La musica degli Eurythmics avvolgeva il locale in una soffice e calda coperta. Annie Lennox cantava - how many times… quante volte devo tentare di dirti che mi dispiace per le cose che ho fatto - mentre io guardavo rassegnato due occhi a mandorla che facevano capolino dietro un enorme White Russian e mi domandavo insieme a lei: «Why?»
Perché quel delinquente di Mario non mi restituisce i miei soldi, invece di farmi regali di questo genere? Perché quella canaglia non mi dice che i soldi non li ha e che forse non li avrà mai, invece di scaricare dentro il mio bar tutte le ragazze di cui si vuole liberare? Il cadeau orientale arrivava certamente dal night del mio ex socio in affari, era incartato e infiocchettato come un uovo di Pasqua; non aveva ancora un nome, non parlava, non mi guardava, ma in compenso beveva come un marinaio in libera uscita.
Quel farabutto di Mario era arrivato con la ragazza che mancavano pochi minuti alle due e sfoderando il suo prezioso sorriso di porcellana finissima, quello che si era comprato anche con i miei denari, aveva ordinato da bere per entrambi. Poi si era allontanato alla chetichella, forse con la solita scusa delle sigarette, o con un’altra fandonia del suo repertorio e non era più tornato.
«Ti ha mollato?» le domandai, prendendo il bicchiere vuoto sul bancone.
«No!» mi rispose con calma, scrollando i lunghi capelli neri dalle esili spalle nude e guardandomi finalmente negli occhi, «Sono io che sono voluta restare.»
Poi sorrise e sciorinando un italiano quasi perfetto aggiunse: «I tuoi drink sono i migliori che abbia bevuto da quando sono in Italia.»
«Forse sei arrivata soltanto l’altro ieri.» risposi cercando di nascondere la mia soddisfazione, «Te ne faccio un altro, l’ultimo, poi te ne devi andare… come vedi, stiamo per chiudere.»
Invece non andò così e quello non fu l’ultimo bicchiere. Dopo il secondo White Russian eliminai la panna fresca, trasformando il terzo drink in un ben più sobrio Black Russian. In seguito tolsi anche il liquore al caffè, versando nel bicchiere solo un po’ di vodka e molto, molto ghiaccio.
A quel punto, dopo che anche l’ultima coppia si era schiodata dalle poltrone, dopo che tutto il personale, un giovane cameriere croato, lesto di piede e di testa era scappato dalla porta di servizio, solo allora lei mi disse: «Portami al mare!»
«Non dobbiamo fare molta strada.» le risposi, cercando di capire quanto fosse ubriaca, «Dobbiamo solo attraversare il lungomare, mettere i piedi sulla spiaggia e siamo arrivati.»
«Allora che aspetti!» disse scendendo con agilità insospettata dallo sgabello.
I piedi sulla sabbia li pose mentre io camminavo ancora sulle strisce pedonali, nei pressi delle prime cabine raccattai le sue scarpe che mi parvero incredibilmente piccole, all’altezza degli ombrelloni raccolsi l’abitino di seta verde, leggero come una farfalla, e sul bagnasciuga le onde mi restituirono un paio di slip che avevo scambiato per il guscio di un granchio.
Rabbrividii guardandola giocare tra la spuma delle onde. Era già la fine di settembre, l’aria era fresca e l’acqua non era per nulla invitante. Mi sedetti su una sedia a sdraio abbandonata sulla spiaggia libera e rimasi a guardarla sotto la luna. Quando ritornò a riva, pareva sapesse dove mi trovavo. Mi corse incontro leggera e gioiosa, sfiorando la sabbia e scrollando dai lunghi capelli neri l’acqua salata.
Si raggomitolò per il freddo sul mio grembo, nascondendo la testa bagnata tra le mie braccia. Solo quando smise di ridere e cominciò a tremare capii che aveva smaltito la sbornia e forse era già pentita di trovarsi in quella situazione. Mi tolsi la camicia e con questa cercai di asciugarla; mentre le accarezzavo le spalle, sentii la punta dei suoi piccoli seni premere sul mio petto e le sue labbra umide posarsi sul mio naso.
«Nasone!» bisbigliò, e non aggiunse altro.
In seguito appresi che il Between the Sheets non è soltanto un cocktail da bersi con molta cautela, ma anche una soluzione più comoda della sedia a sdraio; lei continuò a chiamarmi nasone passando in modo naturale dai bicchieri a calice ai piatti, dal mio stereo alla televisione e perfino dalla doccia al mio wc.
Finché un giorno scoprì che il Ciù Ciù, la Passerina e il Pecorino non erano quello che pensava, ma tre ottimi vini del Marchigiano e scomparve nella cantina di un ristoratore di Offida.
Quel disgraziato di Mario non si fa più rivedere da un pezzo. Ho sentito che non se la passa bene nemmeno lui. È pieno d’acciacchi, la moglie l’ha lasciato e i figli sono finiti in Australia o in qualche posto dall’altra parte del mondo. I soldi non me li ha mai restituiti e, anche se finge di aver perduto la memoria, io la rivedrei volentieri quella canaglia, perché non gli credo e sono convinto che almeno lui se lo ricordi ancora il nome di quella ragazza malese.
FINE
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