martedì 18 gennaio 2022

A QUEL PUNTO DELLA NOTTE



È quasi mezzanotte quando la porta di vetro si spalanca e una coppia male assortita entra nella hall dell’albergo. Lui è un marcantonio con il cranio rasato e lucido, lei uno scricciolo di donna che nasconde il viso dietro un baschetto alla francese di lana rossa e il bavero del cappotto dello stesso colore. Sfoderando un sorriso da cavallo il cliente si avvicina al banco della reception. È alto, dinoccolato e ondeggia anche da fermo. Appoggia le manone sul piano di marmo, dà un’occhiata in giro e poi fa: «Una matrimoniale per un paio d’ore» e ancora prima che io possa rispondere mi rifila un: «Quanto mi costa?» Così sonoro e sfacciato che costringe la donna a nascondersi tra il cardamomo e la dracena dell’ingresso. 

Sono ottanta, signore» gli rispondo con calma. Il nostro non è un albergo a ore, ma ho imparato che è meglio non discutere con i clienti. «Se paga subito, può lasciare la stanza quando desidera.»
È strano. Non protesta. Non chiede nemmeno lo sconto, e non vuole sapere altro. Ha solo fretta di concludere.
«Documenti, prego.» Aggiungo sottovoce, tanto per non sembrare un questurino con la divisa fuori ordinanza.
Riluttante e incerto mi mostra due carte d’identità, insieme a una banconota da cento.
Con un gesto elegante rifiuta il resto, avvicina la faccia equina alla mia, mi fa l’occhietto e dice: «Mi faccia un favore: la signora, non la registri.»
Ho già ringraziato per la mancia, rifiutare a quel punto diventa difficile, e del resto, per un paio d’ore, vale la pena di rischiare: dopotutto un ventino fa sempre comodo.
«Vedrò che posso fare» rispondo con tono rassicurante. Prima che io possa aggiungere altro, il cliente prende la chiave 208, e si avvia veloce verso l’ascensore. In pochi secondi scompaiono dalla mia vista, senza che abbia potuto scorgere il volto della “signora”.
Nell’aria c’è ancora il suo profumo quando allungo il collo sui documenti. È in quel preciso istante che rientrano altri clienti dell’albergo e decidono di sedersi al bar. È gente arrivata dal Belgio per un convegno e non hanno nessuna intenzione di andare subito a letto.
Lavoro di merda! Mi dico convinto. Adesso che potevo sdraiarmi sulla poltrona e schiacciare un sonnellino davanti alla televisione, devo dare retta a quattro idioti che parlano una lingua incomprensibile. Fiammingo, suppongo, perché non riesco ad afferrare il senso di una sola parola, ma sono sicuro che stanno cercando di fare ubriacare un paio di bonazze del gruppo, e la faccenda potrebbe richiedere del tempo, considerata la stazza delle due cavallone.
Lavoro del menga! mi ripeto nel frattempo. Sono portiere di notte solo da qualche mese e, precisamente, da quando il capo ha deciso che ero diventato troppo vecchio per fare il cameriere. 
«Ti sono venuti i piedi a papera e la pancetta» mi disse un giorno. «E poi, chi te lo fa fare alla tua età, di correre tanto? Te lo trovo io un buon posto da seduto.»
Alla mia età? Che stronzo! Ma se mi manca ancora una vita prima di andare in pensione, ammesso che ci arrivi mai a quel traguardo. Però per i piedi a papera e la pancetta non aveva tutti i torti.
Dopo un’oretta, forse qualcosa di meno, e soltanto dopo che i crucchi hanno sloggiato dal bar, mi ritrovo tra le mani il documento della donnina con il caschetto rosso.
Bestia! A momenti mi prende un colpo. 
Non l’avevo riconosciuta, ma adesso non ho dubbi: la foto davanti ai miei occhi è quella di Maria. Una mia vecchia fiamma, anzi, forse l’ultima donna che ancora mi è rimasta nella testa. Forse anche nel cuore ma, dopo quello che mi ha fatto, dopo avermi mollato proprio sul più bello, penso di odiarla ancora un poco.
Cribbio! Sono passati almeno dieci anni dall’ultima volta che l’ho vista, e non sapevo nemmeno che fine avesse fatto. Non immaginavo che un giorno ci saremmo ritrovati sotto lo stesso tetto, ma era destino che ancora una volta a dividerci sarebbe stato un uomo nel suo letto. Non sapevo che si fosse sposata e adesso me la ritrovo qui, nel mio albergo, a letto con l’amante. 
Ebbene sì, la mia Maria aveva quel vizietto, ma gli uomini non li sapeva proprio scegliere e, quest’ultimo, questo spilungone con la faccia da cavallo, è proprio il peggiore di una lunga serie.  
È un brutto colpo e a quel punto sento proprio il bisogno di bere un cicchetto. Di solito non bevo mai in servizio, ma in qualche modo devo pur digerire il rospo.
Al secondo bicchiere, forse al terzo, rinfrancato per niente, anzi distrutto, sento l’arrivo dell’ascensore. Si aprono le porte e dietro appare la testa lucida del cliente della 208.
Ha la faccia di Kojak quando fa il cattivo. Il tipo non parla, ma si capisce che qualcosa è andato storto. Forse è andato in bianco. 
“Vuoi vedere che non ha consumato!?”.
Questo mi passa per la testa, mentre arraffa il documento dalla casella e, senza aggiungere una parola, se ne va lasciandomi di stucco. 
Possibile? mi domando. Che fine ha fatto Maria? Perché non scende? Forse è uscita di soppiatto e non me sono accorto?
È in quel preciso istante che sento il cicalino del telefono; mi precipito davanti alla centralina e sul display appare proprio un bel 208, tondo tondo.
Alzo la cornetta e la sua voce fa: «Mi porti qualcosa di caldo per favore, anche una camomilla va bene.»
«Sì, subito, signora» rispondo, già a corto di saliva.
Forse non mi ha riconosciuto. Mi assale il dubbio ma ho la testa nel pallone e non oso pensare ad altro. In ogni caso mi premunisco, chiudo a chiave la porta dell’ingresso, preparo la camomilla, salgo al secondo piano e busso alla 208.
«Avanti,» fa lei, «È aperto.»
Entro e la trovo sdraiata sul letto. È quasi nuda e mi fa:
«Ma sei proprio tu, fessacchiotto, non facevi il cameriere una volta? Ma guarda il destino: proprio te, dovevo incontrare stanotte?»
Non ci posso credere, mi ha dato ancora del fessacchiotto. Mi tremano le gambe, perché era così che mi chiamava un tempo e solo in certi momenti particolari. 
Mi fissa con gli occhioni spalancati e l’espressione languida. 
Non mi muovo, resto sul posto. 
Vacillo alla vista del suo corpo. 
Sotto la luce diffusa dell’abat jour, con quella vestaglietta trasparente è ancora bella come un tempo e la voglia di saltare nel letto è tanta, ma resisto. Non so che mi prende, di solito calo subito le braghe, non mi faccio pregare in certi frangenti. Invece, appoggio il vassoio sul tavolino, la saluto con un inchino ben impostato, giro sui tacchi, apro la porta ed esco senza un saluto.
A quel punto della notte che, dopo aver udito un urlo e qualcosa di rotto sul pavimento, dopo uno scarto, un leggero sbandamento, dopo un breve ripensamento e proprio mentre mi guardavo nello specchio dell’ascensore, mi sono sentito finalmente un altro.

FINE

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