martedì 18 gennaio 2022

NEBBIA D'AUTUNNO



L’estate era arrivata di soppiatto e con prepotenza mi aveva spogliato, spremuto e prosciugato anche le ultime speranze di una rapida guarigione. Sfrattato dal mio letto fui relegato giorno e notte sul balcone a boccheggiare tra i gerani, in compagnia del cane e un canarino spento che, infastidito della mia presenza, si rifiutava di cantare. Mai avevo odiato tanto la mia casa, la mia città, il sole, il cielo, la luna, le stelle e tutte le persone che intorno a me ansimavano, sbuffavano e con le loro attenzioni mi soffocavano. 

Allo stremo delle forze, sfinito e incarognito, con sottile piacere accolsi il fragore dei tuoni, il bagliore dei lampi del primo e devastante temporale d’agosto. In settembre, finalmente, respirai avidamente il primo alito di aria fresca e, soltanto verso la fine del mese di ottobre, all’ora di pranzo di un giorno che era iniziato perfino con un raggio di sole, sulla città calò repentina la prima nebbia d’autunno. Verso sera la nebbia era già così fitta che dalla mia finestra potevo vedere solo i bagliori dei lampioni sulla strada. Davanti a quella spessa cortina grigia, con la punta del naso appiccicata al vetro, avevo la netta sensazione che i rumori della strada faticassero a salire fino al terzo piano.
Prima di cena, tuttavia, per abitudine e soprattutto per rispetto nei confronti del mio cane, sfidando le pessime condizioni atmosferiche uscii di casa per la solita passeggiata. Ron, il mio cagnolone nero, si comportava normalmente e, per nulla impressionato dalla scarsa visibilità, sgambettava a testa bassa nell’unico spazio verde della zona. Poco lontano da noi, sotto i portici del centro, i più fortunati della città prendevano parte compiaciuti al rito dell’aperitivo e si preparavano al ponte di Ognissanti. Altri, meno fortunati e stipati dentro i tram, si lasciavano trascinare verso casa senza protestare, indifferenti per la nebbia sempre più fitta. La visibilità si era ridotta a pochi metri e nonostante ciò, non avevo ancora sentito un solo commento di disappunto per quella situazione incresciosa. Anche il traffico, inspiegabilmente, si muoveva con la solita frenesia di sempre ed era come se i miei concittadini al volante avessero deciso, per una volta tutti d’accordo, di farsi beffe della nebbia ignorandola. 
«Ha visto che roba?» Dissi al portiere, mentre aspettavo l’arrivo dell’ascensore. 
«Cosa vuole che sia!» mi rispose lui stringendosi nelle spalle «È sempre così quando tolgono l’ora legale. Le giornate si accorciano e subito fa notte.» 
Poi scrollò la testa canuta, allargò le braccia e si allontanò brontolando e gesticolando alla sua maniera. 
«Non farci caso» sussurrai al mio cane che aveva percepito il mio disappunto e guaiva per solidarietà. 
«È sordo come una campana!» aggiunsi, premendo il tasto del terzo piano. 
Ron mi degnò di uno sguardo pieno di rassegnazione, lasciandomi nel dubbio che anche lui mi avesse frainteso. Negli ultimi tempi, ahimè, c’erano state delle incomprensioni anche tra di noi, ma il mio affetto per Ronny era rimasto immutato. Il solo della famiglia che, durante la malattia, non mi avesse fatto sentire prima prezioso e poi ingombrante, amato e sopportato allo stesso tempo. L’unico al mondo che mi guardasse ancora con gli stessi occhi di prima… Prima che mi ritrovassi tra le mani, quasi per caso, il risultato di certi esami clinici che stentavo credere mi appartenessero.
“Niente di grave!” si era detto. “Roba di poco conto. Nulla di cui preoccuparsi veramente.” 
Era solo un sospetto, un leggero dubbio, ma sufficiente a farmi vivere il resto dei miei giorni appeso a un filo di speranza, di ricordi e di rimpianti. 
