martedì 18 gennaio 2022

LA BICI NERA



Mio padre dorme sull’ottomana, mentre io leggo un Tex Willer sdraiato sotto il tavolo: il posto più fresco di tutta la casa. Ascolto lo sbuffo che emette con la bocca ogni tre secondi. Mi ricorda lo sfiato del pallone di plastica finito sopra il cactus: l’unica pianta grassa dell’aiuola in cortile. Era una palla da quattro soldi, ma me l’aveva regalata proprio lui, per la festa della Madonna del Bosco. Da allora non ho più avuto un pallone tutto mio. Adesso gioco con quello degli altri. Mi ha promesso una bici col cambio ma dice che sono ancora troppo piccolo per certe cose.
«Usa la bicicletta di tua madre.» dice sempre. «È senza canna e per quella sei grande abbastanza!»
“Dobbiamo andare! Presto… non c’è tempo da perdere: Piccolo Falco è in pericolo.»Tiger Jack è il primo a balzare in sella al suo mustang, seguito da Aquila della notte. Speriamo che non sia successo nulla di grave a Lilith.» dice, Tex Willer…

 È a quel punto della storia che dal cortile arriva il fischio di Roberto. Lo sente anche mia madre che sta lavando i piatti in cucina.
«Dove vai a quest’ora?» strilla, ancora prima che io possa infilarmi gli zoccoli. «Mettiti il cappello e non uscire dal cortile.»
Per lei invece sono sempre piccolo. Sono ancora il suo fiulìn, e per il mio amico che mi aspetta sotto il portico, soltanto un pisciasotto. Lui mi chiama in tanti modi: pastina - crapa gialda - bandito – anche con un fischio, ma mai con il mio nome di battesimo. 
«Vai a prendere la bicicletta!» dice, quando mi vede arrivare.
È un ordine. Di solito ubbidisco senza protestare ma questa volta azzardo una domanda:
«Perché?»
Mi guarda con disprezzo, stringe i pugni e ripete minaccioso:
«Perché la domenica si va tutti al fiume! Te lo sei dimenticato?»
Ho paura. Mia mamma non vuole che vada a fare il bagno nell’Adda, e se lo scopre mio padre mi riempie di botte, ma… 
Provo a fargli cambiare idea con la prima scusa che mi viene in mente:
«Non posso… Ha le gomme a terra.»
«Cosaaa?» mi urla in faccia. «Te le gonfio io a calci nel sedere se non ti muovi.»
Inutile discutere con Roberto. Lui è il mio capo, lui è Tex Willer, Toro Seduto, Cocis, Robin Hood, Maciste, Sansone ed Ercole messi insieme. Ho più paura di lui, anche se non mi ha mai toccato neppure con un dito, che della cinghia di mio padre. Io pedalo in piedi e lui sta sulla sella a gambe larghe e si aggrappa alle mie spalle. Finge di essere a cavallo e mi frusta con il cappello.
«Vai, vai, vai, bandito, vai, non ti fermare…»
Ogni tanto sbandiamo, cerco di evitare le buche sulla strada bianca e più di una volta rischiamo di finire nel fosso. Il mio amico ride, è contento, ha solo due anni più di me e il padrone della cascina gli ha già promesso che quando finisce la scuola lo mette sul trattore. Roberto dice che studiare è tempo sprecato. Da grande vuol fare il macellaio come suo fratello Renato che ha fatto solo la terza elementare e adesso ha una macelleria tutta sua.

