martedì 18 gennaio 2022

UNA VOCE SUL FIUME


Sotto il ponte dell’Adda quella mattina pescavo cavedani. Anche vaironi, scardole, barbi, boccaloni, e persino alborelle. Insomma, mi sarei accontentato di un pesce qualunque che si fosse degnato di abboccare a quell’amo disgraziato che avevo immerso, da un paio d’ore almeno, nelle acque verdi che scorrevano verso il Po.
Quando ero arrivato sulle rive ancora umide di rugiada del fiume, mi ero ripromesso di prendere un paio di pesci e ritornare a casa prima di pranzo; l’avevo detto anche a mia moglie di prepararmi solo un risottino. Per secondo mangiamo un poco di pesce, avevo aggiunto spavaldo e in preda all’euforia che mi assale sempre prima di partire, bardato di tutto punto, per la grande battuta di pesca. Invece il sole era già alto e il mio galleggiante, abbandonato nella corrente pigra, svilito e svuotato di ogni entusiasmo si lasciava trascinare mollemente senza un sussulto, un tremito, uno scarto, un leggero palpito. Non succedeva nulla, anche nella mia testa, solitamente affollata di pensieri e preoccupazioni, regnava una calma piatta.
 
Pensai subito a mia moglie e mentre decidevo se rispondere o meno, una massa informe e chiara nell’acqua attrasse la mia attenzione. Scendeva lenta, trascinata dalla corrente e pareva un lenzuolo, ma di stoffa non era, sembrava un tronco, e non era legno. Forse un riflesso? Ma no, era un cadavere, completamente nudo, ed aveva il colore della luna pallida d’inverno. 
Quello che vedevo scivolare nell’acqua chiara, tanto vicino ai miei stivali che avrei potuto allungare una mano per sfiorarlo, era il corpo esile di una giovane donna con lunghi capelli scuri che gli fluttuavano intorno al viso. 
Atterrito e di pietra, incapace anche di spegnere il telefono che incessante suonava, lasciai che il corpo scomparisse alla mia vista senza emettere un solo gemito e mentre cercavo di riprendere fiato, provai immediatamente disagio per la mia innata e imbarazzante codardia. 
Ma che potevo mai fare? Forse buttarmi in acqua? Mi ripetevo, nel tentativo di reagire allo spavento che mi aveva paralizzato le membra, e che tuttavia mi lasciava abbastanza cosciente da vergognarmi di me stesso. 
Feci un tentativo goffo di attirare l’attenzione di un pescatore poco più a valle, mi sbracciai timidamente senza risultato e poi, per alcuni lunghissimi minuti, sperai che fosse lui a scorgere finalmente il cadavere, ma intanto una parte di me fremeva per allontanarmi da quel posto. Ormai è troppo tardi! Mi dicevo, Taci! Non ti conviene parlare, stai zitto e vattene a casa, aggiungeva una voce subdola dentro di me.
Lei non doveva sapere! Mi avrebbe assillato di domande, mi avrebbe costretto a denunciare il fatto ai carabinieri, alla polizia. Certamente avrebbe raccontato tutto alla madre, alle sorelle, alle amiche, e nel giro di poche ore tutto il paese avrebbe saputo che avevo visto un cadavere nel fiume. Il solo pensiero alimentava a sufficienza il mio malumore e finché rimanevo in quello stato, non correvo il pericolo di abbandonarmi a confidenze liberatorie.
«Pronto… Pronto… chi parla?» 
Aspettai qualche istante prima di rispondere. L’ansia e l’affanno erano percepibili in quella voce femminile dall’accento particolare. 
«Ho ricevuto una telefonata da questo numero» dissi semplicemente, aggiungendo il primo nome che mi venne in mente. 
«Mi dispiace, io non la conosco» mi confermò senza indugi, ma con rammarico. «Forse mia figlia sì. Ma adesso Anna non c’è. Non è in casa…» 
Le parole le uscivano a stento, il respiro era affannoso e, dopo una lunga pausa, sentii che la comunicazione era stata interrotta. 
Un errore, un’interferenza, o la malasorte? In quel momento non sapevo cos’altro pensare. Nelle ore successive strani pensieri s’impadronirono della mia povera testa confusa e lentamente si fece largo in me un’idea bislacca. Era un’idea assurda, certamente il frutto della mia fantasia, alimentata anche dal rimorso che mi tormentava e non mi dava pace.
