La mattina che appiopparono la santità a mio fratello Mario, lo ricordo ancora come fosse ieri, nostra madre ci buttò giù dal letto così presto, ma così presto, che fuori era buio e il gallo dormiva ancora.
«Sbrigatevi!» disse. «Vostro padre finalmente si è deciso e ha promesso di portarci tutti a Caravaggio.»
«Caravaggio?» domandò mio fratello con la faccia schifata, che di natura è sempre stato bastian contrario.
«Sì, oggi è il giorno della Madonna,» rispose la mamma, «una grande festa al Santuario.»
Era domenica, e alla Santa Messa non si poteva mancare, pertanto l’idea non mi parve così peregrina. Mio fratello Mario, invece, non capiva quale fosse la novità, poiché alla fine sempre in chiesa si doveva finire.
Vorrei per brevità e per non tediare nessuno arrivare subito al fatto, ma la memoria mi riporta inevitabilmente anche al viaggio, una delle nostre ultime avventure sulla Seicento di papà. Che la “poverina” soffrisse il caldo per sua natura era noto a tutti, ma ciò che ancora ignoravamo, abitando in campagna e avendola acquistata di seconda mano, era che fosse intollerante anche al traffico e alle code. Arrivati in vista del santuario, per nostra sfortuna e per una svista malandrina, ci imbottigliammo per le strade strette di Caravaggio, dove l’utilitaria cominciò ben presto a tossire e a sbuffare fumi bianchi; tanto da indurre mio padre ad accostare in un praticello, per assisterla in qualche modo e, se non altro, per farla respirare meglio.
Per non perdere l’inizio della Messa decidemmo di proseguire a piedi e di lasciare che la due porte controvento verdolina si riposasse all’ombra dei pioppi. Mio padre, prima di abbandonarla, la benedì a suo modo ripetutamente, mentre la mamma, non osando contraddirlo apertamente in quei momenti e, preoccupata per la vicinanza del campanile, lo assecondava con frettolosi segni della croce e lo invitava sommessamente ad abbassare perlomeno la voce.
Santa Messa cantata, visita alle bancarelle e trattoria prezzo fisso, furono un susseguirsi di piacevoli sorprese per il mio spirito semplice, mentre per mio fratello Mario, glielo si poteva vedere dipinto in volto, una vera sofferenza. Solo le grandi vasche con le enormi variopinte carpe, antistanti al maestoso Santuario, catturarono la sua attenzione. Mentre io e i miei genitori riposavamo sul grande prato, Mario si aggirava lì intorno, incapace di distogliere i suoi occhi dagli enormi baffuti pescioloni.
«Che succede!» esclamò improvvisamente mia madre, alzandosi in piedi di scatto.
Santa Messa cantata, visita alle bancarelle e trattoria prezzo fisso, furono un susseguirsi di piacevoli sorprese per il mio spirito semplice, mentre per mio fratello Mario, glielo si poteva vedere dipinto in volto, una vera sofferenza. Solo le grandi vasche con le enormi variopinte carpe, antistanti al maestoso Santuario, catturarono la sua attenzione. Mentre io e i miei genitori riposavamo sul grande prato, Mario si aggirava lì intorno, incapace di distogliere i suoi occhi dagli enormi baffuti pescioloni.
«Che succede!» esclamò improvvisamente mia madre, alzandosi in piedi di scatto.
«Che vuole tutta quella gente da noi?» aggiunse mio padre.
«Quello è Mario!» gridò mia madre intimorita, riconoscendo suo figlio in quel gruppo di persone che avanza spedito.
«Non è successo niente.» la rassicurò un uomo che reggeva in braccio una bambina di quattro o cinque anni, dai capelli bagnati e avvolta in un grande asciugamano.
«Anzi,» aggiunse, con gli occhi lucidi e la voce rotta, «siamo qui proprio per ringraziarvi, perché è stato questo bambino coraggioso a salvare nostra figlia.» Indicando Mario, che per la vergogna aveva abbassato gli occhi e si lasciava asciugare il viso con un fazzoletto dalla mamma.
