Quella notte aveva nevicato come sulla costa non si era mai visto.
Alla luce del grigio mattino e sotto una pesante coltre bianca tutto era diverso; anche il mare e le facce delle persone che incontravo sul marciapiede scivoloso avevano un’aria nuova e stranita. Il disorientamento generale alla stazione invece, era dovuto ai notevoli ritardi dei treni e mentre aspettavo l’arrivo del primo convoglio per Milano, speravo ancora che qualcosa m’impedisse di partire.
Eppure era stata mia la decisione di levare l’ancora, portando con me solo uno spazzolino da denti, qualche indirizzo sull’agenda, pochi numeri del telefono e una laurea in legge che avrei barattato volentieri per un lavoro qualunque.
Nonostante i miei scongiuri, il diretto proveniente da Pescara arrivò con soli venti minuti di ritardo e senza rendermene conto, mi ritrovai con le natiche gelate su di un sedile scomodo a guardare la schiuma del mare che lambiva e si confondeva con la neve fresca sulla battigia.
Alla luce del grigio mattino e sotto una pesante coltre bianca tutto era diverso; anche il mare e le facce delle persone che incontravo sul marciapiede scivoloso avevano un’aria nuova e stranita. Il disorientamento generale alla stazione invece, era dovuto ai notevoli ritardi dei treni e mentre aspettavo l’arrivo del primo convoglio per Milano, speravo ancora che qualcosa m’impedisse di partire.
Eppure era stata mia la decisione di levare l’ancora, portando con me solo uno spazzolino da denti, qualche indirizzo sull’agenda, pochi numeri del telefono e una laurea in legge che avrei barattato volentieri per un lavoro qualunque.
Nonostante i miei scongiuri, il diretto proveniente da Pescara arrivò con soli venti minuti di ritardo e senza rendermene conto, mi ritrovai con le natiche gelate su di un sedile scomodo a guardare la schiuma del mare che lambiva e si confondeva con la neve fresca sulla battigia.
Alla luce del grigio mattino e sotto una pesante coltre bianca tutto era diverso; anche il mare e le facce delle persone che incontravo sul marciapiede scivoloso avevano un’aria nuova e stranita. Il disorientamento generale alla stazione invece, era dovuto ai notevoli ritardi dei treni e mentre aspettavo l’arrivo del primo convoglio per Milano, speravo ancora che qualcosa m’impedisse di partire.
Eppure era stata mia la decisione di levare l’ancora, portando con me solo uno spazzolino da denti, qualche indirizzo sull’agenda, pochi numeri del telefono e una laurea in legge che avrei barattato volentieri per un lavoro qualunque.
Nonostante i miei scongiuri, il diretto proveniente da Pescara arrivò con soli venti minuti di ritardo e senza rendermene conto, mi ritrovai con le natiche gelate su di un sedile scomodo a guardare la schiuma del mare che lambiva e si confondeva con la neve fresca sulla battigia.
Ero solo nello squallido scompartimento di seconda classe e la cosa non mi disturbava affatto. Potevo sbracarmi come meglio desideravo, leggere il giornale, ascoltare la musica col mio iPod; confortato anche dalla certezza che dentro la borsa sospesa sulla mia testa, avrei trovato una quantità di cibo sufficiente a sfamarmi per una intera settimana. Ad Ancona smisi di leggere il giornale. Tra Senigallia e Pesaro diedi fondo alle provviste di mamma Dora e, stanco per la notte insonne, sazio per le quattro fette di lonza con la focaccia, le polpette al sugo, una fetta di torta casereccia, tradito da un bicchiere di vino cotto e certamente annoiato dalla monotonia del viaggio, prima di Rimini mi addormentai profondamente.
Non saprei dire esattamente quanto tempo passò ma quando riaprii gli occhi, mi trovai di fronte una coppia di bizzarri vecchietti che mi sorridevano compiaciuti. Mi domandai subito perché mai fossero tanto contenti del mio risveglio. Forse mi avevano creduto morto, pensai lì per lì, e dopotutto anche mia madre sostiene che quando dormo sembro un cadavere.
Benché avessi ancora sonno e nessuna voglia di parlare, i miei compagni di viaggio mi costrinsero, devo dire con modi gentili ma con molta, forse anche troppa insistenza, a rispondere a un sacco di domande, anche di carattere personale. La loro impertinenza, anche se velata dalle belle maniere, dal sorriso sulle labbra e dal tono caldo della voce, era tale da mettermi a disagio e dovetti fare ricorso a tutta la mia pazienza per rintuzzare la tentazione di mandarli al diavolo, di alzarmi e cercare un altro posto.