Quando aprii la porta di casa, trovai mia moglie piantata nell’ingresso che mi guardava in modo strano. Per un attimo pensai che fosse delusa perché non mi ero perduto nella nebbia, ma mi dovetti ricredere: protestava perché mi ero dimenticato di comperare il latte. Ascoltai in silenzio il suo brontolio garbato e sommesso, più vicino alla compassione, che all’amore di un tempo. 
A tavola, per non fare la figura del solito rompiscatole, decisi di evitare accuratamente ogni riferimento al tempo. Tuttavia, non dovetti attendere molto per avere la prima conferma al sospetto di essere la vittima, se non di un complotto, certamente di uno scherzo di cattivo gusto.  Mia moglie, infatti, manifestò apertamente di avere una gran voglia di gelato alla frutta. La sua proposta di uscire dopo cena per una passeggiata in centro fu accolta dalle mie tre figlie con entusiasmo. 
«Buona idea» aggiunse con entusiasmo il mio primogenito. «Verrei volentieri anch’io… Ma questa sera non posso: aspetto un amico che arriva da Lodi…» 
«Da Lodi?» Azzardai, timidamente, sollevando l’indice. «Ma… Forse… da quelle parti la…» 
«Arriva in treno!» mi risposero tutti in coro, prima che potessi completare la domanda. 
Non trovai il coraggio di protestare e, nonostante mi sfuggisse ancora il lato divertente di quella messa in scena, decisi di tacere. 
Per altri due giorni la nebbia gravò sulla città, senza l’accenno di una schiarita neppure nelle ore centrali della giornata. Di questo fatto straordinario non ne fece cenno nemmeno la televisione e grande fu la mia delusione, perché avrei tanto voluto vedere la faccia di mia moglie, quella dei miei figli, quella del portiere e di tutti gli altri, di fronte alle dichiarazioni inconfutabili del Meteo. Invece non successe nulla di tutto questo.  Inspiegabilmente la nostra città, anche l’intera regione sembrava scomparsa nel nulla. 
Finché, la sera del quinto giorno, nella solitudine del mio studio, stanco di leggere, abbandonai il libro sulle ginocchia e solo allora mi accorsi che dalle fessure delle finestre filtrava uno spiffero di fumo bianco, soffice, impalpabile, inodore. Ben presto però mi accorsi che non era fumo. Era la nebbia che si espandeva e cercava nuovo spazio. Provai l’istinto di abbandonare la stanza e di chiedere aiuto ma, paralizzato e frastornato dalla paura, rimasi impietrito di fronte a quello strano fenomeno. Lenta ma inesorabile, la nebbia che avevo tentato inutilmente d’ignorare, adesso stava invadendo completamente la stanza e dissolveva tutti gli oggetti intorno a me. Non distinguevo più l’orologio, i quadri appesi alle pareti, i libri sugli scaffali e anche il mio cane sembrava scomparso. 
“Dov’è finito il mio Ron?” 
“Perché non abbaia?” 
Che cosa sarebbe successo, mi domandavo, se qualcuno fosse entrato in quel momento nella stanza. Forse me lo auguravo ancora, ma avrebbe certamente riso di me, si sarebbe preso gioco delle mie paure e poi mi avrebbe ancora compatito. 
Questo no! Non doveva più succedere, non l’avrei più sopportato. Molto meglio rassegnarsi e affrontare con serenità il proprio destino. 
Infine chiusi gli occhi, sperando ancora che tutto fosse un sogno e, dietro le palpebre, ritrovai d’incanto tutti i colori di un mondo che avevo dimenticato. Rividi l’immenso azzurro del cielo di primavera della mia infanzia e subito mi vennero incontro gli infiniti gialli delle vigne in autunno e le calde sfumature delle terre, il verde dei prati e rividi il mare al tramonto e riconobbi il profilo candido delle mie montagne. Che stupido ero stato, pensai, finalmente sereno e libero dalla collera. Avevano ragione loro. Come avevo fatto a non capire che la nebbia era soltanto nella mia povera testa. Sarebbe bastato chiudere gli occhi per capirlo… e poi, adesso che era davvero finita, rivedevo la mia vita intera nello spazio di un ultimo respiro e avevo il solo rimpianto di essere vissuto contento, senza averlo mai saputo.
 Fine


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