Quella
mattina la montagna aveva tutta l’aria di volersi scrollare di dosso le case
aggrappate alle sue pendici. Imponente e nitida nell’aria tersa del mattino,
era una costante minaccia per Giovanni che abitava in cima alla collina e alle
spalle aveva solo il mare. Con
l’animo inquieto e un brivido nella schiena, anche per l’aria fredda che
scendeva a valle e sollevava la pula dai campi d'orzo, si diresse verso il
portico.
La
stalla dei conigli era avvolta nella penombra del primo mattino, ma Giovanni
non tardò ad accorgersi che una femmina gravida, una di quelle che a giorni
avrebbe dovuto partorire, era scomparsa dalla gabbia! Si guardò intorno sconsolato,
poi infilò la mano dentro il nido per sincerarsi che fosse vuoto.“Questa bestia è sempre stata una sciagura!” si disse, ringraziando a modo suo le anime del purgatorio, “Si sarà agitata prima del parto e lo sportello sbilenco ha ceduto.” Doveva essere andata proprio così e adesso non aveva molte speranze di ritrovarla. A quell’ora l’animale poteva essere ovunque: sotto l’uliveto, in mezzo alla vigna e perfino nel sottobosco di fondovalle.
Uscì
sbattendo l’uscio e imprecando, tuttavia, dopo pochi passi, le maledizioni gli
si strozzarono in gola: la coniglia se ne stava tranquilla a pochi metri dal
portico. Sotto un pesco spoglio e nel folto dell'erba bagnata di rugiada,
mangiava cardi selvatici.
“Bastarda!”
sibilò con l’ultima scheggia di rabbia in corpo e un sospiro liberatorio.
Rincorrerla nel prato e sotto gli ulivi sarebbe stato uno sforzo inutile e con
poche probabilità di successo, eppure doveva decidersi, non poteva permettersi
di restare tutta la mattina impalato a guardare la coniglia che, incurante
della sua presenza, si riempiva di erba fradicia.
“Gli
verrà il mal di pancia se continua a ingoiare quella roba!”. Ancora indeciso
sul da farsi si ritrovò in quel preciso istante a desiderare fortemente una
sigaretta. Più che la mente, pareva fossero le mani a soffrire della
privazione. L'assenza del gesto abituale gli provocò un disagio momentaneo,
sufficiente a fargli capire che non era ancora arrivato il momento di abbassare
la guardia e che il “maledetto vizio” ancora non si dava per vinto.
La
coniglia intanto non si muoveva dal suo posto e nemmeno il gallo, che nel
pollaio strillava sino allo strozzo, sembrava convincerla a fuggire verso la
libertà. Mangiare a crepapelle l’erba fresca e saporita, era quanto di meglio
potesse desiderare in quel momento e del domani e di altro ancora, pareva
infischiarsene altamente.
“Ecco,
questa sì che è la vera libertà.” Era consapevole di trovarsi nel bel mezzo di
uno dei soliti ragionamenti strampalati, ma nonostante ciò, provava invidia per
quella bestia, soprattutto adesso che non poteva più assaporare l’aroma della
sigaretta dopo il caffè della mattina.
“Mezzo
bicchiere di vino rosso al pasto… non di più!” aveva aggiunto il dottore che,
della grappetta per sciacquarsi la bocca a fine pasto, non aveva voluto nemmeno
sentir parlare.
Quei
pensieri e chissà che altro gli fecero venire alla mente una cartolina arrivata
la settimana prima e che teneva ancora nella tasca interna della giacca.
“Proprio
una bella spiaggia.” pensò rigirandola tra le mani “Una di quelle con la sabbia
bianca, finissima… con le palme e l’acqua cristallina… un’isola sperduta nel
mare azzurro dei Caraibi.”
Sul
retro c’erano i saluti di quella bestia del suo amico Filippo, e quel “stammi
bene”, molto più eloquente di tante parole. Forse diceva così soltanto per
sfotterlo. Giovanni non era molto convinto che l’amico se la passasse così bene
come voleva far credere. Anche lui, l’amico del cuore, il compagno
dell’infanzia, prima che la crisi lo prosciugasse definitivamente, si era
ritirato dagli affari e con il gruzzolo in saccoccia aveva salutato tutti,
moglie, figli e compagnia bella. Santo Domingo era stata la meta, dove
l'aspettava una giovane creola ben disposta ad aiutarlo a spendere tutti i suoi
soldi.
Si
guardò intorno contento di essere solo in quel momento. La situazione infatti
era alquanto stravagante: un omone grande e grosso seduto su un secchio di
latta capovolto, a guardia di un coniglio che brucava in mezzo all’erba,
dopotutto, era una cosa inconsueta anche da quelle parti e in aperta campagna. Raccolse
un sasso e lo lanciò senza violenza ad un palmo dalla coniglia; l'orecchio
cadente ebbe un leggero sussulto, ma niente di più. Provò altre volte e sempre
con più energia, ma senza ottenere il risultato sperato, la coniglia infatti
non mostrava nessuna intenzione di fuggire. Nel
frattempo il gatto di casa, uno scansafatiche bianco e nero che non prendeva
topi per principio, gli si avvicinò strusciando il testone sui pantaloni e non
tardò ad accorgersi della presenza insolita del coniglio. Lo fissò alcuni
istanti agitando nervosamente la coda, poi si accomodò alla meglio tra le
caviglie del padrone. La
presenza del felino infine convinse il coniglio a muoversi, il quale a piccoli
saltelli, senza fretta, si diresse verso il portico seguendo un percorso
insolitamente lineare per le abitudini di quella razza. A Giovanni non parve
vero di vederla infilarsi proprio nella stalla. Incredulo e meravigliato si
avvicinò con molta cautela per non spaventare l’animale che alla fine si lasciò
catturare docilmente.
“Stupida!”
le sussurrò Giovanni con un filo di voce, mentre le accarezzava il ventre
gonfio e umido di rugiada, “Ti sei fatta fregare anche tu, ecco perché sei
tornata”.
Poi sistemò alla meglio lo sportello della gabbia aiutandosi con del filo di ferro arrugginito, pose della paglia fresca nel nido e scrollando il capo uscì dalla stalla che il sole era già alto. Una nuvola bianca, enorme, aveva nascosto la montagna e tutto intorno era di nuovo tranquillo, anche la terra sotto i piedi sembrava più piatta e più sicura. Le drupe ancora acerbe sugli ulivi ciondolavano rassegnate e anche il gallo, quando lo vide arrivare, saltò giù dal trespolo più alto e, finalmente, smise di strillare.
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