«Vai, vai, vai, bandito, vai, non ti fermare…»
Ogni tanto sbandiamo, cerco di evitare le buche sulla strada bianca e più di una volta rischiamo di finire nel fosso. Il mio amico ride, è contento, ha solo due anni più di me e il padrone della cascina gli ha già promesso che quando finisce la scuola lo mette sul trattore. Roberto dice che studiare è tempo sprecato. Da grande vuol fare il macellaio come suo fratello Renato che ha fatto solo la terza elementare e adesso ha una macelleria tutta sua.
Ti accorgi che sei vicino al fiume,
anche se non lo vedi, quando la strada si disperde sotto i pioppi e a un certo
punto scompare del tutto tra ciuffi di gramigna e le ruote sprofondano nella
sabbia. L’ultimo tratto lo facciamo a piedi, poi lasciamo la bicicletta al
solito posto, accanto alle due bici rosse con il cambio Campagnolo dei gemelli
Carioni. Il loro papà ha l’officina e sono ricchi. Uno dei due parla sempre,
mentre l’altro, non dice mai nulla. Fa sempre segno di sì con la testa, e non
si allontana mai dal fratello. Roberto dice che è un po’ strano perché è
rimasto troppo tempo da solo nella pancia della mamma e si è spaventato. Non
voleva più uscire e l’hanno dovuto tirare fuori per i piedi, tant’è vero che
dei due è il più lungo. Poi c’è la Bianchi nera di Luigi che è uguale alla mia,
ma da uomo, cioè con la canna. Le più vecchie e scassate sono quelle di Angelo
e di suo fratello Gianni. Ci sono anche Adriano e Luciano, che della banda sono
i più grandi, e fanno già le scuole medie.
«Te non ti muovere di qui!» mi ordina
Roberto. «Fai la guardia alle biciclette e non ti allontanare da quel
pescatore, hai capito?»
Sono contento di non dover fare il
bagno. Non so ancora nuotare. Senza contare che l’acqua è sempre fredda e poi a
me piace guardare quelli che pescano. Il primo pescatore che sta acquattato tra
i cespugli della riva ha una canna lunghissima e tutta l’aria di uno che prende
molti pesci. Guardo ancora un’ultima volta Roberto
mentre si allontana a piedi nudi sui ciottoli infuocati dal sole di luglio, poi
mi siedo tranquillo sulla riva. L’acqua in quel punto è torbida, profonda e
ferma. Il pescatore mi guarda un po’ di
traverso ma non parla. Sto zitto anch’io. Sono piccolo, ma lo so da me che non
si deve fare casino, altrimenti i pesci scappano.
Tengo gli occhi puntati sul pelo
dell’acqua, proprio dove ha gettato l’amo ma non succede nulla. Dopo un tempo
lunghissimo mi distraggo a guardare una lucertola, quando ritorno con gli occhi
sul galleggiante, la cima sottile della canna è tutta piegata in avanti. Da
come è tesa, si capisce subito che il pesce sott’acqua dev’essere bello grosso.
«Passami il retino!» grida il
pescatore. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Forse sta parlando proprio con
me.
«Quello lì!» strilla ancora,
allungando il collo. «Dai, muoviti! Sei sordo?»
Non l’avevo mai visto un retino così
grande, pensavo servisse a prendere le farfalle e invece... Alla fine mi decido
e glielo allungo dalla parte del manico.
«Che pesce è?» domando, quando tutto
è finito.
È una carpa, ma una così grossa non
l’avevo mai vista da vicino. Il pescatore infila un altro verme sull’amo. Gli
tremano le mani per l’emozione, e anche la voce:
«Come ti chiami?»
Io gli rispondo subito. Gli ripeto il
mio nome ma lui non mi ascolta. Sta guardando da un'altra parte. Adesso sento
anch’io delle voci. Qualcuno sta gridando. Altre grida arrivavo dal greto del
fiume e si vede tanta gente correre nella stessa direzione. Stanno urlando
aiuto, aiuto... Forse si stanno picchiando, forse giocano a fare i cretini… Non
ho ancora capito bene cosa sia successo, ma sono spaventato e penso solo a
correre verso il posto delle biciclette.
«Andèm, andèm…» ripetono i primi che
arrivano. Sono senza fiato. Hanno il viso pallido e la paura negli occhi. Però
non dicono altro, e anche loro pensano solo a scappare.
«Cos’è successo?» Domando a Roberto
che arriva di corsa con gli zoccoli in mano «Taci e monta sulla sella!» risponde
con un filo di voce. «Dai, dai, svelto! Però questa volta pedalo io.»
I gemelli sono già avanti di molto. Un po’ più indietro, Luciano e Adriano che pedalano appaiati; parlano fitto fitto e ogni tanto strillano. Quando arriviamo all’incrocio con la provinciale, Angelo con suo fratello Gianni prendono un’altra strada. Si allontanano senza salutare e dietro di noi non c’è più nessuno. Roberto pedala senza fare fatica. Non sbanda e se lui non parla sto zitto anch’io. Faccio sempre quello che fa lui e niente domande; tanto l’ho capito perché piange, e anche se non me lo dice, io lo so di chi è la bici nera che è rimasta là, sotto i pioppi.
Fine
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