Poi, improvvisamente, dopo aver scoperto che ero un giovane avvocato di belle speranze, senza impiego e la mia meta era Milano, il loro atteggiamento cambiò improvvisamente. Si scambiarono uno sguardo d’intesa e la signora, una piccola donna dal volto pallido e gli occhi cerchiati di rosso, estrasse dalla borsetta una busta e la depose tra le mie mani.
«Che devo fare?» Domandai, rassegnato.
«Solo un piccolo favore, consegnare questa lettera, dopotutto, lei è un avvocato e noi ci fidiamo, siamo due vecchi stanchi, vorremmo scendere alla prima fermata e ritornare a casa al più presto.»
Nonostante cercassi ancora una scusa per rifiutare, sapevo che sotto i loro sguardi imploranti non avrei saputo resistere a lungo, pertanto superai ogni diffidenza e accettai l’incarico. Prima di scendere mi ringraziarono calorosamente, sembravano anche sinceramente commossi e uno dei due, forse il vecchio, aggiunse: «Perché non dorme? Il viaggio è ancora lungo...»
Il tono era pacato, la voce calda, convincente ed io in verità avevo tanta voglia di chiudere gli occhi.
Quando mi svegliai, non ero più solo nello scompartimento: due donne sedute al mio fianco discutevano tranquillamente e mentre mi stiracchiavo le membra intorpidite dal lungo sonno, mi accorsi di avere tra le mani una busta di carta giallina. Quella busta chiusa era la prova evidente che l’incontro non era stato un sogno, che i due vecchietti esistevano realmente e che tutta la storia che mi ronzava nella testa non era uno scherzo della mia mente stressata. Ricontrollai l’indirizzo, scritto a mano in bella calligrafia. Non avevo idea di cosa contenesse, ma dopo averla soppesata la infilai nella tasca interna della giacca e mi concentrai sull’arrivo in stazione centrale, dove mi aspettavano dei parenti che mi avrebbero ospitato per qualche settimana.
Il giorno seguente, l’insolito incontro avvenuto sul treno, la misteriosa lettera e quello stato di leggera esaltazione che mi aveva procurato l’impatto con la grande Milano, mi condusse nel centro di una città che aveva ingoiato quasi per intero tutta la neve caduta. Una pioggia sottile, insistente, dissolveva gli ultimi bianchi brandelli e trasformava le strade in enormi acquitrini, dove il traffico sembrava essersi impantanato irrimediabilmente.
L’avvocato che mi aveva ricevuto nel suo studio, sedeva comodamente su di un’elegante poltrona di cuoio verde e mentre leggeva attentamente la lettera, mi guardavo intorno frastornato, domandandomi come avesse incominciato la sua luminosa carriera. Tuttavia mi bastò osservare la lunga serie di volti severi incorniciati d’oro e appesi alle pareti, per intuire che i suoi antenati non erano mai stati a pesca sul mare con mio nonno e nemmeno in fabbrica con mio padre.
«D’accordo, ero già stato informato del vostro arrivo» mi disse ripiegando la lettera, prestandomi finalmente un poco di attenzione e mostrando un certo interesse alla mia persona.
«Ha già trovato un alloggio?» risposi con un cenno affermativo solo per prendere tempo e cercare di capire cosa intendesse dire.
«Per me, può incominciare anche lunedì.» e alzandosi dalla poltrona e facendomi capire che il mio tempo era già finito, aggiunse: «Lasci i suoi documenti alla segretaria, e benvenuto nel nostro studio.»
Mi aggrappai a quella mano tesa per non cadere e non so come più tardi mi ritrovai smarrito sul marciapiede della metropoli a respirare smog, che stranamente mi pareva profumato e frizzante come l’aria di mare. Camminavo senza meta incurante delle pozzanghere, cercando invano col naso per aria il cielo e mi sentivo frastornato dai rumori del traffico, che avevo scambiato nell’euforia del momento, per lo starnazzare dei gabbiani.
Sono passati due anni da quel giorno, alle mie spalle ci sono solo riproduzioni di farfalle e davanti a me, tra le pile di fascicoli multicolori, intravedo le gambe stupende della segretaria. Nel portafogli invece custodisco come reliquie, un biglietto del treno e due misteriose piume bianche, che ritrovai quel giorno sul sedile di fronte al mio e che in qualche modo e non so come, mi ricordano i miei due ignoti benefattori.
Benché questa storia non mi tormenti più nel sonno ed io non ne parli volentieri per il giustificato timore di passare per pazzo, ancora oggi mi sento un miracolato e sovente mi dico:
«Guarda chi dovevo incontrare, pensa a chi mi dovevo raccomandare, per trovare un lavoro di questi tempi!».
FINE
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