Sono le prime note di No ordinary love, con la voce calda e sensuale di Sade a colmare il silenzio avvilente di questo Cocktail Bar di periferia. Apro i battenti quando fuori è già buio, aspetto i clienti della notte e solo alle prime luci dell’alba uscirò da questa tana per respirare di nuovo una boccata di aria fresca.
Avrei bisogno di qualcosa con più ritmo per restare sveglio, ma mi devo accontentare degli UB40.
Non ho molta scelta tra i pochi e vecchi CD che la casa mi mette a disposizione.
Il primo cliente entra sul dolce ritmo di, Red...red wine.
«Subito Signore» rispondo automaticamente mentre penso: «Cazzo! Un Manhattan?»
Non ho molta scelta tra i pochi e vecchi CD che la casa mi mette a disposizione.
Il primo cliente entra sul dolce ritmo di, Red...red wine.
«Subito Signore» rispondo automaticamente mentre penso: «Cazzo! Un Manhattan?»
Ci sono, mi dico eccitato. Ognuno ha il suo metodo per ricordare le cose e quello che ho escogitato per farmi entrare nella testa le maledette ricette dei cocktail sembra funzionare.
Per farmi assumere ho detto al mio principale che ho fatto un corso per barman. Naturalmente non è vero, ho lavorato un po’ di tempo in una discoteca e distribuito tra i tavoli orribili drink dai nomi fantasiosi. Tutto quello che so l’ho trovato sui libri e per fare pratica mi esercito quando sono solo al bar.
Sono sicuro che gli ingredienti principali siano il Bourbon e il Vermut rosso. Però ho ancora qualche dubbio. Vado davanti allo stereo e cambio musica per guadagnare tempo. Metto una compilation che va bene per tutte le occasioni. La conosco tutta a memoria, con le canzoni non ho problemi, inizia con David Bowie e poi vengono i Police e dopo i Dire Straits, tutta roba un po’ vecchia che mi fa ancora impazzire.
Lui intanto continua a leggere il giornale sotto il cono di luce. Nel frattempo io apro lo sportello della macchina del ghiaccio e riempio il cestello.
"Massì, tanto ghiaccio!" Mi dico, "facciamogli vedere che non abbiamo paura di sprecarlo".
È ghiaccio secco, non è brodoso e canta quando lo sbatti con energia contro la parete lucida d’acciaio.
Adesso ho tutto nella testa: 2/3 di Whiskey, 1/3 di Vermouth rosso, la ciliegina e… che manca ancora?, mi domando freneticamente.
Mi muovo leggero, elegante. Sfodero il miglior sorriso, prendo il bicchiere da cocktail tipo Martini e lo raffreddo riempiendolo di ghiaccio.
È il bicchiere giusto, non mi frega ‘sto brutto sfigato, si vede che ha la faccia da Campari e soda, ma lui questa sera ha deciso di fare l’americano, e di spendere un deca per un drink che molto probabilmente non ha mai bevuto. Con la pinzetta afferro e lancio velocemente i cubetti di ghiaccio nel mixing glass e poi li faccio ruotare lentamente con il cucchiaino lungo per raffreddare il cristallo. Questo drink non va shakerato, ne sono sicuro, ma manca ancora qualcosa, anche di questo sono altrettanto certo. Scolo il mixing glass fino all’ultima goccia con lo streiner. E’ solo il colino, niente di particolare, ma in italiano suona male e non lo posso chiamare col suo nome; dopotutto sto facendo uno dei più famosi drink al mondo, non una camomilla.
È il turno di Roxanne e la voce di un giovane Sting mi accompagna, mentre controllo nervosamente se davanti a me ho tutto il necessario: la bottiglia del Martini rosso, quella del Canadian e il vasetto con le ciliegine e…
Trovato! Improvvisamente mi sovviene anche il quarto ingrediente. Genio, fortuna, o semplicemente memoria? Non ho tempo per pensare a queste cazzate e mentre ostento indifferenza, vado con lo sguardo alla disperata ricerca della bottiglietta dell’angostura. La vedo, era proprio lì, sotto i miei occhi, dietro la bottiglia del Bourbon che usiamo per fare l’Old Fashioned.
Il cliente intanto non stacca gli occhi dal giornale, invece voglio che mi veda bene, deve sapere che mi sono ricordato di queste due gocce di “sudore” amaro e rosso.
Batto forte sul bancone la piccola bottiglietta e la sollevo esageratamente sul mixing glass per far scendere quelle due perle di radice che si sposeranno con il Vermouth e il Whisky Canadese.
Finalmente il bicchiere scintillante atterra dolcemente sul tovagliolino bianco nello spazio di sei minuti abbondanti, il tempo di due canzoni. Un po' troppo, ma ha il colore dell’ambra ed è perfetto! Quasi come l’inizio travolgente della chitarra di Mark Knopfler in Calling Elvis.
Non posso guardare la sua faccia mentre avvicina le labbra al calice.
Subito dopo entra nel locale il mio capo. Saluta ad alta voce ma abbassa gli occhi.
E’ in ritardo, lo sa e forse è per questo che non mi guarda in faccia. Tuttavia quando s’infila dietro alla cassa non può resistere alla curiosità e lancia un’occhiata veloce verso il nuovo cliente. Dal quel momento in poi le orecchie mi ronzano, non sento più la musica e il tempo inizia a scorrere in modo diverso.
Che ha preso il Signore? Mi domanda.
Un Manhattan! Rispondo con un soffio.
Il capo mi guarda con commiserazione e sospira; so cosa sta pensando, invece il cliente dopo uno spazio di tempo indefinito si avvicina alla cassa e mentre paga incrocio le dita per scaramanzia. Non si sa mai, non credo a queste cose, ma nel dubbio…
Il tipo non dice una parola, sembra se ne voglia andare via così, in silenzio, senza salutare, invece con mia grande sorpresa prima di uscire alza gli occhi, mi cerca con lo sguardo e mi sorride.
«Ottimo drink, complimenti!» Dice a voce alta. Tutti hanno sentito. Anche Gianni si gira e sorride.
Grazie Signore, buonasera Signore. Rispondo con ostentata cortesia, nascondendo la mia faccia soddisfatta alla vista del capo.
Cat Stevens canta Moonshadow, adesso sento di nuovo la musica, e dopo arriverà Stevie Wonder con Superstition, la mia preferita.
È Gianni! Sempre il primo e con lui non ci sono problemi, beve solo Glenlivet e non devi fare altro che fingere di ascoltarlo, mentre parla della sua ex, del lavoro in banca e del Milan. Ripete sempre le stesse cose, è monotono ma gentile, non dà fastidio e non stacca mai gli occhi dal fondo del bicchiere. Il secondo è il suo amico Mario e beve solo ciò che Gianni gli offre, ma almeno lo ascolta e insieme mi lasciano in pace. Il terzo cliente arriva dopo il secondo giro di Whisky. E’ ancora presto: serata grassa! Non lo conosco, si avvicina lentamente al bancone guardandosi intorno spaesato, poi si arrampica maldestro sullo sgabello e finalmente mi fa un cenno di saluto. Sembra indeciso, invece mi guarda in faccia e spara: «Un Manhattan!»
Prendo tempo, preparo i salatini e qualche olivetta, anche se non è un aperitivo, non mi pare, ma chi se ne frega, vanno sempre bene e mentre lui avvicina il giornale sotto la luce del faretto, io brancolo ancora nel buio. Manhattan mi ricorda New York, e New York - l’America, e l’America il Whiskey con la “e”.
FINE
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