Ti accorgi che sei vicino al fiume, anche se non lo vedi, quando la strada si disperde sotto i pioppi e a un certo punto scompare del tutto tra ciuffi di gramigna e le ruote sprofondano nella sabbia. L’ultimo tratto lo facciamo a piedi, poi lasciamo la bicicletta al solito posto, accanto alle due bici rosse con il cambio Campagnolo dei gemelli Carioni. Il loro papà ha l’officina e sono ricchi. Uno dei due parla sempre, mentre l’altro, non dice mai nulla. Fa sempre segno di sì con la testa, e non si allontana mai dal fratello. Roberto dice che è un po’ strano perché è rimasto troppo tempo da solo nella pancia della mamma e si è spaventato. Non voleva più uscire e l’hanno dovuto tirare fuori per i piedi, tant’è vero che dei due è il più lungo. Poi c’è la Bianchi nera di Luigi che è uguale alla mia, ma da uomo, cioè con la canna. Le più vecchie e scassate sono quelle di Angelo e di suo fratello Gianni. Ci sono anche Adriano e Luciano, che della banda sono i più grandi, e fanno già le scuole medie.
«Te non ti muovere di qui!» mi ordina Roberto. «Fai la guardia alle biciclette e non ti allontanare da quel pescatore, hai capito?»
Sono contento di non dover fare il bagno. Non so ancora nuotare. Senza contare che l’acqua è sempre fredda e poi a me piace guardare quelli che pescano. Il primo pescatore che sta acquattato tra i cespugli della riva ha una canna lunghissima e tutta l’aria di uno che prende molti pesci. Guardo ancora un’ultima volta Roberto mentre si allontana a piedi nudi sui ciottoli infuocati dal sole di luglio, poi mi siedo tranquillo sulla riva. L’acqua in quel punto è torbida, profonda e ferma. Il pescatore mi guarda un po’ di traverso ma non parla. Sto zitto anch’io. Sono piccolo, ma lo so da me che non si deve fare casino, altrimenti i pesci scappano.
Tengo gli occhi puntati sul pelo dell’acqua, proprio dove ha gettato l’amo ma non succede nulla. Dopo un tempo lunghissimo mi distraggo a guardare una lucertola, quando ritorno con gli occhi sul galleggiante, la cima sottile della canna è tutta piegata in avanti. Da come è tesa, si capisce subito che il pesce sott’acqua dev’essere bello grosso.
«Passami il retino!» grida il pescatore. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Forse sta parlando proprio con me.
«Quello lì!» strilla ancora, allungando il collo. «Dai, muoviti! Sei sordo?»
Non l’avevo mai visto un retino così grande, pensavo servisse a prendere le farfalle e invece... Alla fine mi decido e glielo allungo dalla parte del manico.
«Che pesce è?» domando, quando tutto è finito.
È una carpa, ma una così grossa non l’avevo mai vista da vicino. Il pescatore infila un altro verme sull’amo. Gli tremano le mani per l’emozione, e anche la voce:
«Come ti chiami?»
Io gli rispondo subito. Gli ripeto il mio nome ma lui non mi ascolta. Sta guardando da un'altra parte. Adesso sento anch’io delle voci. Qualcuno sta gridando. Altre grida arrivavo dal greto del fiume e si vede tanta gente correre nella stessa direzione. Stanno urlando aiuto, aiuto... Forse si stanno picchiando, forse giocano a fare i cretini… Non ho ancora capito bene cosa sia successo, ma sono spaventato e penso solo a correre verso il posto delle biciclette.
«Andèm, andèm…» ripetono i primi che arrivano. Sono senza fiato. Hanno il viso pallido e la paura negli occhi. Però non dicono altro, e anche loro pensano solo a scappare.
«Cos’è successo?» Domando a Roberto che arriva di corsa con gli zoccoli in mano «Taci e monta sulla sella!» risponde con un filo di voce. «Dai, dai, svelto! Però questa volta pedalo io.»

I gemelli sono già avanti di molto. Un po’ più indietro, Luciano e Adriano che pedalano appaiati; parlano fitto fitto e ogni tanto strillano. Quando arriviamo all’incrocio con la provinciale, Angelo con suo fratello Gianni prendono un’altra strada. Si allontanano senza salutare e dietro di noi non c’è più nessuno. Roberto pedala senza fare fatica. Non sbanda e se lui non parla sto zitto anch’io. Faccio sempre quello che fa lui e niente domande; tanto l’ho capito perché piange, e anche se non me lo dice, io lo so di chi è la bici nera che è rimasta là, sotto i pioppi.

Fine

Nessun commento:

Posta un commento