Quella notte finalmente dormii senza incubi. Con una volontà e una determinazione della quale io stesso mi meravigliavo e non mi sapevo capace, uscii di casa alla solita ora. Dopo aver fatto colazione al solito bar e perso del tempo gironzolando nei giardinetti per farmi coraggio e vincere le ultime titubanze, feci finalmente quella telefonata che avevo in animo di fare. Il numero era ancora lì, indelebile sul display del mio cellulare. La padrona di casa, una signora di mezza età minuta, pallida e dal volto triste mi accolse sulla soglia con molta semplicità. La riconobbi subito dall’accento e dal tono della voce. Mi fece accomodare nel salotto buono, poi, senza fare domande, mi lasciò solo per andare in cucina a preparare il caffè. Attraverso la porta aperta sul corridoio la sentivo parlare di Anna, la sua unica figlia, la cosa più preziosa che aveva ancora al mondo… 
«Che  ci vuol fare… Sono vedova da molti anni e non mi è rimasta che lei.» E mentre si lamentava di non avere notizie di sua figlia da almeno una settimana, io non potevo staccare gli occhi da una fotografia incorniciata ed in bella mostra sulla credenza. La ragazza del ritratto pareva sorridermi, i suoi occhi erano pieni di vita e i lunghi capelli neri scendevano soffici su esili spalle. Avevo già rinunciato a capire come fossi arrivato in quella casa, ma sapevo dentro di me che quello era il posto giusto.
Basta, mi dissi, non è giornata. 
Ne avevo abbastanza di restare in ammollo; i piedi e le gambe, infilate nei lunghi stivali di gomma, mi dolevano per l’inattività e per il freddo. Riavvolsi la lenza con rassegnazione e, mentre guadagnavo la riva cercando di non scivolare sui ciottoli viscidi, sentii il telefonino squillare dentro la tasca del giubbotto. 
Prima di salire in macchina diedi un’occhiata sconsolata al telefono. Non era stata mia moglie a chiamarmi; il numero che appariva sul display non mi diceva nulla. La chiamata arrivava da un telefono fisso, ma decisi di ignorarla. In quel momento non mi andava di parlare con nessuno. Ripensandoci bene, se il telefono non avesse squillato proprio in quell'istante, molto probabilmente non avrei scorto il cadavere nell’acqua.
Tornai a casa e non raccontai nulla nemmeno a mia moglie. Le lasciai intendere che il mio malumore dipendesse da un forte mal di testa e lei finse di credermi, mentre era convinta che fossi deluso per non aver pescato nulla. 
Passai due giorni d’inferno e il numero di quella telefonata che avevo ricevuto sul fiume era sempre impresso nella memoria del mio cellulare. Stavo per cancellarlo, quando per uno scrupolo, o per semplice curiosità, decisi di scoprire a chi appartenesse quel numero. 
Il giorno seguente, quasi casualmente, scovai un articolo nella pagina della cronaca locale, dove si leggeva che nell’Adda Pavese era stato recuperato il cadavere di una giovane donna non ancora identificato. Il presentimento dentro di me si stava trasformando lentamente in una certezza. Non c’erano spiegazioni logiche a tutto ciò che mi stava succedendo, ma la stanchezza stava prendendo il sopravvento e non avevo altro desiderio che mettere fine a tutta quella storia. Erano stati giorni d'angoscia e desideravo tanto dimenticare quel volto che avevo impresso nella memoria e che rivedevo ogni qualvolta i miei occhi si posavano sull’acqua verde di una roggia, sulla sporca e limacciosa di una pozzanghera, o in quella limpida e trasparente che trattenevo nel lavandino per radermi. 
Adesso che avevo visto quel volto non avevo più dubbi, e se il merito di essere arrivato in quel posto era di una misteriosa telefonata, più chiaro e meno oscuro era cosa avrei dovuto fare. Ancora una volta però, ignorando anche il destino clemente che mi offriva forse l’ultima opportunità di dimostrare a me stesso di che pasta fossi fatto, non trovai il coraggio di dare personalmente alla madre la triste notizia. All’ultimo momento e prima che le gambe si paralizzassero completamente, mi alzai dal divano e uscii da quella casa in silenzio, lasciando dietro di me, bene in evidenza sul tavolo, il giornale del giorno prima, aperto sulla pagina della cronaca locale.
 
FINE


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