Di
quella volta che la mia mano finì tra le ganasce di un laminatoio, di quei
minuti terribili e interminabili impiegati per estrarmi l’arto
dall’ingranaggio, della vertiginosa corsa sull’ambulanza, e delle facce smunte di
chi mi stava intorno ho sempre avuto un ricordo molto vago. Ricordo invece
perfettamente l’arrivo al pronto soccorso. L’odore intenso del disinfettante,
l’improvviso silenzio, le mani energiche che mi frugavano, che mi tastavano
ovunque, e tutto questo mentre avrei voluto gridare: «Ehi voi, teste di cazzo -
Che state facendo? - Lasciate in pace la mia mano, non la toccate… guai a voi
se la tagliate!
No, non me la tagliarono la mano. Me la ricucirono per bene, ma così bene che a militare non si accorsero di nulla e mi fecero artigliere.
No, non me la tagliarono la mano. Me la ricucirono per bene, ma così bene che a militare non si accorsero di nulla e mi fecero artigliere.
«Che culo!» disse il mio amico Mario, laconico come sempre, mentre osservava da vicino le cicatrici sulla mia mano destra. «Ti è andata proprio di lusso.»
Mario in fondo aveva ragione. Lui la chiamava fortuna, mia madre divina provvidenza, spiacevole inconveniente per la direzione della fabbrica che, premurosa nei miei confronti, pensò bene di consolarmi con un passaggio repentino dalla forgia alla fonderia. Io ero così convinto di essere in credito con la fortuna, che accettai la nuova destinazione senza protestare.
«Dalla padella alla brace!» fu il commento di Mario, meritandosi un altro bicchiere di quel bianchetto che gli piaceva tanto. «E poi?» aggiunse, predisponendosi ad ascoltare il resto della storia.
Raccontai al mio amico, con dovizia di particolari e senza tralasciare nulla, di quel giorno che a casa arrivò la lettera del tribunale. L’udienza era prevista in un’aula del Palazzo di Giustizia, proprio quello che ancora oggi si vede sovente in televisione, il procedimento riguardava il mio recente infortunio e il mio nome, a chiare lettere e in stampatello sulla busta verdolina, il presagio di una sentenza già scritta.
Nel trambusto generale qualcuno in famiglia osò pronunciare la parola licenziamento e mia madre si affrettò ad accendere un lumino a Padre Pio; mentre mio padre, fuori della grazia di Dio, voleva sapere in che pasticcio mi fossi cacciato e minacciava perfino di tagliarmi i capelli. Sosteneva con forza che qualunque cosa avessi mai fatto, non potevo presentarmi davanti al giudice con i capelli lunghi.
«Capellone?» esclamò Mario, alludendo alla mia zucca spelacchiata.
Gli rammentai con santa pazienza che, nel Sessantotto e dalle mie parti, eravamo un po’ tutti conciati così e, per evitare altri commenti sgradevoli, passai al resto della storia.
Davanti al giudice non ero solo quella mattina. Accanto a me una coppia di capoccioni della direzione in doppio petto, un capo reparto stralunato e incravattato, e quattro poveri cristi del mio calibro con la paura dipinta sul volto. E tutti, ma proprio tutti, accusati di avere in qualche modo ignorato e trasgredito anche le più elementari norme antinfortunistiche. Non era ancora il processo, ma il giudice voleva vederci chiaro prima di procedere, pertanto interrogò i presenti con l’intenzione di ricostruire con precisione le cause dell’incidente. Però, la cosa più curiosa, è che mentre tutti parlavano, anche quando non erano interrogati, lo facevano come se io non fossi seduto in quell’aula, e raccontavano una storia nella quale io stesso stentavo a riconoscermi.
«In che senso?» domandò il mio amico, dimostrando ancora una volta di essere stato attento.
«Nel senso che raccontarono tutti un sacco di balle! Io ero l’unico a conoscere la verità, ed ero pronto a dire tutto, ma proprio tutto al giudice. Però, stranamente, durante l’intero dibattimento, nessuno mi diede mai la parola.»
Mario scolò il bicchiere prima di aprire bocca. Si stropicciò il naso con il dorso della mano, quindi spense la sigaretta nel portacenere, ci pensò ancora un po’ su e poi disse:
«Perché?»
«Non lo so» risposi in tutta franchezza. «Forse perché ero ancora minorenne? Forse perché ero l’unico non indagato? Il dubbio ancora oggi mi assilla, ma il mio cruccio maggiore resta quello di non aver mai potuto raccontare tutta la verità su quella faccenda.»
Mario era di nuovo pensieroso. Gli lasciai tutto il tempo per riflettere. E mentre lui pensava ordinai altri due bicchieri di quel nettare.
«Minchia!» esclamò, ringalluzzito per l’imminente arrivo del cicchetto. «Ma si può sapere che cos’è un laminatoio?»
Non mi aspettavo una domanda del genere, davo per scontato che tutti sapessero cosa fosse un dannato laminatoio, così gli portai ad esempio il comune attrezzo da cucina per stendere la pasta e fare le tagliatelle.
«La macchinetta per fare la pasta?» esclamò incredulo.
Gli dissi di sì, che il concetto era lo stesso e che invece delle tagliatelle si potevano plasmare oggetti di varia forma: laminati tondi, lisci, nervati, e travi in acciaio ad H, ad U, ad I, e perfino rotaie per binari ferroviari, e...
«Vuoi che ti faccia un altro esempio?»
Mario si era assopito, colpa del bianchetto che gli piaceva tanto, e impiegò qualche istante per ricomporsi e dare una risposta.
«Sì, volentieri, ma non oggi.» disse, in tono cordiale. «Forse un’altra volta. Oggi s’è fatto tardi, a casa mi spettano e la cena si fredda.»
Mario se ne andò col sorriso sulle labbra e come sempre, senza pagare il conto. Ma, del resto, anche se aveva il buon gusto di non lamentarsene, io sapevo che la sua casa era la panchina in piazza e che per cena intendeva la solita minestra della mensa dei poveri.
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