«Sì, è vero!» disse un altro. «Ho visto tutto, perché nessuno si era accorto che la bambina era scivolata nella fontana e se non fosse stato per la prontezza e per il coraggio di quel bambino… Non so cosa sarebbe successo.»
Invano Mario cercò di spiegare che dopotutto l’acqua in quel punto non era alta e non era necessario neppure saper nuotare, ma per la confusione che si era creata improvvisamente intorno a noi, nessuno diede ascolto alla sua versione dei fatti.
I due genitori si strinsero calorosamente la mano e subito un applauso esplose come un boato. Volarono pacche sulle spalle, sorrisi a scacciare le lacrime e, quasi per incanto, si materializzarono intorno a noi amici, conoscenti, vicini di casa, e perfino lontani parenti.
Un signore appena arrivato, un tale che sapeva il fatto suo, lo si capiva da come parlava l’italiano, fornì una nuova versione dei fatti. Si scostava dalla prima solo per alcuni particolari insignificanti, ma intorno a lui si fece silenzio e al termine del racconto raccolse il consenso della maggioranza. Più volte dovette ripetere i fatti ricominciando con pazienza da capo per accontentare gli ultimi arrivati ma tra questi, un ometto con l’accento milanese, sentì il dovere di far notare che sul piazzale, là dov’era avvenuto il fatto, si raccontava già un’altra storia.
Allora tutta quella gente ci trascinò nostro malgrado davanti alla facciata della cattedrale, dove ci unimmo ad un folto gruppo di fedeli che commentava l’evento, nel quale mio fratello a stento si riconosceva.
C’era chi lodava il coraggio del bambino. Qualcuno parlò di casualità, di fortuna, perfino di un gesto eroico e, per la prima volta, si sentì parlare dell’intervento della Madonna che aveva guidato la mano del bambino. Un’atmosfera magica si era creata all’ombra della chiesa e una parola ormai aleggiava nell’aria, ancora nessuno aveva trovato il coraggio di pronunciarla ad alta voce, era solo un sussurro, poco più di un bisbiglio, ma rapidamente montò l’euforia e allora si osò parlare esplicitamente di miracolo.
«Non scherziamo con queste cose sacre.» protestò timidamente una donna quasi in lacrime. «Andiamoci piano.»
E la maggioranza era ancora d’accordo che si dovesse parlare di un bel gesto e nulla più, ma arrivava gente da tutte le parti e tra gli ultimi e i meno informati si parlava ormai quasi apertamente d’intervento divino.
Di bocca in bocca la notizia si espanse, prese forma e vita propria e ritornò di nuovo sul prato, dove dei religiosi molto cauti, volevano sentire con le loro orecchie quanto fosse accaduto, prima di esprimere il loro autorevole parere. Cercarono di calmare gli animi, di indirizzare altrove le preghiere, di zittire i più infervorati, ma molti ormai erano quelli che gridavano in coro evviva Mario - evviva Maria.
Nel frattempo, intorno alla fontana, la gente in preda al fervore religioso immergeva le mani nell’acqua e si faceva il segno della croce, s’inginocchiava e pregava, mentre le enormi carpe, ignare del pandemonio che si era formato intorno a loro, nuotavano tranquille nell’immensa acquasantiera.
Il sole si era adagiato sulla cima dei pioppi, quando la Seicento di papà lasciò la provinciale per imboccare la strada bianca che ci portava tutti in cascina. Lungo il tragitto mio padre disse che per il bene di tutta la famiglia e soprattutto di Mario fosse meglio dimenticare l’accaduto. Ma ben presto ci accorgemmo che la notizia purtroppo ci aveva preceduti e, davanti al nostro portone, si era adunata una piccola folla che aveva intonato il rosario.
Allora mio padre, per nulla rassegnato, prima mise in salvo Mario chiudendolo in casa al riparo dai fanatici, poi, a modo suo, si unì al coro delle litanie intonate in onore e gloria di suo figlio. E se non sbaglio e la memoria non m’inganna, anche quella volta il suo canto non sembrava proprio latino, tanto che mia madre, poverina, con il capo chino per la vergogna, lo supplicava con gli occhi di tacere, di abbassare perlomeno la voce davanti alla croce, al prete e alle preghiere di tutto il paese.
FINE
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