«Forse
ha vinto alla lotteria!» disse qualcuno tra i soliti di sempre, uno che aveva
tanto a cuore le sorti di Angelo Lucia.
E
dalla bocca di uno di questi, si seppe invece che il figlio del governo era
finito in mezzo a una strada.
«Mio
figlio in mezzo a una strada?» domandò Romolo incredulo. «In che senso?!»
aggiunse, preoccupato al tempo stesso.
Era
arrivato, tuttavia, il momento di vederci chiaro e senza altri indugi, deciso a
scoprire la verità una volta per sempre, Romolo era partito per la città.
Non
fu facile per lui rintracciare l’indirizzo e ancora meno trovare il coraggio di
premere il pulsante del campanello. In fondo aveva provato un certo sollievo
nel trovare la casa vuota. Non gli dispiaceva aspettare, anzi, quell’attesa gli
sarebbe servita per fare il punto della situazione e ragionare con calma.
Il
freddo però si era fatto pungente ed era già passata la mezzanotte, senza che
ancora nessuno si fosse avvicinato al cancello di ferro battuto che dava
accesso al piccolo giardino. Pochi metri quadrati di verde, che senza dubbio
valevano una fortuna. Forse la casa non era nemmeno sua, e forse era
semplicemente in affitto. Certo quella era una zona della città molto cara e
non tutti potevano permettersi un’abitazione da quelle parti.
Poco
prima dell’alba due fari illuminarono una sagoma immobile sulla panchina dei
giardinetti, poi il motore, dopo un ultimo sussulto tacque e la luce si spense.
Dalla vettura uscì un’ombra flessuosa, agile e snella, che con passo deciso si
diresse verso il cancello della villetta. Un click metallico risuonò per la via
deserta e mentre Romolo, confuso e stralunato per la barbera, intorpidito dal
freddo e assonnato, osserva la scena senza battere ciglio: una bionda
stratosferica scomparve velocemente dietro il portoncino bordeaux
dell’ingresso. Romolo
cercò di scrollarsi dalla stanchezza infinita che gli paralizzava le membra,
aveva il cuore in gola e nella testa una grande confusione. Spalancò gli occhi
incredulo e si domandò se quello che aveva visto, fosse realtà o soltanto un
sogno. Una finestra della villetta s’illuminò fugacemente e dietro le tende
intravide il profilo di una figura che adesso sì, gli era familiare.
Il
governo a quel punto raccolse tutte le forze residue, si rialzo in piedi e dopo
essersi sgranchito le gambe, si allontanò brontolando: «Aveva ragione la mia
mamma, Santa Lucia è cieca.»
Attraversò
la strada con passo deciso, ma si fermò al primo lampione per accendersi una
sigaretta. Indugiò
ancora con gli occhi rivolti alla finestra illuminata, poi riprese il cammino,
ma questa volta senza fretta. Sembrava indeciso e meno risoluto ad allontanarsi
da quella casa. Respirò le ultime boccate avidamente. Gettò la sigaretta
lontano sempre rivolto alla casa dalle finestre illuminate. Un brivido gli
percorse la schiena, scrollò il capo e lentamente ritornò sui suoi passi.
«’fanculo!»
si disse davanti al cancello, «Forse aveva ragione anche mia suocera!»
Aggiunse, mentre trovava il coraggio di suonare il campanello.
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