Quando Mario mi presentò Maurin, eravamo solo all’inizio della stagione: sul lungomare circolavano frotte d'anziani con le tasche vuote, lungagnoni pallidi dell’est vagavano senza meta con la bocca cucita, convinti che anche respirare fosse troppo caro e, soprattutto, il mio ristorante andava di merda.
«Che vuoi?» gli dissi, buttando gli occhi sulla giovane magrolina al suo fianco.
«Niente, passavo da queste parti e volevo salutarti.»Anche la sua faccia non prometteva niente di buono. Gli occhi erano cerchiati di rosso e la voce impastata di sonno e sigarette. Aveva il collo della camicia sgualcito, la cravatta di traverso, la barba del giorno prima e tutto mi diceva, anche il suo odore di whisky, che aveva passato l'intera notte al night.