martedì 18 gennaio 2022

IL MESTIERE DI FARE IL FORMAGGIO



Quando il sole all’orizzonte si appoggiò sulla cima degli alti pioppi, Arturo capì che era arrivato il momento di tornare a casa. Si riempì la bocca di more pallide, guardò per l’ultima volta la cascina tra le foglie del gelso e con un balzo scese dalla pianta. Con i piedi nudi affondati nell’erba, il sole sembrava più basso e doveva arrivare a casa prima che la mamma si accorgesse della sua assenza. A quell’ora lei scostava la tenda sull’uscio e lo chiamava a gran voce.

Al tramonto la cascina si scrollava dal torpore pomeridiano ed entrava in fermento. Si radunavano le galline nel pollaio e si bagnava l’orto. Si raccoglieva sulle rive delle rogge l’erba medica per i conigli e si andava a prendere il latte in stalla.  E prima che il papà tornasse dal caseificio, Arturo non doveva dimenticare di lavarsi le gambe e la faccia alla fontana o al fosso. Soprattutto adesso che le sue frequenti scappatelle in paese avevano bisogno di una nuova scusa. La solita bugia della dottrina non poteva più bastare.
Sua madre faceva troppe domande su quelle lezioni di catechismo e aveva appreso con diffidenza la sua volontà di diventare presto un chierichetto della parrocchia.
Il figlio di Anna sbucò dal portone della cascina quando la mungitura era da poco finita. Le mucche, con le mammelle sgonfie, tacevano sfinite e le mosche inebriate dal profumo del latte si tuffavano nella calda e soffice schiuma bianca. Arrestò la bicicletta frenando con gli zoccoli proprio davanti al pollaio. Se la mamma lo avesse trovato mentre radunava le galline, forse non lo avrebbe sgridato per il ritardo e non avrebbe riferito nulla al padre.
Beppe invece era già informato di tutto e aveva accolto la notizia di quella improvvisa e inaspettata vocazione del figlio con grande sorpresa. Come d’abitudine non aveva battuto ciglio, ma una cosa simile da Arturo, l’unico maschio dopo tre femmine, non se la sarebbe mai aspettata. Sapeva di dire una bestemmia, ma se il Signore, oltre alla vita grama che gli aveva riservato, pretendeva da lui anche questo sacrificio, allora perché non si prendeva la figlia maggiore?
Doretta era la più giudiziosa. Più schiva e meno bizzosa di suo fratello: un bugiardello scansafatiche, per niente adatto a quella missione.
L’occasione per fare quattro chiacchiere con il parroco e chiarire la situazione di Arturo arrivò ad agosto: pochi giorni prima della festa del Santo Patrono.
Quando il parroco, da buon pastore di anime, vide il casaro avvicinarsi al confessionale con un incarto tra le mani, si rallegrò - in primis - di rivedere un’altra pecorella ritornare all’ovile, e solo - in secundis – perché pregustava il Taleggio del Beppe, che in quanto a formaggi, non era secondo a nessuno.
Tre Pateravegloria bastarono al casaro per ritrovarsi di nuovo in pace col Signore ma, ripensando alle parole del prete, sentiva uno strano prurito alle mani che mal si conciliava con la ritrovata purezza dell’anima. Beppe aveva scoperto che a condurre suo figlio così sovente dalle parti della parrocchia era una certa Cesarina, figlia innocente e pura del droghiere e che, solo per puro caso, abitava nei pressi della Santa Chiesa. Appurato che suo figlio non aveva nessuna intenzione di farsi prete, fatto il segno della croce per lo scampato pericolo, fu assalito dalla voglia di tornare a casa per dargli subito una giusta punizione. La tentazione era forte, ma temeva di cadere di nuovo in disgrazia col Padreterno. Il timore di dover passare un’altra mezzora in ginocchio a parlare di formaggio grana, di crescenza e di stracchino, bastò a fargli cambiare idea. Decise così, non lontano dal sagrato, che avrebbe impartito ad Arturo una sonora lezione, ma solo dopo la festa del Santo Patrono. Meditava persino di toglierlo dalla scuola e di trovargli un buon lavoro. Per lui aveva altre mire, ma preferiva fare di suo figlio un bravo casaro, piuttosto che mantenere uno scansafatiche, un moccioso, che invece di studiare perdeva tempo dietro alle gonnelle.
Mentre pedalava di buona lena sulla sua Bianchi nera mugugnava e progettava ancora castighi durissimi ma, ben presto, smaltita gran parte della rabbia in corpo, si disse che se il ragazzo era nato con quella particolare predisposizione… la colpa era solo del Buon Dio. Dopotutto, si disse, ancora con un pizzico d’orgoglio, se Arturo assomigliava tanto a suo padre e non a quella santa donna della madre, di chi era la colpa? Pensò ancora al Padreterno e si convinse che dimezzargli la paghetta settimanale poteva anche bastare come punizione. La fretta di tornare a casa si esaurì bruscamente in prossimità dell’osteria del Bersagliere e infine, solo a tarda sera, allegro e canterino, si decise a rimontare in sella alla sua bicicletta.
Anna, nel frattempo, affacciata alla finestra guardava con ansia dentro il buio e i suoi occhi non perdevano di vista una piccola luce che, sulla strada bianca, avanzava rapida danzando come una lucciola. Il silenzio della notte era un concerto senza tregua: al verso rauco delle rane si era unito il canto dei grilli e delle cicale, solo a tratti interrotto dal latrare furioso dei cani legati alla catena. L’aria era ferma, anche l’odore del letame non andava oltre le finestre polverose della stalla e le falene non trovavano pace intorno ad una fioca lampadina. Beppe entrò in casa aggrappandosi alla tenda e restò sulla soglia, sorpreso di trovare sua moglie ancora sveglia. Anna alzò timorosa gli occhi rossi su di lui e guardandolo in volto, capì in un solo istante che suo figlio non avrebbe mai imparato il mestiere di fare il formaggio. Del resto, che Arturo non avesse la stoffa per fare il prete, in cuor suo, lei lo aveva sempre saputo.  

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